Coppi Night 21/05/2017 - Air

Uno dei colpi più azzeccati di Lost fu ai bei tempi della seconda stagione, quando i naufraghi scoprono il bunker sotterraneo in cui un unico occupante vive in quarantena, a occuparsi di antiquati calcolatori anni 70 con il fine ultimo di salvare il mondo. Sembra che Air, film del 2015 in cui compare Norman Reedus (il Daryl di The Walking Dead) debba molto a questa idea, sia nello sviluppo della trama che nell'estetica. I due protagonisti vicono in un bunker sigillato, programmato per risvegliarli ogni tot mesi per verificare le condizioni di abitabilità della superficie esterna, dopo quella che si presume un'apocalisse nucleare. Non è specificato quando la storia è ambientata, ma dal livello tecnologico delle attrezzature si può supporre che la catastrofe sia avvenuta negli anni 80, o per lo meno una linea temporale alternativa in cui negli anni 80 esistevano celle per l'animazione sospesa.

La storia si svolge tra il bunker e i cunicoli che lo circondano e praticamente coinvolge solo questi due attori (salvo pochi secondi di apparizioni di una terza). È sempre rischioso basare un intero film su un unico set e la performance di un paio di attori. A volte funziona bene (vedi Moon), altre meno; Air rientra nel secondo caso.

Naturalmente in un film del genere il punto di interesse principale è il rapporto tra i personaggi e lo svilupparsi di tensione, inevitabile in un contesto di forzata convivenza e incertezza del proprio futuro. E infatti dopo un primo incidente all'interno della base, ecco che iniziano a emergere divergenze, diffidenze e sospetti. Ed è qui che sorge uno dei problemi principali: il film per qualche ragione decide che uno dei due è il "buono" mentre l'altro è egoista e folle. A mio avviso però quello che viene presentato come pericolo è in realtà il personaggio che si comporta in modo più razionale: è cinico, demotivato, ma estremamente coerente. D'altra parte la situazione non dà molto spazio alla speranza, a maggior ragione quando si scopre lo stato delle altre stazioni di monitoraggio. E infine, è lui a essere vittima del primo tentativo di attacco. Quindi quando verso la fine il conflitto esplode e il film fa di tutto per presentare l'altro come il virtuoso non mi sono più fidato di quello che vedevo.

Un altro grande problema è la noia. Molte scene si trascinano fino a diventare estenuanti, e molti tentativi di trasmettere claustrofobia e oppressione vanno a vuoto. Viene da pensare che con un montaggio più selettivo il film avrebbe potuto essere un cortometraggio senza perdere niente di quello che ha da dire. Una prova mediocre quindi, che non si salva né per originalità né per qualità tecnica.

Doctor Who 10x06 - Extremis

Ci sono molti modi per raccontare una storia in cui quello che accade "non è reale", nel senso che si svolge su un piano diverso da quella che si considera la realtà condivisa da tutti. Che si tratti di sogno, universo parallelo, simulazione, se alla fine della storia si incappa nella rivelazione "niente era vero!" e finisce lì, allora siamo di fronte a una storia di merda; se invece ciò che avviene nell'altra dimensione, per quanto "non reale" ha comunque peso sullo svolgersi degli eventi, allora si parla di una storia ben costruita. Extremis prende la strada pericolosa (e già percorsa in altre occasioni) della simulazione: tutto ciò che si vede dopo i titoli di testa (tranne i flashback tra il Dottore e Missy) avviene all'interno della simulazione che il misterioso invasore della Terra ha messo in atto. Simulazione che contiente tutto, anche i simulati senzienti in grado di capire di essere all'interno di una simulazione.

Di per sé non è niente di originale. L'esempio più noto al pubblico è Matrix, ma ce ne sono di precedenti e più profondi, come Simulacron 3 di Daniel Galouye e che diamine, addirittura io ho scritto un racconto con questo tema. Non è quindi la scoperta della simulazione a costituire il perno dell'episodio, per quanto le modalità con cui si arriva a questa rivelazione sono comunque ben congegnate.

Il senso ultimo di Extremis sta nel motto proncunciato dal Dottore (quello "finto") al momento del suo confronto finale con l'invasore, quando ha ormai capito di non potere in alcun modo contrastare il nemico:
Without hope, without witness, without reward. Virtue is virtue only in extremis.
È questo il messaggio più importante: la dimostrazione di ciò che siamo veramente avviene solo nel momento finale, quando non c'è più speranza, non c'è nessuno ad assistere, non c'è niente da ottenere. Solo allora si possono esprimere gli ideali più puri, quando non c'è nessuna occasione di poter beneficiare delle proprie scelte. È un gran bel concetto, che non sfigurerebbe in un poema epico. E non si fatica a credere che il Dottore sia capace di un ragionamento del genere, soprattutto questo Dottore, quello che ha preso a pugni per quattro miliardi di anni una lastra di diamante sapendo che ogni volta sarebbe morto e tornato lì. Ho la sensazione che questo possa in qualche modo essere anche l'epitaffio del Dodicesimo Dottore, già menomato dalla cecità e come sappiamo in punto di cambiare nella sua prossima incarnazione. E non importa che a pronunciare le parole sia il Dottore simulato, perché lui è il Dottore, e non si possono davvero considerare come due entità separate quelle da un lato e dall'altro della simulazione.

Per questo Extremis non è soltanto un set-up per la prossima puntata, in cui la minaccia dei monaci alieni non-morti (in mancanza di nomenclatura ufficiale) si paleserà nel mondo reale. Perché ciò che accade nella simualzione rivela particolari importanti di cosa ci si può aspettare fuori di essa, nell'immediato o a breve termine. Da non sottovalutare anche il fatto che per riacquisire pochi minuti di vista il Dottore è stato disposto a sacrificare potenzialmente le sue future rigenerazioni: un baratto che potrebbe ripresentarsi presto in una forma simile.

Al di là del fine ultimo dell'episodio, Extremis colpisce bene anche in altre sezioni. Si scopre finalmente (senza grande sorpresa, ma meglio così) che è Missy/Master ad occupare la stanza sorvegliata dal Dottore, ed è in qualche modo confortante che la rivelazione arrivi a metà stagione invece di trascinarsi fino alla fine come succede di solito. I pochi momenti comici sono molto validi, e la coppia Nardole/Bill isolata dal Dottore funziona perfettamente. Interessante anche notare come questa sia a quanto mi ricordo la prima volta che il Dottore ha a che fare con un'autorità religiosa esistente, invece che una delle tante religioni inventate della serie: è un passo tutt'altro che scontato, visto quanto è sensibile la gente su questo argomento.

Un ottimo episodio che conferma la tendenza crescente di questa stagione, sicuramente molto Moffatiano, ma l'attuale showrunner si è sempre distinto per la sagacia delle singole storie. Vedremo se il confronto con i monaci sarà all'altezza della loro introduzione (sono davvero così pericolosi?), ma per il momento possiamo attestarci su un voto 7.5/10

Propulsioni d'improbabilità

La notizia sta iniziando a girare, quindi mi aggrego alle news in transito e annuncio anche dal mio blog l'imminente uscita di Propulsioni d'improbabilità, raccolta di 18 racconti pubblicata da Zona 42 e curata da Giorgio Majer Gatti che contiene una mia storia.

Il progetto che sta dietro questa antologia è piuttosto ambizioso. Come si può leggere nell'introduzione di Gatti (scaricabile con l'anteprima dalla pagina del libro), l'intento è quello di offrire uno stato dell'arte della fantascienza italiana di oggi, ma senza imporre ad autori e lettori limiti derivanti da definizioni, contesto storico, critica letteraria, per staccarsi dal paradigma del "noi contro loro" che vede spesso contrapposte la fantascienza (e tutta la narrativa di genere) e il cosiddetto mainstream. Il volume cerca l'attenzione tanto del pubblico di appassionati quanto di quello generalista, ma non ponendosi come un esempio contaminato di literary fiction come in passato qualcuno ha provato a fare, poiché non si parte dall'assunto che la fantascienza abbia bisogno di essere legittimata. Scrive il curatore: "Quello che sappiamo è che la fantascienza non ha bisogno di costruirsi quarti di nobiltà letteraria, così come non ha bisogno della consacrazione sociale della letteratura o della critica mainstream. Le basterà non prendersi troppo sul serio: Douglas Adams insegna."

