Coppi Night 12/11/2017 - Il gioco di Gerald

È un periodo d'oro per Stephen King, con il continuo avvicendarsi di trasposizioni di suoi lavori, come se in passato fossero mancati. I risultati sono al solito altalenanti, da una dimenticabilissima Torre Nera a un It godibile ma poco incisivo, e i risultati migliori pare possano arrivare dalle storie che nelle premesse non sembrano avere la stessa forza. Il romanzo Il gioco di Gerald infatti è noto per essere uno dei più lenti di King, in cui si passano oltre trecento pagine su unico personaggio incapace di muoversi: come ce lo fai un film?

Eppure un film ce l'hanno fatto, e sorprendentemente è uscito anche bene. La storia non è quella del Gerald del titolo, ma di sua moglie Jessie: rintanati in una cabin in the woods per un weekend romantico, Gerald ammanetta Jessie al letto per risvegliare la libidine sopita ormai da tempo, e si aiuta anche con una magica pasticchina azzurra. Ma l'emozione forse è troppo forte, e il marito ha un attacco di cuore e le crolla addosso, morto. Jessie rimane quindi sola e isolata, legata a letto, senza possibilità di muoversi, mangiare, bere, chiedere aiuto... e con qualche strana presenza che sembra avvicinarsi di notte.

Non ho letto il libro quindi non so se lo svolgimento è lo stesso. Ma il modo in cui viene affrontata la parte centrale del film, con i dialoghi di Jessie con le allucinazioni del marito morto e di se stessa libera, riescono a tenere alto il ritmo. A questi si alternano flashback su un ricordo traumatico della sua infanzia, e momenti di alta tensione quando la presenza misteriosa (reale o immaginaria) si avvicina.

C'è molto in questo film, ed è stato confezionato con un'attenzione particolare a temi molto attuali... forse troppa attenzione (ci torneremo tra poco). Ma il percorso interiore di Jessie è davvero autentico e avvincente, e si arriva a sentire come la sua liberazione dalle manette che la incatenano al letto possa venire solo da questa sua liberazione interiore. Ci sono scene forti, quasi gore, ma sono poche e così ben dosate che non sono nemmeno quelle le più impressionanti del film. Spoiler da qui a fine paragrafo: personalmente la scena più terribile è stata a mio avviso quella in cui si vede il padre di Jessie convincere la bambina a non raccontare dell'episodio avvenuto durante l'eclissi. Un episodio che non si configura tecnicamente come violenza sessuale, ma che certo può avere un impatto sulla ragazzina: il modo in cui il padre riesce a manipolarla facendole credere che sia lei a voler tenere il segreto è una vera mattonata, e parla per migliaia e migliaia di casi simili di cui non si è mai saputo nulla.

Ma questo tentativo di voler mostrare la violenza e la sopraffazione subìta da Jessie (e per estensione, da altre donne) è anche il punto dove il film scivola nel finale. E lo fa in modo grossolano, con una lunga narrazione fuori campo in cui Jessie racconta l'epilogo della sua storia in una lettera a se stessa. Tutto ciò che fino a quel momento era suggerito, allegorico, rimesso all'attenzione e sensibilità dello spettatore, viene spiattellato con le parole. Come se arrivati a quel punto gli autori si fossero chiesti "sì ok, ma si capisce cosa vogliamo dire?" e nel dubbio abbiano deciso di renderlo esplicito. Nel momento in cui, durante un sogno, Jessie vede se stessa da ragazzina, seduta sul letto dove ha parlato con il padre, con le manette che le ha messo Gerald, si capisce perfettamente il valore metaforico di quella immagine. Invece no, è stato necessario citare espressamente le manette che lei ha ricevuto, da bambina e da adulta. Anche il mistero della presenza/mostro viene svelato, e se anche questa soluzione è fedele al libro (non so), avrei preferito di gran lunga che il dubbio rimanesse vivo. Non capisco perché si sia voluta rovinare tanta atmosfera con un infodump così brutale, e se dovessi consigliare a qualcuno la visione direi di terminarla a 6-7 minuti dalla fine.

Da notare anche come il film sia punteggiato di riferimenti ad altre opere kinghiane: l'eclissi e altri particolari di Dolores Claiborne, le cose preziose, la bag of bones, Cujo. La storia in realtà non è direttamente collegata alle altre, quindi si tratta poco più di easter egg, come quelli sparsi all'interno de La Torre Nera e lo stesso It. Qui fortunatamente si incastrano abbastanza bene negli eventi da non distrarre, ma visto che ultimamente piace a tutti fare questo tipo di giochi, starei attento a non arrivare al punto in cui queste piccole citazioni siano il punto focale della narrazione, invece della storia in sé.

La stanza profonda dentro il salotto buono

Sabato scorso sono stato al Pisa Book Festival da cui ero mancato da un paio di anni, e ho partecipato con interesse a un panel, il primo che ho trovato: un incontro con Vanni Santoni per parlare del suo libro La stanza profonda. Era uno di quegli incontri obbligati dalle scuole, inserito nel contesto di una qualche iniziativa di promozione culturale per i ragazzi delle superiori, e la sala era occupata praticamente solo da studenti dai quattordici ai diciotto anni, mese più mese meno. Esclusi professori e accompagnatori, credo di essere stato l'unico ad assistere al panel di mia iniziativa. Il tema mi sembrava comunque abbastanza attuale da voler assistere, visto che di Vanni Santoni e del suo ruolo di "ambasciatore della cultura nerd" sentivo parlare già da qualche mese.

Premetto che non ho letto La stanza profonda, che mi si dice essere un testo quantomeno valido, né altre opere di Vanni Santoni, anche se ho una certa curiosità per Muro di casse, in cui l'autore parla della cultura dei rave techno clandestini dei primi anni 90. Non parlerò quindi del libro in sé ma del suo impatto sull'ambiente culturale italiano.

La stanza profonda tratta essenzialmente di due argomenti di base: il gioco di ruolo e la provincia. Il secondo tema è perfettamente in linea con quelli di un libro arrivato in finale allo Strega, ma il primo mica tanto. Nchessenso "giochi di ruolo"? avrà detto uno degli esimi giurati del Premio quando si è visto arrivare il libro davanti. In una parola: Dungeons & Dragons. Il gioco di ruolo inteso proprio come attività ricreativa di gruppo, in cui ogni patecipante interpreta un personaggio e si muove in un mondo immaginario seguendo le indicazioni di un master che crea la storia e l'ambientazione. Santoni nel libro riporta in parte quella che è stata la sua esperienza, e come il gioco di ruolo abbia accompagnato la sua crescita dai dodici fino ai quarant'anni suonati, costituendo un potente collante nei rapporti con gli amici di sempre. Una visione romantica, un po' nostalgica come lo è ogni volta che un adulto guarda alla sua infanzia, ma non autoindulgente. Personalmente non ho mai giocato di ruolo, nemmeno online: la mia esperienza si limita a qualche RPG giocato sul computer (Baldur's Gate, Might and Magic, Diablo), ma quando avevo interesse per questo tipo di attività non esistevano connessioni capaci di reggere una sessione di gioco multiplayer, e quando la tecnologia lo ha reso possibile non ero più interesato io. Poco male, il punto non è se e come i giochi di ruolo abbiano davvero un valore formativo. Quello che mi interessa è come Dungeons & Dragons venga ora percepito materia di studio, argomento meritevole di ricerca e quasi quasi anche di un Premio Strega.

Insomma, come funziona davvero questo sdoganamento della cultura nerd.

Se ne sta parlando tanto in molti ambiti, soprattutto all'interno di chi quella sottocultura l'ha vissuta e animata fin dall'inizio, all'epoca in cui nerd era l'etichetta in grado di garantire la verginità fino ai 30 anni. Molto è stato già detto, ma la mia esperienza a questo incontro mi sembra interessante perché ho visto il modo in cui i giovani studenti si approcciano all'argomento: un vero e proprio confronto tra generazioni, i nerd storici contro le possibili nuovi leve del movimento.

Ma l'approccio dei ragazzi si è rivelato tutt'altro che leggero. Formale, distaccato, analitico. Certo, bisogna sempre tenere presente che sono studenti probabilmente costretti a partecipare a questo evento, che si trovano a intervistare e interagire con uno Scrittore, e una certa soggezione è perfettamente giustificabile. Ma non è tanto nell'atteggiamento mostrato, quanto nei contenuti che sembravano cogliere o voler imporre al libro di Santoni ad avermi perplesso. La loro lettura de La stanza profonda è stata una ricerca di un significato profondo, di allegorie e critica sociale, una rincorsa all'artisticità che deve esserci in un libro.

Sono ben consapevole che questa impostazione non se la sono inventati i ragazzi. Ci mancherebbe altro che un adolescente analizzi di sua iniziativa un romanzo contemporaneo per trovarne le figure retoriche. È ovvio che questo modo di esaminare il testo è stato a loro suggerito dagli insegnanti. Ed è qui la stortura di base che mi è saltata gli occhi: il gioco di ruolo, come Santoni stesso dice, era un fenomeno nato dal basso, un'espressione della cultura di massa estranea alle élite e trascurata nel migliore dei casi, fraintesa negli altri, sia dall'ambiente culturale che dai media. Ma adesso, grazie a una serie di circostanze che sarebbe troppo complesso affrontare qui, la prospettiva sta cambiando. Il gioco di ruolo, ma più in generale la cultura nerd, sono diventati oggetto di analisi da parte di chi la Cultura la fa di mestiere. L'élite se ne è appropriata, e ha iniziato a trattarla con gli strumenti con cui affronta ogni tema.

