Coppi Night 23/10/2016 - Zootopia

Come tutti i blog che si occupano di narrativa di genere oggi dedico un post ad Halloween, ed è per questo che parleremo del film visto durante l'ultima Coppi Night, ovvero lo Zootopia che è stato trasposto in italiano come Zootropolis. Spendiamo un minuto a chiederci come mai in italiano si sia deciso di eliminare dal titolo la parte "utopica" (forse si riteneva che non fosse chiaro il significato del suffisso?), poi possiamo procedere.

Zootopia parte da un'idea molto semplice, un mondo popolato da animali antropomorfizzati, specie diverse che coesistono in un'epoca contemporanea (si vedono smartphone e app) e hanno adattato la propria società a soddisfare le esigenze di creature tanto differenti, non fosse altro per questioni di dimensioni. Dagli accenni di lore che vengono buttati qua e là, si intuisce che questo processo di aggregazione non è stato immediato, nel senso che gli animali non sono nati tutti uguali, ma si sono evoluti dai loro antenati "selvatici" fino a raggiungere l'equilibrio attuale, non senza qualche difficoltà. La Zootopia del titolo (o Zootropolis se preferite) è la città ideale, un posto appositamente progettato per riunire tutte le specie insieme e garantire a tutti le stesse possibilità.

Seguiamo la vicenda attraverso gli occhi di Judy Hopps, giovane coniglietta fresca di accademia di polizia, la prima della sua specie a diplomarsi come agente (lavoro che di solito è svolto da animali ben più possenti). Judy è determinata a dimostrare il suo valore, ma i pregiudizi contro di lei sono forti, sia da parte dei colleghi che dei criminali con cui ha a che fare. Desiderosa di confutarli, decide di seguire uno spinoso caso di sparizioni che riguarda una decina di predatori, nel quale coinvolge Nick Wilde, una volpe che si guadagna da vivere con piccole truffe e ha una visione della vita (e di Zootopia stessa) disillusa e cinica, in contrasto con l'ottimismo e l'ingenuità di Judy. L'indagine segue una serie di tappe nelle quali entrambi hanno modo di sfruttare le proprie capacità, formando una squadra inaspettatamente valida. Ma quando arrivano insieme alla soluzione del mistero, questa si rivela ancora più pericolosa, e Judy si rende conto che le sue azioni rischiano di distruggere le fondamenta di Zootopia. La soluzione reale del mistero, quando arriva, mi ha in qualche modo ricordato A Scanner Darkly, ma secondo alcuni c'è anche una chiave di lettura più immediata che prende spunto dalla politica di lotta alle droghe adottata negli anni 80 negli USA (consiglio questo video molto istruttivo, ovviamente dopo la visione del film).

Il tema antirazzista di questo film è talmente evidente che sembra banale evidenziarlo. Ma credo sia importante notare come un'opera "per bambini" riesca a veicolare con semplicità ed efficacia un messaggio tanto forte. Alcune scene in cui i predatori sono discriminati solo in quanto tali (perché c'è un "fattore biologico" che li rende pericolosi anche se vivono in una società civile) sono davvero forti, così come è davvero toccante la rottura tra Judy e Nick, causata dagli stessi motivi. Inoltre è curioso notare come da una parte il film insista tanto sull'abbandono dei pregiudizi, dall'altro ci giochi sopra per alleggerirli (la lentezza dei bradipi, l'ululato dei cani, la cuteness dei conigli), facendo capire che le differenze non vanno semplicemente ignorate, ma piuttosto riconosciute e accettate serenamente.

Non serve certo che arrivi io a dire che i film prodotti dallo studio Pixar si dimostrano in genere tutti ben fatti e interessanti, e cosa ancora più importante, pienamente fruibili da un pubblico adulto, piuttosto che orientati soltanto a bambini e ragazzi, come ci si aspetta da film di animazione (e come altri studi sono soliti fare). Certo non tutti sono capolavori, ma se penso agli ultimi 4-5 che ho visto non ne trovo uno che mi abbia lasciato indifferente: The Good Dinosaur, Inside Out, Wreck-It Ralph, e ora anche Zootopia. Mi viene quasi da pensare che se la generazione dei bambini di oggi cresce con modelli del genere, tra venti-trent'anni ci troveremo con quanto di più vicino a un'utopia si possa realizzare. Ma forse spero troppo.