Il riferimento ad Adams, già presente nel 42 della Zona, ritorna anche nel titolo: la propoulsione a improbabilità infinita è quella che permette all'astronave Cuore D'oro della Guida Galattica per Autostoppisti di attraversare gli spazi siderali in pochi istanti. E, incidentalmente, di essere ovunque in qualunque tempo e qualunque forma. Il che è una buona analogia per cosa la raccolta nel suo complesso cerca di dire al lettore.


I nomi presenti sulla copertina possono essere familiari ai lettori di fantascienza che si dedicano anche agli autori italiani contemporanei. Naturalmente ognuno sarà giudicato per la qualità delle sue storie, ma per chi crede in queste cose si potrebbe fare un medagliere di premi e nomination ricevute dall'intero gruppo: tra Premi Italia, Urania, Robot e così via si raggiunge una cifra ragguardevole. Ma non solo: nell'ipotetico medagliere si trovano anche dei Premi Strega, autori che possono essere sconosciuti all'appassionato di sf (per esempio io), ma con un profilo ben noto in altri ambienti. È anche questa la scommessa della raccolta, mostrare come la fantascienza non sia (e non debba essere) un piccolo orticello coltivato solo da pochi per quanto meritevoli fan, ma un modo di parlare delle cose che tutti possono praticare e comprendere.

Il mio contributo all'antologia è il racconto Infodump. Senza stare a dare particolari sulla storia, il tema di fondo è quello dell'onnipresenza delle informazioni, con qualche trucchetto metatestuale sul nozionismo di cui spesso è imputata la narrativa di fantascienza che è anche un po' un inside joke. Sono stato "invitato" a partecipare all'antologia verso la fine dell'anno scorso (l'annuncio del progetto è stato dato a Stranimondi 2016), ma questo non comportava in nessun modo un posto garantito per il mio racconto, pur costituendo fino ad ora la metà del parco autori italiani di Zona 42. Ho inviato prima la mia idea e poi la bozza del racconto a Giorgio Majer Gatti, con cui sono stato contento di lavorare di nuovo dopo l'esperienza con Parallàxis. Ho ricevuto i suoi suggerimenti e dopo qualche scambio di testi e idee siamo arrivati alla versione definitiva che troverete nel volume. So anche che lo stesso approccio è stato seguito con tutti gli autori, senza favoritismi di sorta e con qualche illustre escluso. Il livelllo qualitativo si preannuncia quindi medio-alto, così come la varietà di temi, registri e stili. Dice ancora Gatti nell'introduzione: "I racconti che leggerete hanno legami invisibili tra loro, che non sono stati mai voluti né decisi: lunghi e brevi, più o meno narrativi, immediatamente fantascientifici o più duri da scavare nel loro guscio fantastico, tutti i racconti esorcizzano tensioni narrative sottostanti, rivelano politiche, muovono critiche sociali, attraversano disturbi e ossessioni, mettono sul piatto felicità malinconiche o illuminate, psicologie pubbliche e oscurità private, timori storici e paranoie."

Il volume uscirà in cartaceo e digitale a fine mese, ma è già disponibile in preordine sul sito di Zona 42. La prima presentazione sarà fatta nell'ambito dell'Italcon, il 27 maggio a Chianciano Terme, ma ne seguiranno altre a cui con tutta improbabilità sarò presente anch'io.

Doctor Who 10x05 - Oxygen

Nelle serie tv si tende spesso a sottovalutare l'autore che scrive i singoli episodi, soprattutto per le serie più moderne che costituiscono una storia unica divisa in più capitoli, dove l'apporto alla scrittura è dato soprattutto dall'autore principale. Nelle serie invece con episodi più indipendenti tra loro, come possono essere quelle investigative o il qui presente Doctor Who, il contributo di uno specifico autore può spesso essere determinante, ricordiamo ad esempio come Steven Moffat prima di diventare lo showrunner ha scritto alcuni degli episodi più memorabili della serie rinnovata fin dalla stagione uno (The Empty Child, Blink, Silence in the Library). Abbiamo avuto un caso recente di un autore che ha dimostrato per due volte (nella stagione otto e dieci) di avere le idee un po' confuse, mentre invece Jamie Mathieson è un nome che sembra associarsi a episodi di qualità, se non altro solidi e coerenti dal punto di vista della scrittura e con qualche twist azzeccato.

Con Oxygen abbiamo la prima avventura spaziale di Bill, che finora era stata nel passato e nel futuro, ma sempre con i piedi solidamente per terra (al più sott'acqua). Il Dottore si lascia prendere dalla nostalgia dello Spazio e porta la nuova companion e Nardole con sé su una stazione mineraria semiabbandonata. Lo sfruttamento del personale su questa stazione è tale da far pagare ai lavoratori anche l'ossigeno, presente in scorte limitate e di cui molto presto anche il trio di nuovi arrivati ha bisogno (Nardole dovrebbe essere un mezzo androide ma a quanto pare conserva ancora diverse funzioni fisiologiche). A complicare le cose c'è il fatto che i 36 operai asfissiati finora non se ne stanno morti come dovrebbero, ma seguono i sopravvissuti cercando di terminare anche loro. L'impressione è quella di un'orda di zombie, spiegata dagli automatismi delle tute spazial in grado di muoversi da sole, anche con il loro occupante inerte.

L'episodio è ben costruito perché riesce a creare in maniera impeccabile la sua tensione. Qualcuno nel team di DW si è accorto di quanto Peter Capaldi renda bene nei monologhi, e così la puntata inizia con una sua lezione tenuta all'unversità proprio sui rischi dell'esposizione al vuoto dello spazio. Un infodump che si rivela utile quando mezza puntata dopo, è Bill (che aveva seguito la lezione) a trovarsi nella situazione di dover attraversare l'esterno della stazione spaziale senza protezioni. Sono attimi intensissimi: si sa quello che può succedere e non c'è modo di evitarlo, il Dottore cerca di ricordarle cosa fare per aumentare le possibilità di sopravvivenza, i sensi si offuscano, e tutto finisce nel buio. Naturalmente Bill non muore, ma ci va di nuovo vicina poco dopo, quando il Dottore sembra abbandonarla agli zombie-tute (il modo in cui Bill sopravvive a questo è forse l'unico dettaglio un po' stonato e incoerente con quanto visto prima). Il Dottore alla fine riesce a fermare la minaccia dando agli aggressori quello che vogliono, in una scena che ricorda il finale di Mummy on the Orient Express sempre di Mathieson.

Ma la vittoria non è indolore. Il Dottore ha sofferto una perdita non da poco ed è rimasto cieco. E se un in un primo momento le cure disponibili sul Tardis sembrano risolvere il problema, si scopre che in realtà non è così, la vista non è tornata. È molto raro che le azioni di un episodio si ripercuotano sui successivi, in genere anche se c'è un generico "progresso" della storia (soprattutto nelle relazioni tra i personaggi e negli elementi che vengono aggiunti all'arco narrativo della stagione), ogni puntata è un capitolo a sé e all'inizio di quella successiva le condizioni di partenza si resettano. Non stavolta. Naturalmente la speculazione si apre sul fatto che il Dottore possa rimanere cieco per tutto il resto della stagione oppure se sfutterà la rigenerazione per tornare a vedere. La mia teoria è che tenterà una rigenerazione "parziale" per ripristinare la vista, ma questo avvierà il processo che lo porterà inevitabilmente al cambiamento, e che sarà costretto a tenere sotto controllo nel corso degli episodi rimanenti.

Oxygen è un ottimo episodio (finora il migliore della stagione dieci) perché per la prima volta il pericolo si percepisce in modo serio. Merito non solo della scrittura, ma anche di regia e montaggio, che sottolineano con precisione i momenti più intensi. Voto: 8/10

Ultimi acquisti - Aprile 2017

È un dato di fatto ormai che i miei acquisti musicali si sono notevolmente ridotti da un anno a questa parte, infatti gli ultimi risalivano a ottobre. Certo il portafoglio ringrazia, ma lo stimolo che arrivava ogni due-tre mesi da nuova musica è qualcosa che a tratti mi manca. Cerchiamo se non altro di compensare con la qualità.


Tra i nuovi acquisti c'è un album di cui ho già parlato, perché mi ha sorpreso oltre ogni aspettativa. Voyage de la planète di Marc Romboy è un disco che unisce in maniera sublime due generi apparentemente antitetici, musica classica ed elettronica, con una chiave tematica gustosamente fantascientifica. Non serve aggiungere altro a quanto già ampiamente espresso nel post dedicato, quindi rimando a quello.