Non sto dicendo che Vanni Santoni sia il responsabile di questo trattamento, né che fosse sua intenzione suscitare questo tipo di attenzione da laboratorio. Anzi, è evidente che la sua passione e il suo coinvolgimento siano genuini. In un articolo scritto dopo l'ultimo Lucca Comics, sul suo blog Mauro Longo parla di Santoni come di un possibile leader capace di riscattare la cultura nerd agli occhi del grande pubblico. E anch'io credo che lui potrebbe riuscirci e lo farebbe col cuore. Ma non è lui il problema, e nemmeno il "grande pubblico". Il nemico è lo stesso che avevano i nerd trent'anni fa: l'estabilshment. Il Sistema che se non può comprenderti, ti imbriglia. Ti digerisce in modo da assimilare quanto gli è utile, ed espellere il resto.

L'ho percepito nelle domande che gli studenti, incoraggiati dai professori, hanno rivolto all'autore. E ho notato anche le sue risposte evasive, tese a minimizzare l'impatto Artistico e Sociale di quello di cui si stava parlando. Scambi del tipo:
D: Quindi il gioco di ruolo è anche una lezione di vita?
R: Lo è stato per me in quel momento, ma tutto può essere una lezione di vita.

D: Quindi giocando online si perde il vero valore che sta dentro il gioco di ruolo?
R: In tutti i periodi di transizione si perde e si guadagna qualcosa, e oggi viviamo in un periodo di transizione verso l'era digitale.
Questo desiderio di vedere per forza il risvolto sociale, storico, attuale, attinente alla vita reale e alla Cultura, è lo stesso atteggiamento che ha portato in origine i giochi di ruolo e tutto quanto vi ruota intorno a essere considerati come lo erano. Ora possono aver guadagnato lo status di "fenomeno culturale" ma questo non significa che se ne tragga lo spirito, l'idea fondante.

Rispondendo alla domanda in cui spiegava il titolo del libro, Santoni spiegava che "la stanza profonda" è in senso letterale la cantina dove si ritrovava coi suoi amici a giocare a D&D, ma che questo ritrovarsi nel seminterrato assumeva anche una connotazione diversa: i ragazzi dovevano svolgere questa attività quasi di nascosto, nella stanza più lontana e inaccessibile rispetto al salotto di casa, dove invece si compivano tutti quei rituali di affermazione di una società medio-borghese che scimmiottava le abitudini dei nobili di un secolo prima.

La mia impressione è che nemmeno adesso si possa giocare apertamente nel salotto: la stanza profonda si è trasferita dentro il salotto buono, ma è ancora un ambiente separato. Il gioco di ruolo e tutta questa sottocultura nerd è ora a portata di mano, e può essere osservata e discussa con il distacco e la curiosità con cui si studia un formicaio. Ma non se ne fa parte, non la si comprende nelle sue motivazioni e origini.

Non voglio che questo ragionamento suoni come un banale "ai miei tempi era diverso", anche perché come ho detto ai miei tempi manco giocavo di ruolo, come non lo faccio ora. E non voglio nemmeno accusare le nuove generazioni di superficialità e disinteresse, anzi. Certo durante l'incontro c'era chi chiacchierava e stava attaccato al telefono, ma in fondo sono adolescenti ed è normale che mostrino poco interesse per attività imposte dall'alto. Io stesso a quell'età prendevo gli incontri con gli "ospiti" a scuola come occasione per saltare ore di lezione; diamine, anche andare ad Auscwhitz per me è stata poco più di una gita sulla neve, quando avevo diciassette anni. Ma non sono i giovani il problema, è l'ambiente che li indirizza e insegna loro cosa è importante e come lo si affronta. E la risposta è: sempre nel solito modo. È curioso notare come la persona in tutta la sala che si è data più da fare con le foto all'autore e ai ragazzi (a volte richiamandoli per farli mettere in posa), senza prestare attenzione a una sola parola di tutto ciò che veniva detto, era una delle professoresse accompagnatrici.

Avrei voluto rivolgere una domanda in questo senso a Vanni Santoni. Chiedergli se lui ci crede davvero, anche se mi rendo conto che la sua è una posizione un po' scomoda. Purtroppo non c'è stata occasione perché il panel si è protratto oltre l'orario prestabilito e ci hanno mandato fuori in fretta per far spazio all'evento successivo. Santoni è stato circondato per i selfie, io mi sono allontanato, e nelle ore seguenti che sono rimasto al Book Festival non l'ho più visto.

A proporre il primo selfie, naturalmente, c'era quella prof.

Coppi Night 05/11/2017 - Ratatouille

Ma come, non avevi visto Ratatouille? No, non l'avevo visto. Se è per quello non ho mai visto nemmeno Apocalypse Now o Citizen Kane. Un po' alla volta cercheremo di rimediare, e a questo giro è toccato a uno dei primi film Pixar di successo.

Ratatouille, manco a dirlo, segue una ricetta perfetta. È scritto seguendo il più classico dei manuali di sceneggiatura, rispetta una struttura tipica e riconoscibile, crea conflitti e li risolve, rende i personaggi relatable e ci fa empatizzare con loro. Le tematiche di fondo sono comuni a tutti, e valgono per entrambi i protagonisti, bipedi e quadrupedi: l'inadeguatezza, la ricerca di un proprio ruolo in un mondo che sembra già assegnarcene uno, il tradimento delle aspettative di chi abbiamo intorno. In più, tratta un argomento non molto seguito dal cinema (la cucina), e riesce lungo il percorso a essere abbastanza divertente.

Quindi c'è poco da dire su un film del genere, che nella sua semplicità (intesa come aderenza ai principi base della cinematografia) funziona al meglio su tutti i fronti. No, ok, una cosa da dire ce l'ho: la sceneggiatura è stata scritta da Brad Bird, autore di diversi altri film di grande successo, come Gli Iincredibili (anche questo mi manca), Tomorrowland alcune puntate dei Simpson, e soprattutto Il gigante di ferro, che è una delle opere d'animazione che è stata capace di farmi piangere. Ora, vedendo quest'ultimo film si possono notare diverse affinità con Ratatouille. Per esempio, quali sono i temi di fondo nel Gigante di ferro, che riguardano sia i protagonisti organici che quelli meccanici? Così a naso direi l'inadeguatezza, la ricerca di un proprio ruolo in un mondo che sembra... ehi, ma è la stessa cosa del topo cuoco!

Esatto, ci troviamo con due storie che hanno un tema di fondo praticamente identico, eppure sfido chiunque a dire che siano uguali tra loro, o a sostenere che una volta visto Il gigante di ferro, non c'è nessuna ragione per guardare Ratatouille e viceversa. Tutto questo come efficace esempio di come sia possibile raccontare la stessa storia, trasmettere lo stesso messaggio, in modi diversi e sempre validi, mantenendo potenzialmente all'infinito l'interesse e l'intrattenimento dello spettatore. È una bella lezione di tecnica narrativa mi è balzata davanti, forse per via del mio interessamento recente all'aspetto teorico di questa disciplina.

Lo so, è una digressione totalmente slegata dal contenuto del film, ma d'altra parte quando si parla di un lavoro universalmente conosciuto e apprezzato, non avrei comunque molto da aggiungere ai chilometri di post e giorni di conversazioni già esistenti.

Rapporto letture - Ottobre 2017

Considerando che ho passato la prima metà del mese in giro per siti Maya, penso che due letture totalizzate siano un buon risultato. Una delle due è peraltro un libro che mi ero promesso di iniziare da diversi anni.

Sto parlando de La bussola d'oro, o come da titolo originale Northern Lights, il primo libro della trilogia His Dark Materials di Philip Pullman. Avevo sentito consigliare questo libro spesso, come esempio virtuoso di young adult scritto quando ancora questo termine non esisteva, e che unisce alla classica storia di formazione temi profondi sull'autoderminazione e il potere della religione. Non avendo nemmeno visto il film mi sono approcciato senza nessuna aspettativa, e sono rimasto prima di tutto folgorato dalla ricchezza dell'ambientazione. Il mondo alternativo in cui si svolge la storia, chiaramente una Terra che non è la nostra Terra, è carico di particolari interessanti: la tecnoogia, le materie di studio, gli orsi corazzati, le streghe, e soprattutto i daemon. Quello del compagno animale legato alla propria anima, una sorta di totem vivente mutaforma, è una delle idee più formidabili che mi sia capitato di leggere ultimamente. Mentre scrivo questo commento ho da poco finito di leggere anche il secondo volume della raccolta, quindi so già molto più sull'arco narrativo completo di quando ho finito Northern Lights, tuttavia posso dire che il viaggio di Lyra mi ha catturato e trascinato, anche se non sono riuscito a entrare in completa sintonia con la giovane protagonista. Per quanto determinata e brillante, in molti casi mi è sembrata motivata solo dal suo capriccio, o forse dalla profezia che si porta addosso. Questo però non toglie niente alla bellezza del percorso, mi sono trovato letteralmente attaccato alle pagine per scoprire di più su quel mondo e sapere come finisce. E qui arriva il secondo problema, perché Northern Lights non finisce, quindi è difficile da valutare per sé. Al netto quindi di quanto so già dal secondo libro, devo comunque limitarmi a un voto 7/10 per la piacevolezza di un viaggio di cui ancora non so la destinazione.