Nota di merito particolare in questo caso va anche al doppiaggio italiano, che mi è sembrato davvero di qualità, salvo per i cameo di un paio di comicucoli in ruoli secondari (credo siano le voci di Frank Matano e Paolo Ruffini), che hanno solo un paio di minuti di battute ma bastano per risultare irritanti.

Dinosauria


Per chi mi segue sui social o è stato a Stranimondi un paio di settimane fa, questo annuncio non sarà una sorpresa, ma per tutti gli altri (intere orde!) si tratta di una gustosa novità. Dal 3 novembre sarà disponibile Dinosauria, raccolta di sei racconti a tema... beh, credo sia evidente che il tema sono i dinosauri.

http://www.pendragon.it/libro.do?id=2509

Il progetto è nato circa un anno fa, da un'idea di Lorenzo Crescentini (giovane autore che oltre alle varie pubblicazioni conta la finale dell'ultimo Premio Robot). Come lo stesso Lorenzo spiega nell'introduzione, la sua intenzione sera semplicemente leggere una buona antologia dinosauresca, e non trovandone nessuna in cricolazione, ha pensato di contattare alcuni autori della narrativa di genere italiana per chiedere se erano interessati a costruirla insieme, quella antologia.

All'appello hanno risposto in sei: Roberto Bommarito, Yuri Abietti, Davide Camparsi, Stefano Paparozzi, Davide Schito e io. Non c'erano vincoli particolari riguardo argomento o genere, l'unico elemento essenziale era le presenza di dinosauri, declinati in qualunque sfaccettatura. Il lavoro sulla raccolta è stato collaborativo, ci siamo uniti in un gruppo su facebook (una volta c'erano i forum per queste cose, ma oggi funziona così), e ognuno ha avanzato le sue proposte, inserito il suo racconto e commentato quelli degli altri. Il tutto è stato poi passato al vaglio della casa editrice Pendragon, editore che peraltro non è solito pubblicare racconti di genere, per cui la qualità dell'opera deve averlo convinto a fare uno strappo alla regola.

Il risultato è una raccolta molto eterogenea. Pensando a storie sui dinosauri, la prima idea è quella di racconti d'avventura e/o fantascienza, ma gli autori sono stati bravi a sfruttare l'idea di partenza nei modi più vari. Ci sono racconti di fantascienza più classica (il mio si può inserire in questa categoria), altri più surreali, alcuni più umanisti e addirittura una sorta di saga familiare. I temi che si incontrano (oltre ai dinosauri, appunto) sono numerosi, dall'ingegneria genetica all'evoluzione, dalla guerra al terrorismo, dall'identità al bisogno di amore. Anche stile e registro cambiano molto da un racconto all'altro, si passa da ritmi serrati a veri e propri wall of text (comunque facilissimi da scavalcare). Naturalmente i dinosauri sono sempre protagonisti, ma anche questi assumo varie forme: classici rettiloidi feroci o più moderne raffigurazioni piumate, semplici animali o creature intelligenti, minuscoli o giganteschi, reali o forse no. Devo ammettere che io stesso mi sono stupito di quanto l'idea di partenza, che si può considerare al limite del banale, abbia invece dato origine a lavori così diversi tra loro.

Il mio racconto chiude la raccolta e si intitola SETI. Trae dichiaratamente origine da un post omonimo pubblicato alcuni anni fa sul blog Theropoda di Andrea Cau (paleontologo che rientra tra le mie principali fonti di informazioni sul tema). Consiglio di leggere il post per un approfondimento puntuale del tema trattato, magari dopo aver letto il racconto per non incorrere in spoiler.

Ma la cosa più straordinaria di Dinosauria, la vera chicca che rende unica questa raccolta rispetto a tante altre pubblicate (senza nulla togliere alla qualità di queste, figuriamoci), sono le illustrazioni originali di Marzio Mereggia, paleoartista di grande talento. Marzio ha letto con attenzione i racconti, e dai suoi disegni si capisce che è riuscito a cogliere in pieno ciò che volevano dire. Aggiungo anche che a mio avviso l'illustrazione a corredo del mio racconto è la più bella, ma forse sono di parte...

Riepilogando: abbiamo sei racconti di altrettanti bravi autori (se siete di quelli che credono al valore dei premi letterari, potete notare che ci sono due Premi Robot, due finalisti dello stesso premio, un Premio RiLL, un finalista ai premi Italia e Vegetti... mica cotiche); sei storie che parlano di dinosauri (ma non solo) in modo originale e con uno stile sempre diverso; sei meravigliosi disegni a colori ispirati ai racconti stessi. Che altro potrebbe volere un appassionato di dinosauri? Non per nulla la raccolta ha ottenuto anche un endorsement di prestigio, che però non posso ancora rivelare.