Altro album di cui non mi rimane molto da parlare è Live dei Moderat. Si tratta come intuibile di una versione live dei pezzi del gruppo, registrato durante il tour del 2016 tra Berlino e Milano. Non contiene solo pezzi tratte dall'ultimo album III (di cui ho parlato qualche mese fa) ma anche dei due precedenti. Si trovano così le interpretazioni sul palco di pezzi diventati classici come A New Error e Bad Kingdom, così come le nuove aggiunte come Reminder e Intruder. Di scarsa consolazione per chi avrebbe potuto essere presente, ma comunque coinvolgente.



Passiamo alle novità anche se ci manteniamo sui nomi familiari di questo blog. Fritz Kalkbrenner si è visto spesso da queste parte, sia parlando dei suoi album che per l'inclusione in diversi miei dj set. Il suo lavoro Grand Départ è uscito verso la fine del 2016 e l'ho recuperato solo adesso. Tredici pezzi techno-folk come ci ha abituato da anni, col suo stile particolare e riconoscibile. Niente di stravolgente per la verità, un buon equilibrio tra tracce strumentali e lyrics e l'aggiunta di qualche strumento che contribuisce a rendere l'atmosfera per lo più malinconica di questo viaggio. Affidabile come sempre.


Nicolas Jaar è probabilmente quanto di più hipster troverete su questo blog in termini musicali. La sua house/downtempo avvolgente piace molto in certi ambienti, e devo dire che per molti versi piace anche a me. Pezzi lenti dari ritmi semplici con qualche incursione tribal, testi basilari e mai invadenti, attenzione ai suoni. Sirens, uscito anch'esso verso la fine del 2016, è un album tutto sommato di ascolto non così facile, con le sue poche tracce alcune delle quali al confine con l'ambient più astratta. Si percepisce però un criterio e un progetto, e l'impronta dell'autore, per quanto non assimilabile da tutti, è ben presente.


Infine torniamo da uno dei miei patroni favoriti della techno propriamente detta, il polacco Jacek Sienkiewicz, che ha fatto uscire Hideland l'anno scorso. Sienkiewicz è uno che non cede ai cormpromessi delle tendenze, la sua è una techno dritta, essenziale nella struttura ma complessa nella realizzazione. Pezzi psichedelici e ripetitivi, ma nonostante questo mai monotoni o uguali a se stessi, impossibili da ridurre a minimi termini. Siamo ovviamente dalle parti che i profani commentano con "ma è tutto così?", ma chi sa cogliere le sfumature può apprezzare la perenne asimmetricità e circolarità di ogni traccia. Non lo consiglio a chi è digiuno di techno old school.

Doctor Who 10x04 - Knock Knock

Ogni tanto Doctor Who si concede di giocare con alcuni trope di altri generi come l'horror e reinterpretarli i chiavi fanascientifica, o quantomeno whoviana. Gli esempi più recenti sono la mummia e il mostro sotto il letto della stagione otto, ma ce ne sono molti altri sia nella serie moderna che in quella classica. In questo episodio torniamo a visitare una "casa stregata", cliché che a sua volta era stato rivisitato nella stagione sette nell'episodio Hide, anche se in quel caso si trattava esplicitamente di una casa infestata da un fantasma, mentre stavolta si parla più di un edificio sinistro in cui accadono strane cose.

Knock Knock nonostante si basi sulle assi scricchiolanti si regge bene nella prima parte. Bill e i suoi compagni di studi si trasferiscono nella nuova casa, incomprensibilmente economica per le dimensioni, e subito notano le varie stranezze, dai rumori all'inquietante proprietario. La tensione cresce bene fino a quando si arriva al punto in cui la casa sembra viva e dotata di una sua volontà di intrappolare gli occupanti, e alcune scene possono effettivamente far salire qualche brivido a chiunque abbia mai sentito suoni inspiegabili nel cuore della notte. La tensione però si smonta come maionese impazzita quando viene rivelata l'origine delle stranezze: non è un'entità-casa, ma la presenza di milioni di tarli (presumibilmente alieni) che infestano e anzi costituiscono la casa stessa. Insetti sotto il controllo del proprietario, che ha a sua volta un segreto più grande, e una ragione più profonda per la necessità di consumare un gruppo di ragazzi ogni vent'anni.

Diciamo pure che si arriva alla fine di Knock Knock soddisfatti è grazie soprattutto alle interpretazioni degli attori. In primo luogo il landlord, l'attore brittanico David Suchet (famoso soprattutto per il personaggio di Poirot nella longeva serie omonima) che riesce a rendere alla perfezione i diversi ruoli e atteggiamenti del suo personaggio: la sequenza più intensa dell'intero episodio funziona solo grazie a lui. Per Capaldi non c'è bisogno di ulteriori conferme, e la nuova companion continua a confermare la sua efficacia e alchimia con il Dottore. Ma bravi, pur nel loro ruolo marginale e per forza di cose macchiettistico, anche gli altri coinquilini. Gli attori rendono quindi l'episodio gradevole, perché se ci si fermasse a riflettere sulla storia, assurdità e incongruenze sarebbero troppo pesanti, insieme a qualche scelta di design poco originale (di creature-albero ne abbiamo già viste diverse, a partire dalla stagione uno fino a uno speciale natalizio di Matt Smith).

Non so se è un caso o un tema volutamente ricorrente, ma finora tutti gli episodi di questa stagione si basavano su un cattivo-che-non-è-davvero-cattivo, vuoi per necessità di compagnia, vuoi per un errore di interpretazione, o perché prigioniero o perché ha spinto all'estremo la sua necessità di proteggere qualcuno di caro. Forse è un po' nella natura del Doctor Who moderno fornire villain che non sono del tutto negativi, ma in questi primi quattro episodi della stagione dieci il trend è decisamente marcato.

Da notare il breve accenno del Dottore ai Time Lord e alla rigenerazione, argomento che sembra pungerlo, come se già sapesse che la sua fine è vicina: noi lo sappiamo per ragione off-universe, ma quali indizi potrebbe avere lui? Nel finale si torna anche alla stanza sigillata sotto l'università, e si scopre che in effetti il Dottore può accedervi, e dentro c'è effettivamente qualcuno con cui conversa. I sospetti si concentrano sempre di più sul Master, ma sembra quasi troppo scontato.

Knock Knock rimane un episodio tipico di DW, con qualche buona idea e una realizzazione non del tutto all'altezza, che si salva soprattutto per un paio di momenti molto forti. Due-tre episodi così di fila sono sostenibili, dopodiché si spera in una scossa un po' più forte per mantenere alta l'attenzione. Voto: 6.5/10

Rapporto letture - Aprile 2017

Magro bottino il mese scorso, visto che ho completato un unico libro. Anche se, in effetti, si tratta di un volume che contiene quattro romanzi insieme.

Sto parlando di Tschai, il libro uscito nel 2006 (cioè ce l'ho da più di dieci anni in casa e non l'avevo ancora toccato) nella collana Urania "Le grandi saghe", durata lo spazio di 3-4 numeri. Il libro contiene i quattro romanzi di Jack Vance ambientati sul pianeta Tschai, partendo dal naufragio di Adam Reith fino alla sua fuga. Una saga di un gustoso planetary romance che pochi altri autori erano in grado di scrivere a questi livelli, piena di avventura, esplorazione, passione, colpi di scena e nemici sempre più letali. Sapevo a cosa andavo incontro e ho cercato apposta qualcosa con questo livello di leggerezza, sempre con l'intenzione di disintossicarmi dalla hard sf dopo l'impegnativa lettura di Seveneves. Tschai fa bene il suo lavoro, fornire evasione e sense of wonder al lettore, anche se soffre di un paio di difetti minori dovuti forse all'epoca e alla storia editoriale delle opere. Abbiamo innanzitutto un protagonista infallibile: forte, astuto, coraggioso, esperto in molte discipline. Da solo riesce a sovvertire più di un regime in vigore su un pianeta alieno, e questo nonostante non avesse nessuna preparazione particolare oltre a quella di membro dell'equipaggio dell'astronave naufragata. Peraltro di lui non si sa quasi nulla, in quattro romanzi non si trova mai il tempo per raccontare qualcosa del suo passato e della sua vita sulla Terra. In secondo luogo, ho notato un certo atteggiamento nei confronti dei personaggi femminili che oggi farebbe rabbrividire. Quando ancora è immobilizzato e ostaggio di una tribù nomade, Adam Reith si concede di afferrare una donna e baciarla. La poveretta poco dopo verrà uccisa, ma Reith non imparerà la lezione e in seguito avrà comportamenti simili con tutte le altre donne che gli capitano a tiro, e dal tono usato dell'autore si capisce che questo atteggiamento è pienamente lecito. Infine c'è una certa tendenza in ogni storia a concludersi bruscamente, trovando una soluzione al problema in corso nello spazio di poche pagine. Quella più clamorosa è proprio la fuga finale dal pianeta, quando finalmente Reith riesce a ottenere un'astronave funzionante, e la sua partenza dal pianeta che ha occupato quattro romanzi si svolge letteralmente in mezza pagina, a poche righe di distanza dal confronto finale col nemico di turno. Per la verità mi sarei aspettato un finale diverso, come una grande rivoluzione degli umani di Tschai (che si capisce essere stati importati come schiavi dalla Terra millenni prima) guidata da Reith, invece il prodigioso cavaliere si accontenta di fare retromarcia e tornarsene alle comodità del suo pianeta natale. In fondo, chi può biasimarlo? Voto: 7/10
A essere onesto, devo ammettere che ho preso in mano un altro libro ad aprile. Dico "preso in mano" perché in effetti, dopo qualche giorno di lettura, l'ho abbandonato. Una cosa che a mia memoria non avevo mai fatto, ma stavolta dopo le prime 100 pagine non mi sono sentito di andare avanti, sia la storia che la scrittura erano di livello davvero basso. Non avendolo completato non posso commentarlo, e preferisco così, per non dover dare spazio al facile fuoco di fila su materiale scadente che è la linfa vitale di tanti altri recensori.