Come defaticamento prima di passare a The Subtle Knife, ho scelto uno degli ultimi titoli di Future Fiction, nello specifico il piiù recente autore italiano pubblicato... me escluso. Nicoletta Vallorani è un'autrice d'esperienza, che si è occupata di generi diversi e in Il catalogo delle vergini affronta in tre racconti diversi un tema comune, quello dello sfruttamento, in particolare delle donne e del loro corpo. Le tre storie sono indipendenti tra loro, ma si capisce che si svolgono nello stesso futuro vicino e difficilmente definibile distopico, nel senso che oggi ci sono già tutti gli indizi che potrebbero portarci a un futuro del genere, senza bisogno di catastrofi, guerre o dittatori. Donne senza identità, senza vita, o alle quali tutto ciò viene sottratto, e che trovano riscatto solo combattendo con gli stessi mezzi che dovrebbero renderle schiave. Se c'è un appunto che posso fare è che alcune parti sono fin troppo raccontate, quasi come la narrazione introduttiva di un film, e si fatica a capire quello che sta accadendo ora all'interno della toria. La qualità e drammaticità della scrittura compensa comunque questi momenti di azione sospesa, e la lettura rimane quindi densa di suggestioni. Voto: 7/10

Coppi Club 29/10/2017 - Mindhorn

Il revival anni 80 è una delle tendenze che tira di più ultimamente, vedi il successo di serie come Stranger Things, ma anche film tipo il nuovo It, e il continuo fiorire di remake/reboot di franchise di successo di quegli anni. Sappiamo tutti che finirà presto, ma come usano dire tutti i produttori di cinema, "finché dura fa verdura". E in questo solco si inserisce anche Mindhorn, action comedy prodotto da Netflix e uscito pochi mesi fa.

La storia è quella di attore in disgrazia, popolare ai tempi del poliziesco degli anni '80 (Mindhorn, appunto) di cui era il protagonista, che cerca di far sopravvivere la sua carriera nonostante la palese assenza di qualsivoglia talento, e un nome che ormai non apre più nessuna porta. Abbandonato dal suo agente, dimenticato dai colleghi, e costretto a dubbie performance nella pubblicità, coglie l'occasione di un killer che sembra ossessianto dal vecchio telefilm e dichiara di voler parlare solo con lui. L'attore viene convovato dalla polizia sull'isola di Man per collaborare alle indagini, ed è qui che mette in scena la sua nuova performance, certo dell'attenzione mediatica che il caso riceverà.

Il film si muove quindi su due piani, da una parte seguendo l'omicidio e il mistero che si nasconde dietro a questo, che va oltre un "normale" killer; dall'altra i tentativi dell'ex Mindhorn di riguadagnare la sua popolarità, rientrando in contatto con i colleghi dell'epoca, tutti passati a nuove fasi della loro vita, a differenza di lui. Il protagonista è un personaggio egocentrico e presuntuoso, convinto che il mondo debba riconoscere il suo talento. Si appoggia anche a personaggi di caratura simile, falliti che vivono delle briciole lasciate dalle altre star. La maggior parte delle gag deriva quindi da questo contrasto tra le illusioni del protagonista e la realtà di un mondo che è andato avanti per trent'anni.

Ma questo è allo stesso tempo anche il punto debole del film. Dopo la sequenza iniziale durante le riprese di Mindhorn e le prime scene che servono a capire l'attitudine del protagonista, il resto del film prosegue sempre sulla stessa strada, proponendo a oltranza le stesse situazioni. Rimane quindi difficile empatizzare con un personaggio che di per sé è odioso, e dopo mezz'ora di film non è più nemmeno simpatico. Oltre a questo, anche la soluzione degli omicidi avviene in modo del tutto indipendente dalle sue azioni, e per tutto il film è soltanto un agente passivo, capace solo di autocompiacersi.

Mindhorn avrebbe funzionato meglio se invece di durare un'ora e mezzo fosse durante venticinque minuti, una specie di mediometraggio alla Kung Fury, dove l'assurdità delle situazioni e l'incoerenza dei personaggi non pesa troppo, visto che tutto è talmente concentrato da non dare il tempo di pensare. In questa forma allungata invece tutto appare molto presto annacquato e stantio, a danno di un'idea di base valida e interpretazioni efficaci.

Coppi Night 22/10/2017 - El Bar

Ho già avuto modo di constatare in passato come i film di genere spagnoli si rivelino più interessanti di quello che si direbbe, e che forse vale la pena approfondire l'argomento. La scelta di El bar deriva in parte da questo tentativo di conoscere meglio la produzione cinematografica spagnola e anche in questo caso posso dire che ci si trova di fronte a un film per lo meno interessante e ben costruito.

La base della storia è piuttosto semplice: un gruppo di sconosciuti rimane chiusa in un bar nel centro di Madrid e deve cercare di uscirne. La complicazione sta nel fatto che a quanto pare chiunque metta la testa fuori viene abbattuto da dei cecchini. La ragione di questo stillicidio viene chiarita nel corso del film, ma fin da subito risulta evidente che c'è qualcuno, all'interno di quel piccolo gruppo, che nasconde un segreto per il quale c'è gente disposta ad uccidere.

Il meccanismo quindi è quello dell'ambiente chiuso e sospetto reciproco. Tutti sanno di trovarsi in una situazione dalla quale potranno uscire soltanto agendo prima degli altri, tenendo nascoste le proprie conoscenze e capacità, alimentando i conflitti per approfittare della confusione. Le alleanze tra i vari personaggi si formano e si sciolgono, i contrasti esplodono e si arriva presto alle mani. La situazione peggiora quando, una volta compresa l'origine della loro situazione, si rende chiaro che sarà impossibile uscirne tutti vivi, e sono richiesti dei sacrifici.

Personalmente lo trovo uno spunto sempre valido, da cui possono nascere dinamiche differenti ogni volta (penso ad esempio a Cube). Certo la sfida in questo caso è quella di caratterizzare i personaggi senza farli cadere nello stereotipo, cosa in cui il film in questione riesce solo in parte. Mentre alcuni dei protagonisti hanno effettivamente una dimensione reale e plurisfaccettata, altri agiscono un po' da macchietta. Chiaramente quando ci sono 7-8 protagonisti è ovvio che non tutti possono ottenere lo stesso sviluppo, e maggiore cura sarà data a quelli che alla fine si riveleranno gli attori del climax. In generale comunque i personaggi funzionano e si possono considerare coerenti con le proprie intenzioni.

C'è anche da dire che a visione ultimata non rimane molto di questo film, non ci sono particolari temi che emergono, anche in forma allegorica/metaforica, e rendono le vicende mostrate più significative. Il tutto va preso per il suo senso letterale e lì ci si ferma. Ma insomma, un film senza livelli di lettura ulteriori può comunque funzionare, se è ben realizzato, e in questo senso El bar si può considerare soddisfacente.

Che fine hanno fatto le colonne sonore?

La settimana scorsa sono stato al cinema tre volte, battendo il mio record di frequenza cinematografica. Certo non era un record difficile da battere, con una media di 4-5 volte all'anno, spazzato via da due film al cinema nello stesso giorno. Ho visto due volte Blade Runner 2049 (mai successo prima di rivedere al cinema lo stesso film, questa è stata una mirabile eccezione con validi motivi) e una volta It. La visione di quest'ultimo è stata una delle esperienze al cinema più terribili che io ricordi, visto che ho passato buona parte del film a zittire i ragazzetti in sala invece che a seguire lo schermo. Ma questo post non parla né di Blade Runner 2049 né di It, almeno non in maniera diretta.

Forse la riflessione mi è sorta confrontando a distanza di poche ore l'impianto musicale del primo film (prepotente, ossessivo, coerente) con il secondo (marginale, prevedibile, generico), ma il discorso si applica in termini molto più ampi di questo caso specifico. E la questione è: perché nei film di oggi si sta perdendo la componente musicale?

È una cosa che emerge in modo evidente se vado a ripercorrere gli ultimi film che ho visto, sia al cinema che in altre occasioni (vedi Coppi Night, ma anche l'abuso di Netflix). Sembra che la tendenza attuale sia quella di tenere la musica come un elemento di contorno, un plus che serve a sottolineare qua e là alcuni momenti salienti, ma che di fatto non fa parte del film, al pari ad esempio dei titoli di coda... anzi meno ancora, negli ultimi anni i titoli di coda stanno acquisendo sempre più importanza con le scene bonus. Ovviamente ci sono delle notabili eccezioni, vedi appunto Blade Runner 2049 che riesce nell'arduo a ricordare la musica di Vangelis senza copiarla paroparo.

Eppure mi pare che il ruolo della musica in un film sia tutt'altro che secondario. Per dire se io adesso riascolto questo pezzo, riesco a rivedere distintamente la scena, e in parte provo di nuovo le stesse emozioni provate in quel momento, o quantomeno ricordo quello che ho provato.


E se ripercorro in rapida successione i film che in tempi recenti mi hanno catturato di più, non ce n'è uno di cui non riesca a ricordare la musica. Prendendo come campione solo quelli di cui ho parlato su questo blog, posso pensare ad Arrival, Predestination, Upstream Color, Mad Max: Fury Road, Chappie

Lo stesso esercizio non riesco a compierlo invece per tanti altri, e secondo me è un gran peccato che l'attenzione il livello di attenzione per la colonna sonora stia calando, forse per via di meccanismi di produzione che privilegiano altri aspetti: si chiama colonna sonora, si capisce che è qualcosa di importante che serve a sorreggere il film.