Troverete Dinosauria in libreria, per il momento disponibile solo in cartaceo, la versione digitale arriverà con qualche mese di ritardo. Affrettatevi, prima del prossimo asteroide!

Ultimi acquisti - Ottobre 2016 (parte 1)

Dato che il mio post precedente ha avuto una svalangata di visite, mi pare il caso di ridimensionare le aspettative del blog con un sano post a tema musicale. È da un po' che non riprendo la rubrica degli ultimi acquisti, e la cosa è ampiamente giustificata dal fatto che dopo la chiusura di Disco Mastelloni (e soprattutto la morte del grandissimo Roberto Bianchi, che da quindici anni circa mi accompagnava nel mio percorso di selezione e formazione musicale) mi sono trovato senza un posto in cui farli, gli acquisti.

"Duh, siamo nel 2016, mai sentito parlare di Amazon?" Ovvio, e risparmierei anche parecchio. Ma non sarebbe la stessa cosa. La musica sì, sarebbe la stessa, gli oggetti sarebbero i medesimi... ma l'esperienza è diversa. Dopo un paio di mesi però ho dovuto fare pace con me stesso ammettendo che l'esperienza che avevo da Mastelloni non potrò più ritrovarla. Un negozio di musica (cd, vinili, attrezzatura, gadget) specializzato in elettronica? Ho provato a cercarli, ne esistono forse tre in tutta Italia. E se Firenze era alla mia portata, di certo non posso arrivare fino a Pordenone una volta al mese per comprare due dischi. Quindi sì, ho ceduto allo spirito dei tempi e, per stavolta, mi sono affidato ad Amazon per recuperare qualche uscita che mi ero perso e aggiudicarmi qualche novità. Non è la stessa cosa, ma non potevo continuare con l'astinenza.

Torniamo quindi a una parvenza di normalità, ed ecco i primi quattro dischi che puntavo da tempo e ho finalmente aggiunto alla mia collezione.


Di Holden ci sarebbe tanto da parlare, si tratta di uno dei personaggi più influenti per il rinnovamento della IDM avvenuto nei primi anni 2000, un dj che ha in una certa misura ridefinito i parametri di cosa si può fare nella musica elettronica, e il suo The Idiots Are Winning è ormai un classico. Nel 2013 ha pubblicato The Inheritors, il suo secondo album, a distanza di sette anni (e dopo diversi anni di inattività) dal precedente. The Inheritors a voler essere obiettivi non fa molto più di quanto faceva The Idiots, ma quello che fa lo fa bene. Le sonorità scomposte, asimmetriche, imprevidibili di Holden sono sempre lì, lyrics che non sei sicuro di comprendere e che forse non dicono proprio nulla. Questo album di certo non rimarrà nella storia come il primo, ma è un altro importante tassello di un percorso artistico preciso e consistente.


Mi era capitato di imbattermi spesso in Telefon Tel Aviv, ma non avevo ancora nessun loro disco. Trovando l'occasione ho quindi preso Immolate Yourself del 2009, che ho poi scoperto essere l'ultimo album del duo. La ragione dell'inattività dopo questo disco è che uno dei due componenti del gruppo è morto proprio nel 2009, in circostanze non chiare che includono il suicidio o un accidentale mix di farmaci letale. Fatto sta che Immolate Yourself è l'ultimo lavoro del gruppo così com'è nato. Sarebbe scorretto dire che si avverte l'imminente senso di catastrofe, ma di certo le atmosfere sono gravi e per lo più malinconiche. Quando sono presenti dei testi raramente apportano calore alla musica, ma spesso sono suggestioni, brandelli di parole volutamente ambigue. Qualche sprazzo di speranza compare, ogni tanto, quasi come un ripensamento finale, ma non basta a riscattare la sofferenza precedente.


Con Nathan Fake ci si risolleva un po' l'umore, perché il suo album Steam Days del 2012 si occupa principalmente di giocare con i suoni e la meccanica dei pezzi, anche questi riconducibili per lo più a techno/IDM, ma con toni più leggeri anche rispetto ad altri lavori precedenti dello stesso autore. Una raccolta di pezzi equilibrata, che riesce a seguire un tema fatto soprattutto di melodie semplici e ritmi serrati ma non asfissianti, con tracce che raramente superano i quattro minuti, durante i quali ci si occupa di trasmettere l'idea di base senza insistere incessantemente su di essa.