Doctor Who 10x03 - Thin Ice

Già nel finale di Smile avevamo visto la nuova coppia Dottore-Bill comparire per uno dei soliti errori (forse non del tutto involontari) del Tardis in un'epoca diversa da quella da prevista, e guarda caso l'approdo è avvenuto nella Londra del diciannovesimo secolo, che deve essere evidentemente un nodo spaziotemporale molto potente visto che almeno una volta su dieci il Tardis si materializza da quelle parti. Nello specifico l'anno è il 1814, nel bel mezzo dell'ultima Frost Fair (di cui ignoravo totalmente l'esistenza), ovvero un festival tenuto occasionalmente  sul Tamigi congelato. E come il titolo suggerisce, è proprio il ghiaccio, o meglio quello che si nasconde al di sotto, a rappresentare la minaccia dell'episodio.

Dal punto di vista della trama, Thin Ice riprende lo schema frequente del mostro trattenuto contro la sua volonta da malvagi schiavisti umani che approfittano delle sue capacità. Nel corso del Doctor Who moderno questo trope si è ripetuto più e più volte, la più recente nell'episodio Time Heist della stagione 8, ma come già si diceva nel commento della puntata precedente, è difficile poter mantenere l'originalità come criterio guida di una serie tanto longeva. Per cui cerchiamo di ricavare quanto di megio dallo svolgimento della storia piuttosto che dalla sua premessa.

In realtà spremendo il succo di questo episodio si torna di nuovo allo sviluppo del rapporto tra il Dottore e la nuova companion. Il primo viaggio nel passato è l'occasione per Bill di imparare alcune nozioni sul viaggio nel tempo, partendo dalla solita domanda "cosa succede se schiaccio una farfalla?" La preoccupazione di Bill di poter influenzare gli eventi futuri è risolta dal Dottore facendole notare che le sue scelte hanno sempre conseguenze sul futuro, il che è un'ottima risposta considerando che le regole del viaggio nel tempo in DW non sono mai state definite e si prestano a diverse interpretazioni a seconda delle necessità del caso.

Ma questa è anche la prima volta che Bill inizia ad avere qualche dubbio sulla moralita del Dottore. Quando lui afferma di non poter fare niente per salvare il bambino sprofondato nel ghiaccio, lei ne rimane sconvolta e delusa. Capisce che il suo insegnante non è l'eroe perfetto che credeva, e arriva a chiedergli direttamente se ha mai ucciso qualcuno. La risposta evasiva del Dottore è sufficiente a farle capire che il suo professore è un personaggio più oscuro di quanto appaia. Poco dopo però il Dottore ha l'occasione di riscattarsi, con un discorso ispirato sulla natura umana che ripristina la fiducia di Bill. Nel finale dell'episodio poi, è di nuovo il Dottore a passarle la palla, con una dinamica simile a quella vista in Kill the Moon: quando si arriva a scegliere tra liberare la creatura e mettere in pericolo gli abitanti di Londra, la scelta viene passata alla ragazza. Dopo averlo accusato di non dare valore alla vita umana, Bill deve quindi compiere la stessa valutazione, e decidere quale sia la cosa giusta da fare, secondo parametri più ampi di quelli in cui era abituata a ragionare. Il dilemma morale dura poco e naturalmente si risolve per il meglio, ma è comunque una riproposizione efficace delle responsabilità che comporta il ruolo di companion del Dottore.

L'episodio si sofferma anche brevemente su tematiche antirazziste, all'inizio notando quanti abitanti non-bianchi siano presenti nella Londra del 1814 (non so quanto questo sia accurato, ma funziona nel modo in cui viene proposto) e con la reazione ai commenti sprezzanti del cattivo di turno. Dopo l'attenzione data a una protagonista lesbica, qualcuno potrà storcere il naso pensando che anche Doctor Who si sia lasciato trascinare nel circolo dei Social Justice Warriors per attirare consensi, ma a mio avviso questi elementi di politically correct sono gestiti in modo abbastana delicato, senza appesantire la storia, quindi ben venga se si riesce a lanciare in modo incidentale qualche messaggio di tolleranza.

L'ultima nota relativa a questo episodio è la scena finale, in cui un Nardole ancora ligio al suo dovere parla alla stanza sigillata dal cui interno qualcuno inizia a bussare. Si inizia quindi a delinare la possibilità che il Dottore stia sorvegliando qualcuno di importante, e le ipotesi più convincenti sono quelle del Master o del Primo Dottore (che si vocifera comparirà nello speciale natalizio, interpretato da David Bradley che già lo aveva impersonato in An Adventure in Space and Time). Thin Ice alla fine rimane un episodio piacevole, certo non memorabile, il cui punto di forza è ancora l'evoluzione del rapporto con la nuova compagna di viaggio. Voto: 6.5/10

Coppi Night 23/04/2017 - Capitan America: Civil War

Era da tempo che non capitava al Coppi Club un onesto film di supereroi, e la cosa non mi creava troppo disturbo, visto che in genere ho difficoltà a godere di questi blockbuster apprezzati dai più. Stavolta mi sono lasciato convincere, anche perché da quanto si diceva in giro, pare che questo Civil War sia davvero spettacolare. Considerati i precedenti, sono partito con aspettative pari a zero, e i primi minuti del film mi hanno confermato che non mi sarei divertito.

In seguito però le cose si sono riassestate, quando è iniziato a emergere il conflitto che è il nucleo di base della storia, e che viene ben incarnato dalla scelta di Capitan America: continuare sulle proprie scelte, quando sei sicuro di essere nel giusto, anche se tutto il mondo ti va contro. Certo, si tratta di una condotta pericolosamente affine al fanatismo, ma chi se non Capitan America può esprimere le migliori virtù di moralità, buon senso, giustizia?

Devo ammettere quindi che una volta entrati nel tema di base della storia, il film non è male come credevo. Alcune sequenze sono in effetti molto spettacolari (la fuga con l'elicottero, la famigerata battaglia dell'aeroporto) e da questo punto di vista il lavoro fatto è di ottimo livello, probabilmente eccellente se visto sullo schermo del cinema. Rimane sempre il problema (endemico dei film Marvel) che il villain di turno non sia all'altezza degli eroi, in questo caso con un cattivo che attua lo stesso piano di Loki nel primo film (controllare uno del gruppo e metterlo contro gli altri) e che di fatto invece di attaccare gli Avengers fa in modo che combattano tra loro.