Parlando di colonna sonora non mi riferisco solo alla musica originale composta per un film, ma anche una soundtrack composta da pezzi appropriatamente scelti. In questo caso mi vengono decine di altri esempi validi, da Trainspotting all'altrettanto valido Trainspotting 2, da Scott Pilgrim vs The World a pressoché tutti gli altri film di Edgar Wright (e ancora non ho visto Baby Driver). Si può pensare che comporre una soundtrack in questo modo sia la strada più semplice, ma in realtà riuscire a inserire dei pezzi già noti al di fuori del film in modo che lo spettatore si sintonizzi sul giusto stato emotivo (indipendentemente da ciò che lui associa con un pezzo che magari già conosce) è tutt'altro che banale. Anzi, sbagliare in questo caso è molto più facile, quando si scambia la popolarità di una canzone per la reazione che susciterà (Suicide Squad, presente?).

Forse sono io che esagero il problema, può darsi che sia perché ho una predisposizione abbastanza spiccata per la parte uditiva piuttosto che quella visiva di un'opera. Per dire, la fotografia mi suscita effetti molto blandi, quindi un film esteticamente perfetto mi cattura meno di uno con una musica fenomenale. Ma al di là delle percezioni personali, credo che il problema della musica all'interno dei film esista davvero, e che si ricolleghi in ultima analisi a quel grande carrozzone senza conducente che sta diventando l'industria cinematografica globalizzata.

Purtroppo sono praticamente digiuno di teoria musicale per cui non sono in grado di affrontare un discorso ragionato su questo tema. Ma è un argomento che mi sta molto a cuore, per cui mi sono un po' documentato negli ultimi giorni e voglio proporre una selezione di video interessanti che sono cruciali per capire il problema della moderna composizione musicale nell'ambito del cinema. Li lascio qui, così potete seguirli e farvi una vostra idea sulla questione.





Memehunter

Dopo qualche settimana di silenzio radio, torno a pubblicare sul blog con una segnalazione fresca fresca. Era da un po' di tempo che non annunciavo una nuova pubblicazione, ma nonostante le turbolenze dell'ultimo anno e mezzo ho continuato a lavorare nell'ombra, anche se meno del solito, ed eccoci qui con un titolo su cui ho investito parecchio.

A fine settimana sarà disponibile in ebook Memehunter, un racconto lungo pubblicato sotto il marchio di Future Fiction. Se il nome della casa editrice vi suona familiare, può essere perché ne ho parlato diverse volte nei miei rapporti letture, visto che ho letto diversi titoli nel catalogo, e lo ritengo uno dei progetti più interessanti nel panorama attuale della sf italiana, con il suo obiettivo di curare la "biodiversità narrativa". Ho proposto tempo fa la mia storia a Francesco Verso, e dopo parecchi mesi di lavoro siamo arrivati alla versione finale, che vede ora la luce.


Volendo dar retta alle etichette, Memehunter si può definire un racconto cyberpunk. Lo è nella misura in cui i protagonisti sono dei giovani hacker, impegnati in una missione oltre la loro portata, e perché buona parte della storia si svolge nella Rete. Ma, signori miei, il mondo è andato avanti parecchio dai tempi di Mirrorshades, e quello stesso cyberpunk oggi ha poco senso. Oggi gli hacker non combattono tanto le multinazionale ma le bufale, e il terreno di gioco non è il cyberspazio ma i social network. È in questo contesto che si muovono Derek, un memehunter e il suo amico e socio Jo, uno snark. Insieme sono assunti da un committente misterioso per compiere la caccia al meme dei memi.

Quindi Memehunter è un po' la mia versione aggiornata di La notte che bruciammo Chrome, ma con facebook, gattini e droni. Vi si trova un po' di quella ideologia anarchica disillusa che riecheggia anche in Mr. Robot (si nota il riferimento in copertina?) e che è a sua volta una riproposizione degli ideali del movimento hacker delle origini. Ma soprattutto ribolle del caos della Rete di oggi, che come in molti addetti ai lavori hanno ammesso, è completamente sfuggita al nostro controllo, ed è diventata molto più e molto di peggio di quello strumento di comunicazione universale e democrazia diretta che tutti si aspettavano vent'anni fa.

Ne consegue anche che Memehunter potrebbe soffire di obsolescenza precoce. Soprattutto l'aspetto tecnologico e lessicale potrebbero venire superati nel giro di un paio di anni, al ritmo con cui queste cose si evolvono oggigiorno. Uno ci prova a estrapolare e speculare, ma siamo nell'era pre-singolarità, in cui le macchine si insegnano da sole i giochi da tavolo, per cui c'è un limite alla capacità di fare previsioni del nostro scadente wetware mammaliano. Tutto questo per dire che volete leggere il racconto, mai come stavolta è importante farlo ora invece che tra sei mesi!

Se siete abbonati a Future Fiction lo avete già ricevuto, altrimenti Memehunter sarà disponibile per l'acquisto da venerdì, sul sito di Future Fiction e sui maggiori store online.

Coppi Night 1/10/2017 - Okja

Okja mi era stato presentato come un film controverso che sollevava interrogativi importanti sull'alimentazione e il rapporto tra l'uomo e gli animali. E forse, scavando un po', queste cose si ritrovano davvero, ma il problema è che bisogna scavare sotto strati di noia per raggiungere questo nucleo.

Metto le mani avanti come ho già fatto in occasioni simili, dichiarando la mia scarsa familiarità col cinema coreano. In questo caso la produzione è un mix di coreano e americano, ma in certe parti si percepisce molto l'influenza di una cinematografia diverda da quella di Hollywood, di cui ammetto non essere un esperto. Ciò detto, rimane il fatto che personalmente ho trovato Okja estremamente blando, incapace di impressionare davvero nonostante il tema trattato consentisse scene forti ed emotivamente devastanti.

La multinazionale cattiva alter ego della Monsanto ci tiene tanto a fare bella figura col suo nuovo megamaiale OGM (e nessuno sembra rendersi conto che assomiglia molto di più a un ippopotamo), e forse questo piano di marketing di durata decennale è una delle parti meglio riuscite della storia. Il rapporto tra la ragazzina e l'animale viene mostrato inizialmente con qualche scena idilliaca, ma a parte abbracci e corse nel bosco non si riesce mai a percepire un vero legame. Ma peggio ancora, la bambina protagonista manca completamente di caratterizzazione, visto che parla poco e agisce sempre dietro manipolazione di qualcun altro. Il suo personaggio esiste solo in quanto controparte del maiale gigante, per questo mi è stato davvero difficile fare il tifo per lei, e di conseguenza anche per la pover bestia vittima di tutto ciò.

Paradossalmente, alcuni personaggi secondari sembrano avere una complessità molto maggiore e suggeriscono uno sviluppo narrativo tragico non indifferente. L'amminstratice della multionazionale col suo rapporto difficile con padre e sorella e i tentativi di tenere sotto controllo un'azienda troppo grande; alcuni degli animalisti, combattuti tra l'adesione ai principi del loro manifesto e la necessità di agire in modo diretto e violento; ma soprattutto, il presentatore amico degli animali interpretato da Jake Gyllenhaal, una specie di Wild Frank caduto in disgrazia e costretto a fare da testimonial a un'azienda che lucra su ciò che lui ha sempre amato. Mi sarebbe piaciuto quasi di più conoscere la sua storia, che quella della ragazzina e del suo nonno avaro.

Quindi alla fine, Okja non riesce a raggiungere la forza che potrebbe, anche nelle sequenze finali in cui viene mostrato esplicitamente il macello dove gli animali sono ammazzati e processati per farne bistecche, hamburger e salsicce. Quello che avrebbe dovuto essere un momento estremamente drammatico mi è sembrato solo una prevedibile arma tirata fuori all'ultimo momento per scioccare lo spettatore, che però, se è come me, a quel punto ha già perso interese. Peccato, perché il tema merita acute riflessioni e io stesso ci sto pensando molto nell'ultimo periodo. Non sarà però un'opera del genere a farmi propendere in una direzione o l'altra.

Rapporto letture - Settembre 2017

Settembre è stato un mese piuttosto impegnativo sul fronte personale, come testimonia la scarsità di entry sul blog di cui accennavo nel post precedente. Niente di imprevisto comunque, anzi tutto ampiamente programmato da quasi un anno, solo che quando poi ti ci trovi sotto, puoi programmare in anticipo quanto ti pare, ma il tempo non ti basta comunque. Tuttavia la lettura non ne ha risentito più di tanto, e due bei libretti sono comunque riuscito ad assimilarli.