Dall'anno scorso ancora non avevo acquisito la Cocoon Compilation arrivata alla lettera O, cosa del tutto imperdonabile. Finalmente sono riuscito ad aggiungera alle precedenti e ascoltare la raccolta annuale dei pezzi selezionati tra dj di lunga carriera o nuovi talenti. Come sempre il livello qualitativo è medio-alto, si spazia per lo più tra techno, house e sfumature electro. Tra i contributi più interessanti ci sono alcuni pezzi ipnotici di Steve Parker, Dast e youANDme. Ottimi anche i contributi di Lee Van Dowski e l'esordiente italiano Luca Ballerini.

Son tutti lettori col culo degli altri

Lo scorso weekend si è tenuta a Milano la seconda edizione di Stranimondi, evento dedicato alla narrativa di genere (principalmente fantascienza, ma anche horror, weird e fantasy) che ha visto raddoppiare rispetto all'anno scorso le presenze, già buone nel 2015 per un evento appena nato. Anch'io ho partecipato e posso confermare le buone impressioni di chi c'era, se pur rimangono alcuni aspetti da migliorare, in particolare per quanto riguarda l'organizzazione degli spazi e degli eventi.

Ma questo post non vuole essere una cronaca della convention, mi interessa concentrarmi su un appunto mosso da più di un visitatore, qualcosa del tipo:
Quasi tutti i partecipanti erano addetti ai lavori (autori, editori, curatori, traduttori, illustratori, ecc). Mancavano i lettori "puri", il vero pubblico a cui si rivolge la narrativa.
Si tratta di una cosa che anch'io ho notato. Non sono in grado di quantificare, ma io stesso nel corso dei due giorni ho fatto la battuta a quei 4-5 lettori puri che ho incontrato: "Ah, allora dobbiamo tenerti buono, sei una specie in estinzione!" Per il resto, pur con tutta la piacevolezza delle conversazioni, ho rilevato che appunto avevo sempre a che fare con altri autori, o editori, o traduttori, o "addetti ai lavori" in senso ampio. L'impressione quindi è quella di un settore che si nutre di se stesso, e uno allora si può porre il classico problema: ma se mangi te stesso, diventi grosso il doppio o sparisci completamente?

È una cosa di cui si parla spesso nell'ambiente, e occasionalmente il dibattito viene calamitato da questo o quell'evento particolare. Stavolta è toccato a Stranimondi, e visto che mi ci sono trovato nel mezzo, anch'io ci ho riflettuto. Perché a movimentare la narrativa di genere sono solo (o almeno in gran parte) gli addetti ai lavori?

Partiamo dalla definizione: chi può identificarsi come "addetto ai lavori"? Un lettore semplice non lo è, un autore sì. Ma si può dibattere anche su chi possa definirsi "autore": uno che ha pubblicato un racconto occasionale in una raccolta? Uno che ha più titoli col suo nome in copertina? Uno che partecipa regolarmente ai concorsi ma non ha pubblicato niente? E ancora, un blogger specializzato, è un addetto ai lavori o si considera parte del pubblico? Un editor o un traduttore di professione, che lavorano su testi dei più vari generi ed editori? Insomma, non è facile, e il discorso è complicato anche dal fatto che una stessa persona può ricoprire più ruoli contemporaneamente.

Facciamo un esempio con un cazzone a caso: io. L'anno scorso a Stranimondi presentavo DTS, ed ero quindi considerabile un "ospite", o comunque uno dall'altra parte del banchino. Quest'anno invece ero presente soprattutto in veste di lettore e appassionato. È vero che qualcuno mi ha cercato per un autografo (e quindi mi ha fatto rientrare nel ruolo di autore) e che ero presente a un panel (ma chi c'era si sarà accorto che in effetti ho fatto il mio intervento iniziale di 86 secondi e poi sono stato ad ascoltare), ma la mia idea di partecipazione era quella di girare, chiacchierare, scoprire, acquistare. Tant'è che in due-tre occasioni, quando magari ho chiesto una dedica, l'autore ha visto il mio nome sul cartellino ed esclamato "Ah, ma sei quel Andrea Viscusi?" (perché lo stagno è piccolo e i nomi li conosciamo tutti), proprio perché non mi sono proprio curato di presentarmi in quanto collega.