E soprattutto per me rimane l'irritante incapacità di definire e circoscrivere i poteri di alcuni dei supereroi. In particolare Scarlett Witch, che è pure la causa scatenate di tutti i casini e Visione. La prima in Age of Ultron sembrava una sorta di regina degli incubi, ora invece è diventata una supertelecineta che riesce a contenere le esplosioni, dissipare il gas, sparare dalle mani e volare: quindi, cosa fa? Stesso vale per Visione, che può passare attraverso gli oggetti, ma non si sa perché, mi sembra un potere molto arbitrario per un androide. Torna poi l'incoerenza di base di Ant-Man, che viene presentato nel suo film come capace di modificare le sue dimensioni mantenendo la massa, il che gli renderebbe impossibile volare a cavallo di una freccia. E infine Spiderman, per quanto piacevole nelle sequenze di combattimento si dimostra forse fin troppo forte (sostiene con le braccia un ponte di cemento che lo sta schiacciando!) per essere un ragazzino con la tuta che spara ragnatele.

Quindi ok, non ho sofferto quando avrei creduto, ma ho dovuto ingoiare più volte il magone che queste incoerenze ripetute mi facevano salire a ogni occasione. Non basta per me a redimere l'intero confuso MCU, ma sono più comprensivo verso chi afferma di apprezzarlo.

Doctor Who 10x02 - Smile

Dopo aver conosciuto la nuova companion e appreso che il Dottore si è impegnato a tenere sotto controllo una stanza sigillata sotto l'università (qui mi ero perso qualche battuta nell'episodio precedente, infatti nel mio commento dicevo che non si era ancora intuito quale fosse l'arco narrativo di questa stagione, ma è già abbastanza chiaro che sarà proprio quella stanza segreta), siamo pronti per la prima avventura off-world della stagione 10. Come spesso accade, è il Dottore stesso a chiedere alla nuova compagna di viaggio dove vuole andare: passato o futuro? La scelta è per il futuro, e il Tardis porta i due su un pianeta non identificato che costituisce una delle prime colonie umane al di fuori della Terra. Troviamo qui i temibili emojibot, piccoli e goffi robottoni con facce da emoji che rilevano lo stato d'animo degli umani. Questi sono in realtà solo l'interfaccia dei veri occupanti robotici della colonia, stormi di nanobot che di fatto costituiscono la struttura stessa della città deserta. Qualcosa è andato storto e i robot uccidono gli umani che si dimostrano infelici, così quando il Dottore e Bill scoprono cosa è successo sono costretti a fuggire con il sorriso. Salvo poi tornare per sistemare le cose.

Di Smile va detto innanzitutto non brilla per originalità. Più o meno tutti gli elementi della storia si possono ritrovare sia in episodi precedenti di Doctor Who che in altre opere anche piuttosto note. I robot con faccia-emoticon si vedono ad esempio nel film Moon di Duncan Jones, mentre gli omicidi compiuti dai nanobot volanti si sono visti di recente in Black Mirror, nell'ultimo episodio finora trasmesso Hated in the Nation. Anche l'obbligo di sorriso non è così strabiliante, perché di dittature della felicità se ne vedono spesso nella fantascienza. Infine, il nemico che in realtà non è cattivo ma soltanto incompreso è talmente frequente in DW (basta andare all'episodio della settimana scorsa) che davvero, qualche volta sarebbe bello avere un villain che è semplicemente e genuinamente stronzo. Ma in fondo l'originalità è merce davvero rara, in particolare per una serie iniziata cinquant'anni fa, e non è comunque garanzia di successo.

Lasciando quindi da parte l'originalità come criterio di valutazione, la puntata presenta comunque qualche inceppamento. I primi due atti riescono a creare tensione (per quanto sia possibile farlo attraverso gli emoji): si passa da identificare la minaccia a decidere come eliminarla. È nella parte finale che le cose si fanno confuse e contraddittorie. Quando si scopre che sul pianeta sono già presenti i coloni e questi si armano subito per distruggere i robot, il Dottore è costretto a intervenire e lo fa con un colpo di cacciavite sonico, semplicemente resettando i robot così che possano reimparare da capo la convivenza con gli umani. Anzi, è a questi ultimi che raccomanda "teneteveli buoni, perché i veri padroni di questo mondo sono loro". Francamente, se io fossi stato uno di quei coloni appena decriogenizzato e mi avvessero detto di farmi amico i robot idioti che hanno ammazzato la mia famiglia perché non sapevano come rapportarsi con il dolore... beh, insomma, qualche dubbio su come quel vecchio pazzo con la giacca ha gestito la faccenda mi rimarrebbe. Non è la prima volta che DW si scontra con un problema simile, costruendo con abilità una situazione complessa che si risolve poi in modo banale e poco soddisfacente. Con la variante che, in questo caso, mi pare sia la prima volta in cui la soluzione non è a vantaggio degli umani!

La parte più interessante dell'episodio è forse il modo in cui si sta costruendo la relazione tra il Dottore e Bill. La nuova companion si dimostra ancora curiosa ma abbastanza umile, piena di domande, quasi come un'allieva in gita con il professore. Probabilmente lei stessa non sa ancora come considerare il Dottore, infatti in questa puntata solleva l'ipotesi che sia un poliziotto che va in giro a sistemare le cose. Da parte sua il Dottore sembra anche piuttosto protettivo, in più di un'occasione suggerisce a Bill di rimanere al sicuro mentre lui si occupa dei problemi. La breve presenza di Nardole conferma invece il cambio di ruolo dell'assistente, che adesso sembra comportarsi quasi come "la coscienza" del Dottore, ricordandogli i suoi doveri.

Pesando i vari elementi, Smile non si può ritenere un episodio di buon livello, e riesce a salvarsi forse solo per la presenza di Capaldi e Mackie e il modo in cui va definendosi la loro chimica. Fosse stato un episodio della passata stagione con una companion stagionata come Clara avrebbe perso anche quell'attrattiva, e ci saremmo probabilmente trovati con un pastrocchio come In the Forest of the Night, che guardacaso è dello stesso autore. Quindi per sicurezza direi che è il caso di smettere di farglieli scrivere, ok? Voto: 5/10

Marc Romboy - Voyage de la planète

Molte volte quando mi capita di discutere con altre persone dei miei gusti musicali (cosa che con gli anni ho imparato a evitare, così come per i gusti letterari, ma ogni tanto succede) mi trovo a dovermi "difendere" dalle accuse di inmusicalità dell'elettronica. In genere la posizione dell'interlocutore è piuttosto superficiale, e si basa sull'assunto "musica = canzone", al che mi permetto di sottolineare come certa musica elettronica abbia dei fortissimi punti di contatti con la musica classica, quella che per convenzione siamo abituati a considerare come l'essenza stessa della musica (anche su questo ci sarebbe da discutere, ma approfitto volentieri del preconcetto nell'ambito di tali dibattiti). La centralità della struttura, la gestione degli "strumenti", l'attenzione richiesta dall'ascoltatore sono a mio avviso paragonabili, se penso ad esempio ai pezzi di Villalobos, Minilogue, Ellen Allien. Questo senza andare a scomodare quegli artisti che si sono dedicati a composizione di concerti veri e propri, come il Krieg und Frieden di Apparat o Chronicles of Possibile Worlds di Jeff Mills.

Ma a partire da oggi se dovessi fare un esempio universale e inconfutabile di come musica classica ed elettronica sono sorelle (o quantomeno cugine), citerei immediatamente Voyage de la planète, l'album appena uscito di Marc Romboy.

Questo viaggio planetario è stato appositamente concepito come un'opera di raccordo tra la musica classica da orchestra e la sua controparte contemporanea, con una serie di tracce in cui la complementarità tra gli strumenti da orchestra e apparecchi elettronici è palese e assolutamente naturale, quasi scontata. Serve a mostrare a tutti gli ascoltatori che è sempre stato così, e forse sono stati loro a non aver mai prestato abbastanza attenzione.

Violino, piano, sintetizzatori, fiati, xilofoni, drum machine e tutti gli altri si affiancano con tanta leggerezza che è davvero difficile capire quando si sta ascoltando uno strumento suonato o uno sintetizzato. In questo senso, forse sono io che cerco connessioni anche dove non ci sono, ma credo si possa individuare un risultato per certi versi simile a quello ottenuto da Vale & The Varlet in Believer, di cui ho parlato poco tempo fa. Si tratta dello stesso approccio ma applicato a partire dalla direzione opposta, un equilibrio diverso ma equivalente. In realtà tutta la musica qui contenuta è composta ed eseguita dallo stesso Marc Romboy, ma l'insieme si presta perfettamente a un'esecuzione live con orchestra, occasione che è stata subito colta, e i cui risultati sono davvero straordinari. Stiamo parlando di cose come questa:


Ma come dice il titolo, Voyage de la planète è anche un viaggio, e in questo senso dimostra anche tutto il suo debito all'immaginario fantascientifico. Qualche indizio di questa tendenza tematica di Marc Romboy l'avevamo già avuto nella sua collaborazione con Stephan Bodzin alla realizzazione del progetto Luna, una vasta raccolta di pezzi dedicati ognuno a un satellite del Sistema Solare. Voyage de la planète riprende un approccio simile ed elabora invece un tributo all'esplorazione di nuovi mondi e modi di pensare, che emergono dai suoni, dalle atmosfere, dalle sequenze, dai cambi di registro. Il tutto è reso ancora più evidente dai titoli dei pezzi: l'apertura è riservata a Jules Verne, ma a seguire abbiamo L'univers étrange, L'univers parallèle, La machine du temps, La lune et l'étoile, Nocturne. Ogni traccia rappresenta una variazione del tema di fondo, e interpreta con un diverso rapporto di forze questa unione dei concetti musicali classici e moderni.