Il primo è Paradox, romanzo di fantascienza visionaria di Massimo Spiga, pubblicato l'autunno scorso da Acheron. È una lettura particolare, e di certo non facile sotto diversi punti di vista. Il lettore non viene messo a proprio agio, lo stile a tratti è ermetico e la trama non si sforza più di tanto di farsi spiegare. Si parla di conflitti che abbracciano tutto lo spazio e il tempo, di cui l'umanità è un pedina inerme. Questa guerra cosmica piomba però nella quotidianità dei protagonisti, in particolare di Perla, giovane ragazza romana che si trova ad affrontare in prima persona lo scontro tra due avversari non del tutto umani, ma nemmeno completamente alieni, dai poteri inimmaginabili e dalle motivazioni oscure. La cosa più interessante del romanzo è sicuramente il vasto e appena visibile universo narrativo che cela, di cui non solo la ragazza, ma anche gli invasori postumani non conoscono tutte le sfaccettature. Questo è però in qualche modo anche la debolezza del libro, perché vedere questo schieramento di forze onnipotenti ridimensiona in modo drastico la rilevanza delle piccole vite umane e delle motivazioni della ragazza. Soprattutto perché, per una buona parte centrale del libro, la storia si concentra più su D (quello che siamo portati a considerare "il buono" nella guerra in atto) che su di lei. Per il resto rimane solo da rilevare che l'autore indugia un po' troppo su qualche riferimento e citazione (Finnegan's Wake di Joyce, prima di tutto), ma in sostanza l'insieme funziona. La storia non può considerarsi autoconclusiva, anche perché fa parte di un universo narrativo più ampio che comprende altre opere, altri autori, e altri media. Nonostante qualche piccola sbavatura rimane comunque una buona lettura. Voto: 7.5/10

Secondo libro letto a settembre è Sole pirata, il terzo e ultimo volume della trilogia di Virga di Karl Schroeder, pubblicata in italia da Zona 42. Dopo Il sole dei soli e Regina del sole, si torna alle avventure nell'enorme sfera cava artificiale in cui si librano varie nazioni in conflitto tra loro. Cambia di nuovo il protagonista principale della vicenda, che stavolta è Chaison Fanning, il coraggioso ammiraglio che ha condotto la grande battaglia nel primo libro, e che ritroviamo in prigione. Fatto evadere da sua moglie (come sappiamo dal secondo libro), Chaison ha intenzione di tornare al suo paese, ma viene intercettato da nuovi personaggi che lo costringono ad allungare parecchio la strada. In Sole pirata si scopre finalmente l'origine di Virga e le minacce esterne che la mettono a rischio, purtroppo però questi elementi, che sembrano i più interessanti, sono appena menzionati, mentre il libro si concentra soprattutto sulle avventure di Fanning e compagni, alcune delle quali hanno poco a che fare con la missione principale. Non che sia noioso, ma vedere i protagonisti cimentarsi con la resistenza di una piccola e sconosciuta città, quando sappiamo che nemici esterni potentissimi stanno progettando la loro invasione, sembra quasi una distrazione. Il plot viene chiuso poi in poche pagine, con un rapido confronto finale e una riunione brevissima con i personaggi dei libri precedenti. Rimane un buon libro, ma sembra quasi che l'autore non avesse più tanta voglia di raccontare la storia di questi personaggi. Voto: 7/10

Coppi Night 24/09/2017 - Dragon Trainer

Il blog è in standby da più tempo del solito, ma queste ultime sono state settimane piuttosto movimentate che hanno tenuto impegnato il mio "tempo libero" lontano da questo spazio. Peraltro, anche le prime settimane di ottobre potrebbero essere simili, quindi nessuno si stupisca se salto fuori con un paio di post o poco più: non sto mollando, ho solo di meglio da fare.

Riprendiamo quindi con un film che negli anni trascorsi da quando è uscito si è guadagnao una certa fama. È risaputo che tra i due grandi studi di animazione digitale Pixar e Dreamworks, il secondo è nettamente inferiore e tende anzi a seguire le orme del primo (vedi Pets che è praticamente Toy Story con gli animali). Nel caso di Dragon Trainer devo ammettere però che c'è del merito, sempre proporzionando le aspettative al prodotto.

La storia del giovane allenatore di draghi ha dei bei momenti, e qualche scena di azione e di volo abbastanza intensa, tanto che ora mi pare che una recente puntata di Game of Thrones possa quasi essere vista come un omaggio a questo film (vedi immagine allegata). La parte più interessante è sicuramente quella in cui vediamo il protagonista iniziare a instaurare il rapporto con il drago, e riconoscere poco per volta che tutto quanto la sua gente aveva sempre pensato delle bestie era errato, viziato da una prospettiva parziale e distorta. Avevo quasi sperato che ci fosse una componente in più di integrazione biomeccanica tra il drago, il cavaliere e i macchinari, creando un insieme uomo-drago-macchina squisistamente steampunk. Il finale fa un passetto in più in questa direzione, ma non credo che sia questo il nucleo principale della vicenda. Certo un uomo-drago bio-meccanico sarebbe stato davvero fantastico.

Ci sono ovviamente anche dei difetti. La storia è in buona parte prevedibile, e diversi anacronismi punteggiano la storia. Certo non si guarda un film del genere pensandolo come un documentario, ma se mi parli di vichinghi e non di una popolazione di un regno inventato, allora mi aspetto che non abbiano i libri stampati. In realtà mi sembra anche che i draghi non siano creature della mitologia nordica, per cui mi suona un po' strano che abbiano scelto questa popolazione invece di un'altra, oppure che appunto non ne abbiano inventata una tipo, chessò, le Isole di Ferro. Forse l'aspetto più fastidioso però è il modo in cui gli altri ragazzetti nella parte finale montano sui draghi e riescono a dirigerli senza alcuno sforzo, cosa che invalida tutta la parte centrale del film in cui Hic costruisce con fatica un rapporto di fiducia con il suo drago. Bisogna anche che qualcuno vada ad Hollywood a spiegare agli autori come funziona il fuoco, e fargli presente che se ti trovi dietro una colonna di legno che sta brucando su tutti i lati, non sei salvo solo perché il fuoco non ti ha toccato. Sai, il calore, le ustioni, la pelle che si squama...? In definitiva, un po' di cura in più avrebbe reso tutto il film più solido e godibile, e quindi insomma, in effetti siamo ancora lontani da Wall-E o Zootopia, fatevene una ragione.

Per la rubrica dei titoli tradotti con fantasia, di cui abbiamo parlato anche in occasione dell'ultimo Coppi Club, qui c'è da notare quell'altra curiosa tendenza a prendere un titolo in inglese e tradurlo con un altro titolo in inglese, che di per sé non è tanto più accessibile dell'originale. Capita più spesso diquanto pensate.

BoJack Horseman è il Boris di Hollywoo(d)?

Pochi giorni fa è comparsa su Netflix la quarta stagione di BoJack Horseman, serie animata ideata nel 2014 da Raphael Bob-Waksberg e prodotta dalla stessa Netflix che ha come protagonista il BoJack del titolo, un uomo-cavallo (in un universo in cui umani e animali antropomorfi convivono normalmente) star di una sitcom degli anni 90, che si sforza per mantenere viva la propria fama vent'anni dopo il successo e dare un senso alla sua vita. Ho scoperto la serie l'anno scorso, quando erano già disponibili le prime tre stagioni, e sto centellinando le puntate di questa quarta, perché sono contrario per principio al binge watching (o al binge-qualunque cosa, per la verità).

BoJack Horseman si presenta come una commedia, con episodi leggeri e ricchi di gag, spesso incentrate sul mondo dello spettacolo e tutto quanto vi gravita intorno. Con il procedere delle puntate inizia però un cambio di tono, e si vira verso il dramma, o quanto meno il dramedy, soprattutto seguendo il tentativo di BoJack di uscire dal tunnel di insoddisfazione e depressione della star in declino, che trascina tanto lui quanto chi gli sta intorno in un baratro di colpa e autolesionismo. Hollywood (o Hollywoo senza la D, come diventa ben presto nella prima stagione) viene rappresentata come una macchina spietata che fagocita e macina la vita delle persone che ne fanno parte, e in qualche modo tutti i personaggi principali sono compromessi dal loro ruolo nello show business.

Questo nucleo della serie mi ha portato a considerare che BoJack Horseman si può considerare, con le dovute proporzioni, una versione hollywoodiana della nostrana serie Boris. Boris è una serie italiana ormai diventata di culto, ambientata sul set di una brutta fiction italiana, in cui si viene a conoscere tutto il mondo di attori, autori, produttori e tecnici che gira intorno alla produzione di una brutta serie tv italiana. Nel cast di Boris ci sono molti nomi che proprio dalla fiction italiana sono emersi, ma che appaiono qui in una luce del tutto diversa (in senso letterale e metaforico), a dimostrazione di come spesso gli attori cani (presenti anche in BoJack Horseman, ma lì sono cani per davvero) non siano il vero problema di queste fiction.

Prima di provare a elencare le attinenze tra le due serie, chiariamo un punto importante. Il protagonista di Boris non è Alessandro, lo stagista che fa da narratore e punto di vista iniziale nella prima stagione: il protagonista è René Ferretti, il regista straordinariamente interpretato da Francesco Pannofino, che prima di questa performance era conosciuto principalmente come doppiatore. Tutti i nodi principali della trama, soprattutto dalla fine della prima stagione al (non riuscitissimo) film, convergono su di lui, mentre gli altri personaggi sono comprimari. Ma è Ferretti il personaggio di cui seguiamo l'arco di sviluppo e delle cui azioni ci importa davvero qualcosa.

Ora, è evidente che BoJack e René non sono del tutto assimilabili, ricoprono ruoli e hanno atteggiamenti diversi. BoJack è manipolatore ed egocentrico; René pavido e disilluso. Eppure entrambi si ritrovano incastrati in una posizione che sentono non gli appartiene, e hanno il proposito di cambiare se stessi e il loro mondo, cercando di fare qualcosa di buon e di meglio. BoJack ci prova interpretando il ruolo del suo eroe di gioventù Secretariat, René tenta in tutti i modi di fare buona televisione invece della solita merda a cazzo di cane che gli viene richiesta. Entrambi sono però destinati al fallimento, tanto per la loro incapacità di superare i loro personali limiti quanto per la pressione esercitata dall'esterno, che li costringe a ripetere gli stessi errori. Entrambi quindi, pur essendo in apparenza apprezzati dagli altri, si sentono vuoti e persi, e sono in cerca di una via d'uscita da questo circolo autodistruttivo.