Quindi, io parto dalla mia esperienza, ma mi viene da pensare che un discorso analogo possa valere per molti altri. E allora ho iniziato a pensare che forse c'è un collegamento forte tra queta sproporzione di addetti ai lavori e i ben noti problemi di lettura in Italia.

Mi spiego. Conosciamo tutti le desolanti statistiche: gli italiani che leggono meno di un libro l'anno sono la maggioranza, una parte consistente non legge del tutto, i "lettori forti" (che in queste indagini significa una decina di libri l'anno) sono una percentuale esigua, gli uberlettori da 30-40 libri l'anno non fanno nemmeno statistica. In tutto questo, sappiamo che la narrativa di genere ha una posizione ancor più svantaggiata, perché non è promossa, non vende, la gente vuole il realismo e lo Strega lo danno ai soliti tre Grandi Editori. Quindi quel lettore occasionale probabilmente sceglie il suo libro all'anno prelevandolo dalle pile accanto alla cassa: gli può capitare per le mani un Lagioia, un Camilleri o una Ferrante quando va bene, sennò anche una Chiperi o un FaviJ. Fantascienza, fantasy, horror non esistono proprio in questo ambito.

Ne consegue che chi, imperterrito, vuole proprio proprio proprio leggersi una space opera, deve essere molto motivato. Tanto motivato da andarsi a cercare una libreria specializzata, da segnarsi un paio di editori di fiducia, da imparare a leggere in inglese per sopperire alle carenze del mercato nazionale. Tanto motivato da pensare di poter fare qualcosa per questo settore.

Ed ecco che avviene il salto. Da lettore puro, questo scellerato diventa anche un addetto ai lavori. Perché, diamine, se va così male di certo non può peggiorare se mi ci metto anch'io, anzi magari il mio piccolo contributo riesco a darlo e poi chissà. Faccio due esempi concreti con nome e cognome, mi scusreanno gli interessati se li cito ma non credo che per loro sia un problema (se fosse, ditemelo!).
  • Giorgio Raffaelli è attualmente noto nel panorama sf italiano per essere uno dei fondatori di Zona 42. Da prima che io nascessi, Giorgio era un appassionato di fantascienza e un vorace lettore, abituale frequentatore delle allora fiorenti mailing list. Ha continuato a fare l'appassionato "passivo" per anni e anni, poi nel 2014 qualcosa è scattato e ha deciso di iniziare lui a pubblicare libri. Lo ha fatto per convinzione, per passione e per cercare di migliorare l'ambiente attuale proponendo sul mercato italiano titoli nuovi e originali. Quindi, Giorgio è oggi un addetto ai lavori, e ovviamente ha interessi diretti in una manifestazione come Stranimondi (di cui peraltro è uno degli organizzatori); ma al tempo stesso, continua a essere prima di tutto un fan della fantascienza.
  • Luigi Musolino è un giovane autore che ha mosso i primi passi nei forum di scrittura come Tela Nera e Edizioni XII, più o meno nello stesso periodo in cui ci bazzicavo anch'io (il tuo nick era Idrascanian: i know what you did last summer). È noto nel nostro piccolo stagno soprattutto per i suo racconti horror, che attingolo al folklore riportando in vita antichi miti locali quasi dimenticati. Musolino scrive da diversi anni con buoni risultati, ma nel suo curriculum ha anche la traduzione de I vermi conquistatori di Brian Keene, pubblicato appunto da XII (non mi ricordo l'anno). Si presume quindi che Gigi, già appassionato lettore e autore di horror, a un certo punto abbia pensato di poter fare qualcosa di più e spingersi a diventare ancora di più un addetto ai lavori. Anche lui è passato a Stranimondi per qualche ora, e anche per lui non è facile definire in che veste abbia paretcipato.

Questi due esempi (scelti solo per familiarità, non per merito o rappresentatività) servono a illustrare il fenomeno di cui parlo. Quella "motivazione" che i lettori di genere in Italia devono avere come caratteristica innata per poter resistere (altrimenti si stancherebbero molto presto), e che può facilmente portare a un mescolamento e sovrapposizione di ruoli. Nel caso di Stranimondi, c'erano tante persone che conoscevo, molte delle quali in qualche modo addette ai lavori, ma non mi sento di mettere in dubbio la loro presenza in quanto appassionati e lettori prima di tutto. Certo, molti avevano interessi diretti, come Giorgio e Gigi qui sopra, ma penso che se non fossero stati un editore e un autore avrebbero partecipato lo stesso.