Con questa opera Marc Romboy entra di diritto nella mia personale cerchia di punti di riferimento. Da dj solo "interessante" salta di prepotenza diversi gradini e diventa qualcosa di più, un artista capace di mostrare il mondo che già conosciamo in una luce diversa. Può sembrare una formula esagerata per quello che è in fin dei conti soltanto un album di dieci tracce, ma non la uso con leggerezza. Esiste il talento, esiste la bravura e l'esperienza, ed esiste anche il genio. Qui ho il sospetto che ci troviamo dalle parti di quest'ultimo. Ma sono sempre disponibile a scoprire di nuovo, di più e di meglio, a compiere altri viaggi verso altri pianeti.

Doctor Who 10x01 - The Pilot

Dopo un lungo digiuno da Doctor Who interrotto solo da un richiamino sotto Natale, si riparte finalmente con la stagione 10, che segnerà un punto di svolta nella serie in quanto è già noto che sarà l'ultima con l'attuale incarnazione del Dottore e sotto la guida di Steven Moffat, che ha condotto lo show per cinque stagioni e attraverso il cinquantesimo anniversario.

Probabilmente c'è un significato che va oltre lo schermo nel titolo di questo episodio, che è in un certo senso il pilot di una serie che prova a ripartire. Riparte perché abbiamo una nuova companion, quindi l'occasione di fornire un nuovo punto di vista sulla vicenda del Time Lord, e riparte perché con la stagione nove e gli speciali successivi si sono chiusi alcuni degli archi narrativi che avevano trattenuto il Dottore negli ultimi anni: la ricerca di Gallifrey, la relazione morbosa con Clara Oswald, l'ultima (lunga) notte con River Song. Quello che incontriamo all'inizio della stagione dieci è un Dottore dal basso profilo, che si è limitato negli ultimi decenni a fare il professore universitario. "Non faccio più queste cose" dice "ho promesse da mantenere." Sappiamo bene che qualcosa lo porterà fuori dal suo isolamento, e d'altra parte ci aveva già provato in passato a tornare nell'ombra (vedi la fine della stagione 6), ma è chiaro che non gli è possibile.

Conosciamo anche Bill, e appare fin da subito come qualcosa di fresco e leggero. Molti fan si erano lamentati che ultimamente tutti gli accompagnatori del Dottore fossero in qualche modo "le persone più speciali dell'universo", e l'apice di questa tendenza si è raggiunto proprio con Clara, che da personaggio ricorrente in tutta la storia del Dottore è diventata per lui così importante da dover essere dimenticata. Bill invece, almeno per quanto possiamo vedere, è una ragazza normale. Non si presenta come straordinariamente brillante o coraggiosa, è curiosa ma anche spaventata, si rendo conto di trovarsi di fronte a eventi più grandi di lei. È anche lesbica, come già si sapeva, tratto che in The Pilot assuma una sua importanza, ma lo fa con naturalezza, come dovrebbe sempre essere per l'orientamente sessuale di un personaggio (cosa che non si può dire ad esempio del rapporto omo-interspecifico tra la siluriana Vastra e la sua assistente, che fin troppe volte viene sottolineato). L'altro companion occasionale Nardole, per cui avevo espresso già parecchi dubbi in precedenza, non si è dimostrato irritante quanto avrei pensato, anzi ridotta la componente macchiettistica il suo ruolo di spalla del Dottore potrebbe avere un senso, soprattutto se come è plausibile Bill non avrà il tempo (e la predisposizione) per diventare una Vicedottoressa come è stato per molte companion recenti.

La storia di The Pilot è un monster of the week abbastanza blando, una minaccia non così terribile ma abbastanza misteriosa, che il Dottore stesso non riesce a comprendere del tutto. Non c'è un vero senso di minaccia e non è in ballo la salvezza dell'umanità, il che per un episodio che è tutto sommato una series premiere va più che bene. Per la verità ci sono un paio di elementi che sembrano provenire di peso da storie precedenti: l'astronave in cerca di pilota (The Lodger, stagione 5) e le creature grondanti acqua (The Waters of Mars, uno degli speciali dopo la stagione 4). Forse si sarebbero potute trovare soluzioni estetiche diverse per non richiamare troppo le puntate passate, ma la storia fa del suo meglio per distanziarsi da queste. E anzi, per quanto accennata, la storia della ragazza che si sente fuori posto, forse a causa di una piccola imperfezione che si porta dietro da sempre, riesce ad apparire credibile e attirare empatia. Il mostro che non è davvero cattivo ma solo incompreso è un cliché ricorrente, anche in DW stesso, e può funzionare o apparire patetico: stavolta funziona.

Un'altra cosa che si può notare sotto la superficie della storia sono i numerosi particolari riferiti al passato di Doctor Who, e in particolare alla serie classica degli anni 60-80. I vecchi cacciaviti sonici (in uso dal Terzo Dottore in poi), l'incursione nella guerra tra Dalek e Movellan (visti in Destiny of the Daleks, una storia del Quarto Dottore) e soprattutto la fotografia di Susan, la nipote del Dottore che ha iniziato a viaggiare con lui tanto tempo prima, proprio nei primi episodi della serie del 1963. È da tempo che si vocifera una comparsa di Susan, e forse quel momento è arrivato, considerando che finora nella serie moderna è stata giusto citata un paio di volte ma mai nemmeno mostrata. L'impressione anzi è che quest'ultima stagione di Peter Capaldi si ricongiunga in qualche modo a quelle di William Hartnell, vista anche la presenza del primo design dei cyberman, che sono i responsabili della rigenerazione del Primo Dottore.

È ancora presto per poter dire dove punterà questa decima stagione e qual possa essere l'arco narrativo che quasi sempre si snoda lungo i vari episodi, ma alcuni indizi si possono già raccogliere. Susan, la "promessa" del Dottore, l'imminente arrivo di ben due versioni del Master... vedremo cosa ne viene fuori. Rimane il fatto che The Pilot si è dimostrato un ottimo inizio di stagione, con una bassa posta ma un'efficace gestione dei nuovi personaggi e della componente emotiva. D'altra parte si viene da una stagione nove che nonostante un paio di scivoloni è stata di livello davvero alto. E speriamo di aver sentito davvero per l'ultima volta il tema di Clara. Voto: 7/10

Dj set: 30th

Ogni tanto mi riaffaccio sul blog proponendo un dj set da me registrato. L'ultimo risale a un periodo non proprio sereno che è in qualche modo sublimato in musica, e anche questa volta si tratta di qualcosa del genere. Infatti gli 80 minuti che compongono il set linkato qui sotto è in qualche modo una rielaborazione del 2016, l'anno dei miei trent'anni. Questo non significa contiene pezzi del 2016, i miei set sono sempre "astorici", ma racchiude in sé il mood dell'anno da poco trascorso. Che in effetti non è un mood troppo spensierato.

30th contiene alcuni pezzi di cui ho parlato in alcuni post musicali comparsi ultimanete sul blog, ad esempio quelli di Atelier Francesco, Telefon Tel Aviv, Moderat, Stephan Bodzin e Paul Kalkbrenner. Il resto proviene da fonti varie passate e recenti, con alcuni nomi piuttosto ricorrenti. Potete sentirlo qui sotto, e con l'occasione vi ricordo che sulla mia pagina Mixcloud trovate anche gli altri miei dj set registrati negli anni.