Anche altri personaggi principali delle due serie possono essere accostati tra loro. Diane in BoJack ha qualcosa di Arianna di Boris: la ragazza forte, che cerca di mantenere il controllo e far funzionare le cose come dovrebbero, ma si scontra con la superficialità con cui gli altri affrontano i problemi. Mr Peanutbutter ha dei tratti in comune con Stanis LaRochelle, un attore a suo agio con se stesso, che non si pone problemi su ciò che lo circonda e sembra vivere sempre a favore di telecamera. Princess Carolyne può per certi versi assomigliare a Diego Lopez: entrambi si muovono nei meccanismi che stanno dietro il set, cercando far girare gli ingranaggi e trovare la miglior combinazione possibile. Todd e Alessandro sono entrambi degli estranei dell'ambiente, anche se reagiscono alle novità in maniera del tutto diversa. La quantità di personaggi secondari e comparse per entrambe le serie è elevata, per cui è complicato tratteggiare uno per uno i ruoli, ma si possono trovare molte similitudini di questo tipo.

È importante notare che Cinecittà non è Hollywood, per cui la componente parodistica e satirica differisce molto nelle due serie. Boris è profondamente italiana, e un pubblico diverso non potrebbe mai capire i riferimenti alla cultura pop e al contesto sociale che contiene, mentre il mondo del cinema americano è più conosciuto al di fuori, per cui BoJack Horseman risulta fruibile anche al di fuori della California. Ma come dicevo prima, considerando i giusti rapporti tra i due ambienti, si può notare che molte dinamiche si ripetono in modo simile. Anche gli archi narrativi seguono percorsi simili, basta pensare al tentato riscatto artistico di René e BoJack, oppure alla commistione tra spettacolo e politica.

Boris nel corso delle stagioni ha mantenuto un tono più leggero, continuando a essere principalmente una commedia, ma non per questo superficiale, in quanto il livello metanarrativo di una serie sulla produzione di una serie aggiune in molti casi una dimensione ulteriore. Dall'altra parte BoJack Horseman proseguendo riesce a toccare temi più universali e si fa decisamente più cupa, arrivando alla morte di alcuni personaggi principali e sfiorando quella del protagonista stesso. Ma in entrambe rimane sempre viva l'idea di sdrammatizzare anche le situazioni più tragiche, tanto che nella presente stagione di BoJack (no spoiler qui!) l'evento tragico della precedente è già diventato una farsa.

Il titolo di questo post naturalmente non vuole insinuare che BoJack Horseman sia un plagio di Boris. Ma è evidente che due show che partono da premesse simili, cioè mostrare la vita dei protagonisti riconosciuti e più nascosti del "mondo dello spettacolo" porta a situazioni e personaggi simili. Per cui, a mio avviso chi ha visto una serie non potrà non apprezzare l'altra, e viceversa. Quindi, alla fine dei conti, prendete questo post come un lungo e articolato consiglio di visione. Peraltro, sono entrambe disponibili su Netflix, quindi vista una si può passare agilmente all'altra. Ma niente binge watching, mi raccomando.

Rapporto letture - Agosto 2017

Altro mese di letture sotto la media, per la mia nota patologia che mi porta a leggere meno durante i mesi estivi e in occasione di ferie e vacanze di vario genere. Peraltro, questo agosto è stato anche piuttosto denso di impegni di altro genere, di cui non è appropriato riferire in questa sede, ma che stanno assorbendo buona parte del mio "tempo libero" negli ultimi mesi. Ma è stato anche un agosto di letture anomale per quel che mi riguarda, niente fantascienza propriamente detta per esempio.

Per iniziare mi sono tirato giù una bella sorsata di cultura italiana, con i Sessanta racconti di Dino Buzzati. Perché i racconti sono narrativa di livello inferiore ai romanzi, come sapevano bene gli uomini di cultura dell'epoca, tant'è che Buzzati era giustamente ostracizzato e considerato una merda qualsiasi. Premesso questo, sono certo che il mondo non abbia bisogno della mia critica a questa raccolta, ma posso dire che la lettura è stata per lo più piacevole, a parte qualche racconto che mi è parso piuttosto inconcludente, nel senso che non hanno una vera e propria storia che si svolge e si conclude, sono quasi degli spunti stiracchiati fino a riempire alcune pagine. Molto gustose sono le incursioni nel fantastico, nella fantascienza e soprattutto nel weird, come lo chiameremmo oggi. Ma all'epoca non lo sapevano che Buzzati scriveva weird, per quello lo mettono ancora sui libri di scuola. Voto: 7.5/10


A seguire ho provato un autore con cui ancora non avevo avuto a che fare, shame on me: di Joe Lansdale non avevo letto mai nulla finora. E se devo essere onesto, basandomi sulle impresioni lasciate da Sotto un cielo cremisi non è che mi sia venuta tanta voglia di proseguire nella scoperta dell'autore, considerato di culto da molti. Può darsi che abbia sbagliato il libro con cui scoprire la sua produzione, visto che si tratta di un una parte di una serie con personaggi ricorrenti con cui non ho nessuna familiarità. Può darsi che conoscendoli fin dall'inizio le avventure di Hap e Leonard assumano un loro valore, ma io le ho assorbite come una serie di "andiamo in posti, facciamo cose". Per essere una storia in cui parecchia gente muore il coinvolgimento dei personaggi stessi non è mai così alto, mi è parso quasi che fossero annoiati loro stessi di quanto stavano facendo. Insomma, non sono rimasto fulminato come molti mi avevano promesso, ma sono pronto a provare con qualcos'altro dello stesso autore, magari scelto al di fuori della serie che coinvolge questi protagonisti. Voto: 6.5/10

Coppi Night 27/08/2017 - Le deliranti avventure erotiche dell'agente speciale Margò

Devo delle scuse a qualcuno. A un'intera categoria, per la verità. È capitato molte volte, anche su questo blog, che facess il raffronto tra il titolo originale di un'opera (in genere un film) e la sua trasposizione italiana, per sottolinare la scriteriatezza della traduzione, che in molti casi sembra più una libera interpretazione da parte di qualcuno che non ha idea di cosa tratti il film e cerca solo assonanze che lo rendano più familiare al pubblico. È vero, spesso mi sono lanciato ad accusare questi fantomatici "titolisti".

Ma stavolta è tutto il contrario. Perché il titolo originale di questo film è semplicemnete Up!, mentre la versione italiana è di svariati ordini di grandezza più eloquente. Quanto ti siedi a guardare un film che si intitola Le deliranti avventure erotiche dell'agente speciale Margò, sai già tutto quello che ti aspetta: delirio, erotismo, avventure, agente, Margò. Non è un titolo, è una sinossi. E contiene pure spoiler, visto che il fatto che la protagonista (ma è davvero la protaognista!?) sia un "agente speciale" si scopre solo alla fine, e dovrebbe essere una sorpresa.

Mi risulta piuttosto difficile parlare in modo organico di questo film, principalmente perché di organico esso stesso ha ben poco. C'è una sorta di storia, che ruota intorno all'omicidio di uno strano personaggio cosplayer di Hitler di cui si dovrebbe scoprire il perpetratore. Ma in realtà pare che a nessuno interessi nulla di questo delitto, tranne alla signorina nuda e saltellante che ogni tanto ricapitola quanto successo finora (niente, di solito) e fa la carrellata dei personaggi elencando i loro possibili moventi per l'assassinio, includendo in questa lista anche personaggi che si sono visti per un'unica scena e poi sono spariti del tutto.

Sulla traballante impalcatura di questa storia, si innesta il vero tema del film: sesso. Tanto, ripetuto, promiscuo, esplicito. Non a livello di pornografia, se per pornografia si intende quando si vede un pene penetrare da qualche parte, ma di peni se ne vedono, solo non nell'atto di penetrazione. Il nudo invece è frequente e abbondante per maschi femmine giovani e vecchi, e indugia spesso su particolari come capezzoli e batuffoli di pelo. Insomma, in questo posto la gente scopa, scopa proprio tanto e con chiunque gli capita sotto, in genere senza porsi problemi di orientamento sessuale. Sono solo due gli episodi di violenza, in apertura e chiusura del film, e finiscono sempre male. Per il resto il sesso è gioioso, colorito, fantasioso, soprattutto quando accompagnato dai commenti della signorina narratrice. Verso la fine si ha un'impennata della tensione e ci sono alcune scene quasi gore, inseguimento, sparatorie e soluzione del mistero. Non che a qualcuno interessasse davvero risolverlo, come si è già detto.

La cosa sorprendente per un film del genere è che si nota comunque un approccio tecnico non scontato, regia solida e fotografia che cerca quantomeno di farsi riconoscere. Infatti scopro che il film è di Russ Meyer, regista di culto che si è dedicato nella sua lunga carriera a fare essenzialmente fin pieni di nudo, sesso e zinne. E alla fine dei conti, a dire la verità, per quanto assurdo e a tratti ripetitivo, il film non annoia e non lascia sensazioni sgradevoli, come avviene spesso per quei film erotomani che sembrano soltanto una scusa per far vedere un culo o un capezzolo.