Mi viene da pensare che là fuori dallo stagno, dove il pubblico è più ampio e non deve sforzarsi più di tanto per trovare qualcosa che coincida con le sue passioni, siano molto più isolati i casi in cui un lettore è tanto motivato da volersi impegnare in prima persona. Nell'ambito del fantastico invece, viene operata una sorta di selezione naturale che porta solo i più determinati ad andar avanti, e la stessa determinazione è quella che poi li spinge a fare qualcosa. Vanity press a parte, ma quello è un fenomeno tanto trasversale e riconoscibile che lo escludo da questo discorso.

Tutta quest'analisi non serve a concludere "meno siamo meglio stiamo". È evidente a tutti questi famigerati addetti ai lavori quanto il settore della narrativa di genere fatichi a sopravvivere, ed è importante cercare di superare le barriere culturali ed economiche per raggiungere un pubblico più vasto. Sarebbe anche ideale smettere di sgomitare in questa patetica guerra tra poveri che combattiamo da decenni e cercare una strategia condivisa piuttosto che il mors tua vita mea. A mio avviso segnali incoraggianti ci sono, ma si può fare di meglio. E occasioni come Stranimondi, abbastanza giovane da poter ancora decidere di prendere una direzione diversa, più user friendly per i profani, non sono da sottovalutare.


Concludo con una nota personale, che lego a questo discorso ma in realtà si può applicare in molti altri contesti simili. Quasi sempre, quando sento fare discorsi simili a quello da cui parte questo post ("Tutti scrivono, nessuno legge" e variazioni sul tema), il discorso parte da qualcuno che scrive, ed è rivolto in tono polemico non tanto a quelli che non leggono, quanto agli altri che scrivono, con l'implicita accusa di dilettantismo nei loro confronti. Il sottinteso di solito è "Smettetela di scrivere, voi che non sapete farlo, e lasciate lavorare quelli bravi." Lo trovo un atteggiamento molto fastidioso, e credo sia la base di questa estenuante guerra tra poveri di cui parlavo sopra. Io non considero il mio "diritto" di scrivere e pubblicare insidiato dallo stesso diritto espresso dagli altri. Il che non vuol dire mettere tutto sullo stesso piano: le porcate si riconoscono e alla lunga si perdono nel mare di palta di cui è costituito il 90% di tutto. Ma non è affermando la propria zona di controllo sul territorio che ci si realizza come autori, o addetti ai lavori in senso più ampio. Quindi ognuno si preoccupi di fare bene il proprio lavoro prima di additare le mancanze degli altri, già questo potrebbe bastare a creare un clima più sereno e collaborativo.

Coppi Night 09/10/2016 - Essi vivono

Come ho affermato in altre istanze del Coppi Club, non mi piace commentare i film storici (non nel senso di "film di storia", intendo "film che hanno fatto la storia") o cult, per la semplice ragione che di solito il mio contributo al dibattito è pressoché nullo. They Live rientra a pieno titolo alla categoria del cult, grazie ad alcuni elementi fondamentali: epoca, regista, protagonista, idea, effetti speciali. La ricetta perfetta.

Ma in questo caso mi spingo ad affermare che di Essi vivono ho in effetti qualcosa da dire, qualcosa di controverso che mi varrà qualche nuovo nemico. Il fatto è che rivedendo il film oggi (per la terza o quarta volta, non so) l'ho trovato noioso per una buona parte.

Fermi coi forconi! Fatemi spiegare meglio. Non c'è dubbio che l'idea su cui si basa il film (adattamento di un racconto breve) sia fortissima, anzi ancora molto attuale, se non più di quanto lo fosse trent'anni fa. Non nego che alcune scene siano spassose e altre più intense, che l'intero film sia pervaso da un sentimento agrodolce che riesce a farti smarrire i punti di riferimento: bisogna ridere o preoccuparsi? Tutto questo rimane valido ed è il nucleo indissolubile del film, insieme alla strepitosa resa dei mostri invasori.