Coppi Night 09/04/2017 - La scoperta

Netflix ormai si è già ricavato una posizione di rilievo nell'offerta cinematografica attuale, visto che dopo le serie tv adesso ha preso a rilasciare anche film con una certa frequenza. Se alcune produzioni possono essere considerate di medio livello (ad esempio Spectral) altre rivaleggiano con il cinema "ufficiale" per regia, comparto tecnico, attori di "fascia alta". È questo il caso di The Discovery, che vede nel cast principale Robert Redford, Jason Segel e Rooney Mara e si presenta con un livello qualitativo che non sfigurerebbe visto sul grande schermo. E anche la storia è molto ambiziosa.

La "scoperta" del titolo è quella dell'aldilà. Un neurologo (Redford) ha dimostrato scientificamente l'esistenza di un qualche tipo di vita oltre la morte, o per lo meno della prosecuzione della coscienza in un'altra forma dopo la morte corporale. La scoperta, diffusa presto in tutto il mondo, ha provocato un elevato numero di suicidi, perché in fondo, che sbattersi a fare quando sai che c'è qualcosa dopo? A distanza di qualche anno dall'annuncio seguiamo il figlio dello scienziato (Segel), convocato dal padre in una villa isolata dove sta compiendo ulteriori esperimenti sull'aldilà. Durante il viaggio incontra una donna (Mara), che poco dopo è lui a salvare dal suicidio e portare all'interno della comunità del padre.

Il film prende di petto un tema molto profondo e controverso. Si potrebbe pensare che, una volta dimostrata l'esistenza dell'aldilà, si raggiungerebbe il consenso sul significato e il valore della vita, ma così non è. L'immortalità della coscienza non avalla automaticamente nessuna religione, né dà indizi ulteriori su come sia questa oltre-vita. Per cui c'è chi (come il protagonista) non è affatto convinto che il suicidio sia la scelta più vantaggiosa, e c'è chi pur non dando particolare valore alla vita non è capace di togliersela. Da questa differenze di visioni nasce il conflitto tra il protagonista e suo padre ma anche il fratello, la ragazza e gli altri ospiti/operai della villa. Ne emerge un quadro complesso, in cui non è facile identificare un'unica prospettiva corretta e rimane aperto a interpretazioni ancora differenti.

Poi però succede qualcosa. Nell'ultima parte del film viene approfondita una sottotrama di "investigazione", e nel climax finale emerge un plot twist che non sembra del tutto coerente con quanto visto fino a quel momento. È una visione comunque affascinante, che dà un nuovo significato a tutta la storia (e per certi versi, affine ad alcuni temi da me sviluppati in Dimenticami Trovami Sognami... mica ve la prendete se ne approfitto per spiattellare con nonchalance la copertina?), però sembra essere la conclusione di una storia diversa da quella con cui il film era iniziato. Certo non mi aspettavo che fosse rivelata la "verità" sulla vita dopo la morte o che il technobabble che giustifica la scoperta fosse spiegato interamente, ma il senso finale della vicenda (così come proprio l'ultima scena) sembra adattarsi a tutt'altro tipo di storia e di conseguenza lascia incompiuto ciò che si era aperto inizialmente. Non mi sentirei di definirlo uno scivolone, perché il film gestisce comunque con competenza e intensità anche questo twist, e non si può non rimanerne colpiti. Però appunto, la conclusione fa passare in secondo piano tutta la storia precedente e si arriva quasi a dubitare che tutto la scoperta stessa abbia davvero l'impatto che si pensa inizialmente.

C'è anche da rilevare qualche difformità minore, con alcune scene leggermente fuori registro (mi riferisco soprattutto alla sequenza dell'obitiorio) e qualche incoerenza nello sviluppo dei personaggi, che non sempre sembrano comportarsi come dovrebbero. Anche la relazione tra il protagonista e la ragazza sembra svilupparsi in modo alquanto innaturale, come se a un certo punto il regista avesse semplicemente detto "ok, manca mezz'ora alla fine del film, ora bisogna che vi baciate".

The Discovery merita sicuramente la visione, ma a mio avviso avrebbe avuto bisogno di una maggiore focalizzazione. Si sarebbe potuto interlacciare le due storie principali in modo più profondo, o forse ancora meglio concentrarsi su una sola, senza rincorrere il twist a tutti i costi e dando più forza ai personaggi e alle loro scelte.

Rapporto letture - Marzo 2017



Marzo è iniziato con la lettura dell'epico Seveneves (iniziata già a metà febbraio), ultimo romanzo di Neal Stephenson che dovevo ancora recuperare, di cui ho già parlato in un post dedicato e per il quale non mi soffermo ulteriormente. Finito questo volume enorme e complesso, ho pensato di "disintossicarmi" dalla hard sf e alleggerire con qualche lettura meno impegnativa.





Ho pensato che l'ideale per un defaticamento completo era leggere qualche racconto, e così ho recuperato la raccolta Mucho Mojo Club vol. 1, un'antologia di racconti thriller/noir curata appunto dal Mucho Mojo Club, club letteriario ideato da Mauro Falciani, un libraio indipendente di Firenze (con l'occasione vi invito a conoscere e visitare la libreria Mucho Mojo). Falciani ha chiesto a una decina di autori di livello internazionale di prestargli un racconto per questa raccolta e ognuno di loro ha dato il suo contributo. Perosnalmente non sono un appassionato del genere e quind anche i nomi non mi sono familiari, ma si capisce subito che si tratta di professionisti. Come in tutte le raccolte il livello dei racconti non è sempre costante, alcuni sono meglio riusciti di altri, ma la lettura è sempre piacevole e almeno in un paio di casi inquietante al punto giusto. Un volume quindi ben riuscito, oltre che un'iniziativa da promuovere e sostenere, per cui se vi piace il thriller puntateci gli occhi. Voto: 7/10


Mantenendomi ancora al di fuori del familiare territorio della narrativa fantastica, ho pensato che fosse il momento giusto per leggere Apologia del porco, romanzo di Marco Di Pinto pubblicato un paio di anni fa da I Sognatori (la casa editrice con cui è uscito il mio Spore). Come già esplicitato dalla dedica, Apologia del porco è una storia che mette in evidenza lo sfruttamento dei lavoratori, in questo caso nella Puglia contemporanea, ma in fondo non così diversa da quello che si può trovare in altri posti e altre epoche. La narrazione in prima persona del giovane protagonista che si trova a lavorare per un imprenditore del settore alimentare riporta mancanze, soprusi, umiliazioni e tutta una serie di piccoli episodi sgradevoli. Il tono rimane comunque leggero, quindi la bassezza dei personaggi non porta a una storia cupa, purtroppo quello che mi è sembrato mancare è proprio un arco di sviluppo dei personaggi. Sia il protagonista che l'antagonista non seguono un percorso, manca un vero e proprio finale che concluda la vicenda. Insomma per quanto interessante, alla fine sembra incompleto. Voto: 6/10


E poi vabbè, posso provarci quanto voglio ma poi sempre alla fantascienza torno. E così l'ultimo giorno del mese sono riuscito a infilarci anche uno degli ultimi titoli di Future Fiction, il racconto Sinestesia di Oliver Paquet (incuriosito anche dal fatto che c'è in giro un mio racconto con lo stesso titolo). Storia di un'invasione aliena su un mondo abitato da umani e altre razze, l'elemento di spicco del racconto è il modo in cui gli uomini abbiano sviluppato una tecnologia capace di aprire passaggi per altri mondi, attraverso l'uso di IA "emotive". Solo un piccolo scorcio di un universo molto vasto, di cui si può apprezzare la grande immaginazione nonostante la brevità. Voto: 7/10

Coppi Night 02/04/2017 - Il bosco ha fame

Per una volta mi sento di promuovere il titolo italiano, decisamente più accattivante dell'originale Wrong Turn che non dà nessuna indicazione sul contenuto.

Un onesto b-movie horror con classico gruppo di ragazzi sprovveduti braccati dal mostro di turno, nel caso specifico un trio di montanari cannibali. Tutto inizia con il protagonista che rimane bloccato nel traffico e per arrivare in tempo a un colloquio importante decide di fare una strada alternativa che passa in mezzo al bosco. Qui si schianta contro il camper di un gruppo di amici fermo in mezzo alla strada, mettendo fuori uso entrambi i mezzi di trasporto. Per cercare aiuto sono costretti quindi ad attraversare il bosco per raggiungere la civiltà.