Game of Thrones come Dragonball Super

Game of Thrones è attualmente il fenomeno televisivo più in vista, la serie tv che calamita l'attenzione della quasi totalità del pubblico e continua a incassare grandi numeri, il che non è poco considerando che si trova alla settima stagione. È già stato stabilito che la serie si concluderà con la stagione 8, anch'essa come la stagione 7 più corta delle precedenti. Probabilmente proprio per via di questo ridotto tempo residuo, il ritmo narrativo si è decisamente impennato già a partire dalla stagione precedente, ed è percepibile l'intenzione di concludere in fretta le storyline in corso.

Ma io ho un problema con Game of Thrones: non riesco più a prenderlo sul serio.

Me ne sono accorto vedendo l'ultima puntata uscita, Beyond the Wall, in cui finalmente vediamo i draghi confrontarsi coi non-morti e si conclude con la resurrezione di un ICEZOMBIEDRAGON che si unisce all'esercito dei white walkers. È probabile che già da qualche tempo avessi questa sensazione ma non riuscivo ad inquadrarla, ed è stata la visione di quell'occhio di rettile azzurro a farla emergere.

Tornando indietro credo che le prime avvisaglie di questo cambio di prospettiva risalgano all'inizio della stagione 6, quando il signore di Dorne viene assassinato da Ellaria e le sue figlie. Quello è stato probabilmente il turning point in cui ho iniziato a realizzare che la storia sarebbe andata avanti perché sì, e della complessità su cui erano costruite all'inizio le trame e sottotrame non c'era più da aspettarsi nulla. Il problema è diventato via via più evidente e mi è letteralmente esploso in faccia in questi ultimi due-tre episodi della stagione 7.

La mia impressione è che gli autori si trovino in difficoltà nel portare a compimento la storia, e per mantenere alta l'attenzione si affidino a una serie di espedienti che portano a confronti spettacolari e tanto desiderati ma di fatto non aggiungono nulla o addirittura contraddicono quanto stabilito in precedenza. Volendo riassumere i punti principali di questo recente approccio alla scrittura della serie credo se ne possano individuare quattro:
  • Le morti: GoT è rinomato per l'inclemenza verso i suoi personaggi principali e la facilità con cui li elimina dalla scena. Nessun personaggio è al sicuro, e la plot armor non esiste. Questo quanto meno era il GoT delle prime stagioni: ora è ben diverso. Innanzitutto, le morti non sono più significative. Quando Ned Stark viene decapitato è inatteso e terribile, ma la sua morte ha delle serie conseguenze sullo sviluppo successivo della trama. Lo stesso vale per il red wedding o la morte di re Joffrey. Da un certo punto in poi invece, la morte è un mezzo per togliere di mezzo personaggi piuttosto che uno strument per far avanzare la trama. Esempi ce ne sono a decine, ma il più clamoroso è il finale della stagione 6, in cui Cersei fa saltare in aria in una sola mossa papi, re e regine, il tutto senza alcuna conseguenza, roba che mancano solo i separatisti laici del Burmini. Ma anche la morte di tutta la casa Frey, o recentemente dei Tarly o di Thoros non portano praticamente a niente. Morti inutili, che servono solo ad aumentare il death count e comunque non sorprendono nemmeno più. In secondo luogo, a questo punto siamo ormai certi che alcuni personaggi hanno una plot armor indistruttibile: back in my days, quando Jaime Lannister cade nel fiume con l'armatura addosso e con una mano d'oro attacata al braccio, significava che Jamie Lannister moriva affogato alla Barbarossa. Adesso non funzione più così, e il largo impiego di deus ex machina per salvare i personaggi più importanti dalla morte imminente testimonia come siano ormai invincibili, contravvenendo all'idea iniziale di GoT che nessun personaggio, per quanto primario, fosse al sicuro.
  • Le riunioni di personaggi: e se facessimo incontrare X e Y? Non si sono mai conosciuti ma X aveva combattuto con Z che è il figlio di H che aveva aiutato M a battere S che è il fratello di Y, quindi quando si incontrano avranno modo di ripercorrere tutto questo e formare un legame. Siamo arrivati al punto che tutti i personaggi principali conoscono tutti e hanno un qualche tipo di relazione tra loro. E non stiamo parlando ad esempio di Lost, in cui uno dei temi principali era la presenza di un "destino", una forza che spingesse affinché le vite si incrociassero. Qui tutti si conoscono solo perché viaggiando da una parte all'altra semplicemente si trovano sulla stessa strada. L'effetto è quello di rendere il mondo molto piccolo, come nell'expanded univers di Star Wars dove in una galassia intera tutti hanno in qualche modo un legame con i protaognisti. E le permtuazioni di personaggi possibili vanno esaurendosi...
  • Timeline e logistica: tempi e distanze di percorrenza non hanno più nessuna rilevanza. Se nelle prime stagioni ci si muoveva su un intero continente, adesso Westerso praticamente è grande quanto la provincia di Potenza. Tutti possono arrivare ovunque nel giro di poche ore, le notizie arrivano istantaneamente in ogni angolo dei Sette Regni, ogni persona è rintracciabile e raggiungibile indipendentemente da dove si trovi. Alcuni fan hardcore rispondono a questa obiezione con "ma in uno show con draghi di fuoco e zombie di ghiaccio ti preoccupi dei tempi di percorrenza?" e la risposta è: sì. Sì perché uno dei punti chiave di GoT era la sua credibilità dal punto di vista pratico, e la logistica si è dimostrata già importantissima nel determinare l'esito di molte battaglie. Ma se adesso si riesce a far correre un ragazzo in mezzo alla neve verso la Barriera, fargli spedire un corvo all'estremita sud del continente, far partire in volo tre draghi e farli arrivare la mattina dopo a salvare la situazione, allora non c'è più nessun fattore pragmatico che possa influire sul dispiegamento degli eserciti.
  • I conflitti: la maggior parte dei conflitti tra i personaggi a questo punto sono forzati o svuotati del loro senso iniziale. L'esempio più clamoroso è la rivalità tra le sorelle Stark: non c'è motivo per cui Arya e Sansa dovrebbero essere diffidenti tra loro, niente che una chiacchierata davanti a un tè non potrebbe chiarire. Ma no, sembra che vogliano ammazzarsi a vicenda. Allo stesso modo, i conflitti tra le grandi casate non sembrano avere più nessun impatto sullo svolgimento degli eventi: lo show è avviato al grande showdown tra vivi e non-morti, per cui il fatto che a Highgarden regni un Lannister o un Tarly o un Greyjoy non ha più importanza. L'unico che sembra ancora interessato a questo aspetto è l'onesto Bronn, ma per ragioni ben diverse.
Con questo non dico che GoT sia diventato un brutto show. L'aspetto tecnico è sempre ottimo, le interpretazioni sono per lo più di buon livello e le sequenze d'azione riescono a essere appassionanti. Ma ora come ora non riesco più a essere seriamente interessato in come la storia proseguirà. Il modo più semplice per rendersi conto di questo è porsi la domanda: se la serie venisse cancellata domani, come reagirei? Nel mio caso, penso che mi limiterei a una scrollata di spalle.

Game of Thrones per me è diventato come Dragonball Super, la nuova serie attualmente in corso che si colloca dopo il Dragonball Z degli anni '90. Piacevole da guardare, ma del cui esito non mi interessa davvero nulla:
Oh, è tornato Freezer ma è dorato! Wow, ora il Super Saiyan è blu! Forte, combattono contro un dio-gatto! Figo, un torneo in cui partecipano i guerrieri di altri universi! Ah ma allora ci sono ancora altri Saiyan! Guarda, quello lì può fermare il tempo (anche se mi ricorda qualcosa)!
Una continua corsa alle armi per aggiungere e ricombinare elementi che però non apportano nessun livello di profondità al senso ultimo di quanto avviene sullo schermo. Menatevi finché volete e magari rimarrò anche a guardare, sempre che un piccione non voli fuori dalla finestra e mi distragga per due-tre minuti buoni. Non avrò nemmeno bisogno di rimandare indietro per seguire le scene che mi sono perso, tranquilli.

Everything Great With Everything Wrong With

Nei giorni scorsi una piccola polemica, di quelle che nascono e muoiono nello spazio di due giorni tra le pagine di una rivista e un canale youtube, è nata intorno alla serie di video Everything Wrong With, nei quali i film vengono sistematicamente analizzati e i loro "peccati" sono conteggiati per mostrare tutte le pecche presenti nel prodotto finale: dagli errori di continuità ai cliché, dal montaggio ai credits iniziali. Un articolo sul Guardian di Sturat Heritage riassume la faccenda: a rispondere piccato al video Everything Wrong With King Kong: Skull Island è il regista Jordan Vogt-Roberts, che in una serie di tweet regisce al video di accuse al suo film sottolineando come quella di CinemaSins non sia né critica né satira, e l'articolo del Guardian concorda con lui, sottolineando che il tentativo di mascherare gli attacchi distruttivi ai film dietro queste parole sia solo una forma di valorizzazione di hate speech nel confronto del lavoro altrui.

Sono iscritto al canale CinemaSins da diversi anni, poco dopo la sua nascita, quando i video duravano 5-6 minuti, contro l'attuale tendenza di 15-20 minuti. Seguo con una certa frequenza le uscite e mi sono perso pochi dei loro video, in genere lascio da parte quelli dei film per cui non ho nessun tipo di interesse, oppure per i film che ho intenzione di vedere per i quali ritornerò in seguito al relativo video. Avendo quindi una certa familiarità con la serie, penso di poter rilevare quali sono gli errori nella risposta di Vogt-Roberts e il commento di Heritage. Vi spiego quindi perché a mio avviso CinemaSins e i video EWW sono in effetti molto validi.