Ma, rivedendolo adesso, forse con un senso critico più sviluppato di quanto potessi averlo dieci anni fa, mi sono reso conto che la parte iniziale non passa mai. E non intendo che avrebbe dovuto essere carica di azione e sparatorie, film "lenti" li sopporto bene (e al tempo stesso mi annoiano anche le marvelate), ma per un terzo buono di film, più o meno fino a quando il protagonsita non trova i famigerati occhiali, non succede quasi nulla di concreto, e si passano interi minuti a seguire letteralmente lui che cammina da una parte all'altra. Le cose poi migliorano, ma non si sistemano del tutto: emergono alcuni buchi nella trama, persone che compaiono dove non dovrebbero essere, comportamenti poco coerenti, piani elaborati senza criterio. Insomma, tutt'altro che un prodotto ben costruito, sembra invece che alcune parti siano pure filler e le transizioni da una sequenza all'altra siano improvvisate senza una vera scrittura alle spalle.

Ma soprattutto, e questo proprio non lo ricordavo, diosanto quella musica che non si cheta un attimo! E arriva a essere insopportabile come certe pianolate di Manuel De Sica di cinepanettoniana memoria. Mi riferisco a questo pezzo, ripetuto in loop per tre quarti di film:


Quindi, ecco, stavolta siamo davanti a un cult che forse andrebbe ricontestualizzato. Non si può dire che sia un film "brutto", ma forse è invecchiato male, molto peggio di altri suoi coetanei. Continuerò a ricordarlo con affetto ma non so se vorrò vederlo di nuovo. Assimilato quello che aveva da trasmettermi, penso di poter evitare di risentire questa musichetta.

Rapporto letture - Settembre 2016

Ho sfruttato il mese di settembre per mettermi in pari con alcune letture che avevo intenzione di completare in vista di Stranimondi, per avere una prospettiva su alcuni degli autori/ospiti che dovrebbero essere presenti.

Ad esempio ho letto il primo e finora unico libro di Tricia Sullivan tradotto in italiano, ovvero Selezione naturale, pubblicato da Zona 42. Questo romanzo è qualcosa di insolito, una storia composta di due parti sostanzialmente scollegate nella trama, ma unite da un'affinità non proprio evidente di temi. Metà libro segue un gruppo di ragazzine che si trovano in un centro commerciale e fanno partire una sparatoria, l'altra metà è ambientata in un'epoca futura in cui un virus ha sterminato quasi tutta la popolazione maschile e i pochi uomini sopravvissuti sono allevati per la riproduzione. Le due parti procedono in parallelo, ed entrambe giocano in qualche modo sugli stereotipi di genere a cui siamo abituati. Non è chiaro (o almeno non lo è per me) se le due storie siano anche consequenziali, ma alcuni elementi in comune sono palesi. Nella parte finale si inseriscono alcuni elementi quasi surreali o metanarrativi, e si arriva quasi a credere che i personaggi siano al corrente di essere parte di una storia, ma non si capisce quale sia la storia e quale la storia nella storia. Quello che l'autrice riesce a ottenere in ogni caso è una scrittura incisiva, che riesce a catturare e sfruttando l'ironia e il paradosso porta a riflettere su alcuni argomenti che spesso diamo per scontati. Voto: 7/10
 
 
Avevo iniziato a leggere il numero 77 di Robot già diverse settimane fa, intervallando la lettura ad altri volumi, ma solo a settembre sono riuscito a completarla. Come sempre i contenuti del volume sono di livello altalenante. Abbiamo un racconto interessante vincitore del premio Locus, che però mi pare azzardato definire fantascienza. Il racconto di Emanuela Valentini vincitore del Premio Robot, a mio avviso piuttosto insipido visto che oltre all'avventura di due ragazze in una Parigi steampunk non dice molto. Un raccontino leggero e divertente di Alain Voudì, anche questo però senza un vero peso. Più strutturato quello di Valentino Peyrano, che soffre però di deus ex machina nella parte finale. Tra gli articoli lo spazio maggiore è per l'intervista a Vittorio Curtoni, che però risale al 1996, e insomma, in vent'anni di cose ne sono cambiate, anche nell'ambito asfittico della fantascienza italiana. Qualche spunto di riflessione su sequel e serializzazione, tratti dall'uscita di Star Wars VII, niente che non si trovi su qualunque portale dedicato al fandom. Insomma, nel complesso un numero che non spicca troppo per contenuti, mediamente interessante ma con pochi picchi di qualità.


Infine un'altra autrice italiana, Elena Lazzeretto che con I Sognatori ha pubblicato la raccolta I racconti della malanotte. Il libro contiene cinque racconti di generi diversi, dalla fantascienza all'horror al realismo magico. Sono storie tra loro scollegate, che però hanno in comune una certa atmosfera soffusa, toni che si ritrovano spesso nei personaggi in cerca (metaforica o letterale) della luce o della giusta luce. La scrittura lieve contribuisce a delinare queste sfumature crepuscolari, in racconti che raramente puntano sul facile brivido del plot twist ma piuttosto crescono lentamente, aggiungendo via via colori e sfaccettature alle storie che si sviluppano sulle pagine. Voto: 7/10

Coppi Night 02/10/2016 - Time Lapse

Quanti altri film sui viaggi nel tempo potranno mai fare? Dopo Ritorno al futuro, i vari Terminator, L'esercito delle 12 scimmie, Looper, Predestination, Primer, La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, Source Code... quanti ancora potranno sfruttare questo tema e i paradossi che si porta dietro? A essere sincero per quanto mi riguarda è un tema che mi intriga sempre, anche se non sempre lo svolgimento mi soddisfa. Ci sono molti modi di affrontare il viaggio nel tempo, tante interpretazioni tutte altrettanto valide fintato che si parla di una materia puramente speculativa, che con ogni probabilità rimarrà così per sempre (dubito che il viaggio nel tempo propriamente detto sia in effetti realizzabile). Partendo dalle stesse premesse è possibile sviluppare una storia in tanti modi diversi, ed è qui che emerge la vera differenza: ormai il pubblico è abbastanza smaliziato da non farsi più stupire dal classico "lui è me nel futuro". Quindi come un buon film sui viaggi nel tempo (ché ne ho visto anche di mediocri negli ultimi anni) deve saper adattare bene i paradossi che tutti conosciamo bene e che da soli non bastano a sorprendere.

In questo senso Time Lapse se la cava alla grande, soprattutto considerando che si tratta di un film a basso budget, con pochi attori sconosciuti, giusto un paio di scenografie, e poco altro. Quindi un film che punta interamente sulla forza della sua storia, che parte già da una variazione interessante sul tema del viaggio nel tempo: una macchina fotografica che scatta una foto dal futuro, esattamente le 24 ore successive. Sono tre ragazzi che convivono (una coppia e un amico) a fare la scoperta nell'appartamento di fronte al loro, rimasto vuoto dopo la scomparsa dello scienziato che lo abitava. La macchina è puntata sulla vetrata del loro soggiorno, e così con le foto scattate in automatico dall'apparecchio possono sapere cosa accadrà alle ore 20 del giorno successivo. Non si tratta quindi di un "viaggio" in un altro tempo, ma del passaggio di informazioni dal futuro al presente. Il che non è poco.

I ragazzi scoprono presto un modo di sfruttare a proprio a vantaggio la macchina, ma altrettanto in fretta si trovano a fronteggiare una serie di situazioni poco piacevoli, quando il loro segreto inizia a trapelare. Ma oltre alle minacce esterne, quello che più sconvolge gli equilibri della casa sono dilemmi di natura morale/filosofico. Quanto di quello che vedono nelle foto è già "predestinato" e quanto è sotto il loro controllo? Possono in qualche modo cambiare quanto vedono nelle immagini (che sia piacevole o meno), o sono in qualche modo obbligati a seguire solo e soltanto quel percorso? Quanto di ciò che fanno dipende dalla loro effettiva volontà e quanto dal fatto di aver saputo in anticipo ciò che avrebbero fatto? Sono interrogativi che più o meno tutti si pongono, in momenti diversi del film, e che non vengono in realtà risolti, ma solo messi da parte quando la situazione richiede una loro presa di posizione.

Ciò che rende questo film interessante sono le dinamiche all'interno del gruppo, il modo in cui vengono manipolate dalla scoperta della macchina e dalla conoscenza del proprio futuro. Lo spettatore si sente coinvolto e invitato a "tifare" per uno dei tre, quello che secondo lui si mostra più coerente o più adatto ad affrontare la situazione. Ecco perché il film, nonostante qualche inceppamento nel ritmo e performance non proprio di rilievo, si regge benissimo. C'è anche spazio per un twist finale piuttosto inaspettato, non un vero e proprio WTF-moment, ma una rivelazione finale che rimette in discussione quanto si è pensato fino a quel momento.

Quindi, finché qualcuno farà dei film sui viaggi nel tempo come Time Lapse, per me possono continuare ad andare avanti quanto gli pare.

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