Premetto innanzitutto che un "artista" (autore, musicista, pittore, regista, fotografo, soffiatore di vetro ecc) non dovrebbe mai rispondere pubblicamente alle critiche negative, per una questione di stile e di autorevolezza. A parte osservazioni molto specifiche nel merito di qualche dettaglio a cui si può rispondere in termini oggettivi, alimentare la polemica non mi sembra mai una strategia efficace... a meno che l'obiettivo non sia proprio la polemica stessa e il conseguente incremento di visibilità. Ma questa può essere una mia considerazione personale non condivisa da altri autori immensamente più navigati di me.

Il punto principale è che i video EWW non sono critica cinematografica. E ad affermarlo sono gli stessi autori, che nel video di autocricita Everything Wrong With CinemaSins riportano con estrema lucidità tutti i noti difetti del loro approccio. Per la verità, buona parte delle critiche mosse dal regista e dal Guardian si dissipano con questo video che funziona quasi da manifesto del canale:


Nel momento in cui si segue la serie con una certa costanza, si nota come molti dei "peccati" registrati dal contatore non sono in realtà dei veri e propri errori, ma più una serie di recurring joke all'interno della serie stessa. La base di partenza è sempre quella dell'analisi di un film, ma quando a essere segnato è qualcosa del genere "Sean Bean non muore in questa scena" oppure "Anna Kendrick non è la mia ragazza in questa scena", è chiaro che non si sta effettivamente rilevando una pecca nel film. Lo stesso contatore dei peccati non ha nessun valore oggettivo, come viene appunto specificato nel video qui sopra, quindi un film che totalizza un punteggio finale di 350 non è peggiore di un film che arriva a 180 peccati.

La questione della satira è più complessa. Non è tra gli obiettivi di CinemaSins, ma anche qui seguendo con regolarità la serie si può notare come molti film, soprattutto quelli prodotti dall'industria di massa per il grande pubblico (che sono poi l'oggetto principale dei video), sono costruiti su una serie di modelli e cliché ricorrenti, e si basano in uno scoraggiante numero di casi sulla disattenzione dello spettatore. È ovvio che quando in un film viene riportata la colonna di un giornale, e fermando l'immagine si nota che a parte il titolo il testo nelle colonne è completamente senza senso, non si parla di un dettaglio tale da rovinare l'esperienza cinematografica. Ma in molti altri casi, quando i personaggi agiscono in modo incoerente, quando le premesse del film non sono chiare o vengono tradite (un esempio classico in tal senso è la indefinitezza dei poteri dei supereroi che spesso ho notato anch'io, vedi Scarlet Witch e Visione in Civil War), quando le scene d'azione sono una sequenza di tagli e flash indefiniti che impediscono di capire chi sta facendo cosa e perché, allora ci si trova di fronte a una tendenza ormai consolidata di considerare lo spettatore come passivo e poco interessato alla reale sostanza di quello che vede. Se c'è della satira quindi, è contenuta non tanto nei singoli video, ma nella serie nel suo complesso, che mostra le storture dell'industria cinematografica attuale, sulle quali anche la critica professionale non può che conordare.

Questa sottovalutazione dello spettatore non è invece praticata da CinemaSins. Proprio per la sua struttura, che include reali pecche dei film e inside joke, si capisce che i video EWW contano che chi li segue sappia distinguere ciò che davvero costituisce un problema da ciò che viene segnalato solo per poter fare una battuta in più. Peraltro, come viene detto sempre nel video qui sopra, gli autori di CinemaSins hanno analizzato anche film che rientrano tra i loro preferiti, per evidenziare il fatto che anche film validi e buoni non sono perfetti: no movie is without sin è appunto la tagline del canale.

Se c'è una critica che davvero si può muovere al canale è forse il fatto che con il tempo i video si sono fatti eccessivamente lunghi. La media attuale è di 17-18 minuti, che in effetti sono parecchi e in molti casi contribuiscono a infiacchire il video nel complesso, diminuendo la densità delle battute efficaci. Che poi il tipo di umorismo non sia congeniale a tutti è scontato, e si può benissimo pensare che le loro analisi non siano divertenti: d'altra parte c'è gente che ride per Made in sud, quindi presumo che l'umorismo rientri nella categoria gusti personali. È vero anche che a volte i video contengono imprecisioni e interpretazioni errate, ma questo fa parte di qualunque processo creativo e può capitare, basta riconoscerlo. Errori dello stesso calibro o anche peggiori capitano appunto anche nelle produzioni multimilionarie dei più grandi blockbuster, e si sta parlando in questo caso di cose che sfuggono a team di centinaia di persone strapagate per un paio di anni per lavorare su quel prodotto, non di due ragazzi che caricano video montati dal loro pc.

Da parte mia guardo volentieri i video di film che ho già visto, e che so non vorrò mai vedere, soprattutto quando si tratta di film universalmente riconosciuti come scadenti. Voglio dire, sforziamoci quanto ci pare, ma non vorremmo mica arrivare a dire che Pixels o Green Lantern sono film con una loro dignità artistica? Un'altra cosa che faccio spesso invece è guardare gli EWW di film che mi sono piaciuti, e mi è capitato giusto qualche giorno fa con Split. L'ultimo film di Shyamalan per cui avevo aspettative pressoché nulle mi è invece piaciuto, e poco dopo la visione sono andato a recuperare il relativo Everything Wrong With che mi ero serbato nei mesi scorsi. In questi casi il gioco consiste nel mettere alla prova il mio gradimento con i peccati segnalati: se il video non mi convince della "peccaminosità" significa che è un film che posso considerare valido. Proprio perché so distinguere ciò che costituisce una vera critica da quanto è fatto a scopo di gag, non è vedere un punteggio finale di 10.000 peccati a farmi cambiare idea. Sto infatti aspettando con ansia Everything Wrong With Arrival.

Per questo le accuse mosse da Vogt-Roberts e sottoscritte da Heritage (che peraltro, come fanno notare molti nei commenti dell'articolo, spesso sul Guardian propone recensioni molto simili nei contenuti a quanto fa CinemaSins) mancano l'obiettivo. Cercando di attribuire un valore diverso a un prodotto che è in relatà una forma di intrattenimento derivata, e forse non ancora incasellata nelle categorie definite con cui l'industria del cinema si confronta di solito (vale per CinemaSins come per molti altri canali, sia di critica che di analisi propositiva). Da parte mia consiglio di seguire CinemaSins, soprattutto per i video dei film che vi sono piaciuti di più, con la tecnica che illustravo sopra.

Peraltro la mia fiducia in CinemaSins mi ha convinto un po' di tempo fa a leggere il libro The Ables scritto da Jeremy Scott, il narratore dei video EWW. Che no, non è un libro eccezionale e totalizzerebe un buon punteggio su BookSins, ma è comunque una prospettiva interessante sui supereroi disabili.

Rapporto letture - Luglio 2017

Sarà un rapporto letture breve e con poca narrativa quello del mese scorso, sempre per il fatto che d'estate a differenza del resto dell'umanità leggo meno che negli altri periodi dell'anno. 

Per primo c'è un libro di Chuck Palahniuk, che da tempo non mi capitava di frequentare. Make Something Up è un raccolta di racconti, variegati nel genere e nei temi ma sempre piuttosto riconoscibili per lo stile dissacrante, a volte grottesco, carico di black humor propriamente detto (non quello che viene definito così dai buzzurri dei social). Tra tutti ci sono forse due o tre racconti che spiccano in particolare, alcuni dei più taglienti sono forse quelli in cui i protagonisti sono animali che vivono nel mondo contemporaneo. È presente anche una sorta di prequel di Fight Club, anche se il collegamento effettivo è abbastanza labile. Nel complesso si può parlare di un volume valido ma non memorabile, lontano dai vecci fasti dell'autore di culto. O forse a farlo sembrare più moscio è il fatto che ormai ci siamo abituati a questo tipo di storie e di scrittura, e trovare la stessa cosa non stupisce o segna più di tanto. Voto:7/10


A seguire si passa alla manualistica, dopo anni in cui lo sento nominare ho finalmente recuperato L'arco di trasformazione del personaggio, manuale di scrittura creativa di Dara Marks consigliato da molti professionisti del settore. La Marks scrive diretta agli sceneggiatori, porta infatti come esempi e casi di studio alcuni film, ma buona parte delle sue osservazioni si può agilmente applicare anche alla narrativa scritta. Ho trovato interessante soprattutto la prima parte, in cui parla delle basi e premesse su cui si stabilisce una buona storia di crescita (protagonista, fatal flaw, tema ecc), mentre la seconda parte in cui si divide la storia in tre atti mi è parsa un po' troppo rigida per essere utilizzata sistematicamente alla narrativa, in particolare se si parla di racconti medio-brevi invece che di romanzi. In ogni caso è una lettura sicuramente valida per affinare la propria tecnica e sviluppare un approccio più "scientifico" alla costruzione delle proprie storie. Per quanto il contenuto sia interessante, mi sento di dire però che l'edizione è davvero poco curata: impaginazione, copertina e illustrazioni interne sono davvero confuse (basta vedere lo scontorno fatto con il machete dell'immagine degli ominidi), la fortuna dell'editore è che il libro si vende da sé visto che occupa una nicchia poco frequentata in italia.

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