Tutto procede come da copione: il gruppo si separa e si assiste alle prime vittime che come nella migliore tradizione sono quelli rimasti da parte a drogarsi e fare sesso (non c'era nessun nero nella comitiva, altrimenti sarebbe toccato a lui). Gli altri raggiungono invece proprio l'abitazione dei cannibali, e quando capiscono che c'è qualcosa di strano nei vasetti di interiora conservati in frigorifero è troppo tardi, perché gli inquilini sono rientrati portandosi dietro i cadaveri dei loro amici.

Dopodiché si succedono fughe, nascondigli, infortuni e morti alla spicciolata. Degno di nota comunque il fatto che i ragazzi non si comportino da decerebrati come avviene di solito in questo tipo di film, e che le loro reazioni sono per lo più ragionevoli per quanto possano esserlo in un contesto del genere. Dall'altra parte anche i tre cannibali (non è chiaro se imparentati tra loro) si dimostrano piuttosto intelligenti e capaci di rappresentare una sfida reale, cosa non scontata per questo livello di horror, dove di solito i protagonisti soffrono unicamente per la loro propria stupidità. Tutto sommato la credibilità vacilla solo in un paio di occasioni, e non in modo così drammatico.

Naturalmente nessuno grida al capolavoro, ma il film non si rivela irritante quanto le premesse potevano far supporre, ha un buon livello di gore e delle sequenze d'azione valide. Quindi alla fine un prodotto più gradevole di altri sul tema del cannibalismo, tabù così forte che in molti casi pare che basti invocarlo per dare spessore a una trama, quando in realtà non c'è niente intorno. Ce l'ho con te, Green Inferno.

Coppi Night 26/03/2017 - Los ùltimos dìas

Mi permetto di mantenere il titolo originale perché non vedo la ragione per cui dovrei trasporto come The Last Days, in una lingua terza, piuttosto che un semplice Gli ultimi giorni. E anche per rendere evidente che si tratta di una produzione spagnola.

Scovato su Netflix, è un film del 2013 la cui premessa mi ha affascinato subito. In tutto il mondo si diffonde una "epidemia" di agorafobia. Le persone non sono più capaci di sopportare gli spazi aperti, e sono costrette a vivere continuamente all'interno degli edifici. La patologia è abbastanza grave da provocare la morte per shock a chi si avventura al di fuori della porta. La crisi colpisce tutti, gradualmente: l'intera umanità si ripara nelle sue costruzioni: abitazioni, uffici, stazioni, fogne. Qualunque cosa non sia direttamente sotto il cielo aperto. A mesi di distanza dall'inizio della psicosi collettiva, della civiltà contemporanea rimane molto poco.

In questo contesto apocalittico il protagonista della storia è Marc, un giovane impiegato rimasto imprigionato nel suo ufficio insieme ai colleghi. Marc vuole trornare dalla sua ragazza nella loro casa, ma non potendo uscire, decide di raggiungerla attraverso un percorso sotterraneo passando dai binari della metropolitana alle fogne. Suo compagno di viaggio sarà Enrique, un consulente del personale dal fare minaccioso che era stato assunto dall'azienda per eseguire tagli all'organico (e che aveva messo gli occhi proprio su Marc). Entrambi diffidenti dell'altro all'inizio, andando avanti imparano a conoscersi e collaborare, constatando che è inutile mantenere i propri ruoli quando la società non esiste più.

Ma il viaggio lungo la metro di Barcellona è anche l'occasione per mostrare le varie soluzioni adottate dall'umanità per adattarsi alle nuove condizioni di vita. Chi può è rimasto in casa, ma ha dovuto comunque trovare il modo di rifornirsi di cibo, acqua ed energia. Nei luoghi di passaggio affollati come stazioni e supermercati si sono invece create delle comunità complesse, con fazioni in lotta tra loro. I due protagonisti devono quindi cercare di passare indenni attraverso la serie di pericoli dovuti alla disperazione di chi è costretto a convivere con migliaia di sconosciuti in uno spazio chiuso e limitato.

Il film riesce innanzitutto a tasmettere bene l'ansia e l'oppressione a cui tutti si trovano sottoposti (mi ha ricordato in qusto sensto Blindness). Inoltre gestisce con padronanza le storie personali dei due protagonisti, inserendo anche alcuni flashback che mostrano le ultime settimane prima della catastrofe. Come sempre nelle storie in cui la società si è disgregata, la moralità si fa più indefinita, e i protagonisti stessi compiono delle azioni non proprio encomiabili che tuttavia sono in parte giustificate dalla situazione. Dal punto di vista tecnico il film è ben realizzato, e trae il meglio dalle valide interpretazioni degli attori (devo dire che anche il doppiaggio è di buon livello). L'unico scivolone è la scena dell'orso, dove forse per una eccessiva voglia di azione si pecca un po' di credibilita e brutta CGI, ma anche quella sequenza si rivela poi importante nello svolgimento della trama.

Tutto questo fa di Los ùltimos dìas una piacevole sorpresa, il film su cui non punteresti nulla e invece riesce ad appassionare, stimolare e commuovere. E a questo punto, credo che dovrò iniziare a guardare con più attenzione a un certo tipo di cinema spagnolo, perché mi rendo conto che ultimamente tutti i film spagnoli che ho visto mi hanno quanto meno convinto, e in diversi casi anche lasciato qualcosa. Penso a Mientras duermes, Automata, Cella 211 e ora questo. Potrebbe anche essere un caso, ma comincia a farsi abbastanza sospetto da meritare maggiore approfondimento.

Neal Stephenson - Seveneves

Neal Stephenson è quell'autore che può iniziare un romanzo con:
La luna esplose all'improvviso e senza una ragione apparente
e farne seguire 860 pagine di hard sf traboccante di infodump che scorrono con la piacevolezza di un'acqua tonica ghiaccio e limone il 28 luglio. Stephenson si è costruito dagli anni novanta in poi una posizione quasi di culto nell'ambito della fantascienza contemporanea, grazie a una produzione non troppo vasta ma sempre azzeccata. Dall'iconico Snow Crash a Cryptonomicon, dal Ciclo Barocco al capolavoro di Anathem, ogni romanzo di questo atuore è un viaggio completo in una dimensione diversa, sia essa storia alternativa, universo parallelo, futuro, o soltanto il presente che ancora non siamo capaci di riconoscere. Seveneves, pubblicato nel 2015 e colpevolmente ancora inedito in Italia, è solo l'ultimo dei suoi viaggi epici, e in questo caso il termine ha una connotazione quasi letterale.

Seveneves è una storia della fine del mondo, che comincia con quella frase riportata sopra. La luna si frammenta di punto in bianco in sette pezzi, senza che nessun potesse prevederlo o possa capire perché è successo (e mettetevi l'animo in pace: non verrà mai data una spiegazione di come e perché è successo). Dalla iniziale curiosità si passa al terrore quando il calcolo delle meccaniche orbitali degli iniziali sette frammenti porta a concludere che nell'arco di due anni circa la massa di detriti raggiungerà un livello critico di caos tale da iniziare a piovere sulla Terra, sottoponendo il pianeta a una caduta continua di bolidi in grado di devastare la superficie e incendiare l'atmosfera. Inizia allora la corsa contro il tempo per salvare l'umanità e fare in modo che una parte sufficiente della popolazione sopravvivere all'imminente apocalisse. Da qui in poi ci sarà qualche spoiler, ma niente di più di quello che si scopre leggendo la quarta di copertina.

Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima si verifica la distruzione della luna e vengono elaborati i piani di emergenza messi in atto per mettere in salvo la maggior parte possibile della popolazione. La soluzione che viene adottata e condivisa da tutte le nazioni è quella di ampliare la Stazione Spaziale Internazionale (ISS o Izzy per i suoi abitanti) e portare in orbita, al riparo dalla tempesta di fuoco, un numero selezionato di persone che possano poi ripopolare il pianeta, quando a distanza di qualche migliaio di anni la superficie tornerà abitabile. Nella seconda parte viene abbandonata la prospettiva terrestre, e tutta l'azione si svolge in orbita, tra Izzy e le arklet che formano lo sciame di arche su cui è stata trasferita la popolazione. Da qui si assiste all'inizio della Hard Rain che mette fine alla civiltà umana sulla Terra, per poi passare al difficile compito di sopravvivere alle condizioni estreme, mancanza di spazio ed esaurimento delle risorse. Le poche migliaia di occupanti di Izzy e delle arklet sopportano una sequenza di momenti terribili, e l'estinzione dell'umanità si fa pericolosamente vicina. Infine, nella terza parte, si salta di cinquemila anni nel futuro, quando l'umanità si è più o meno ricostituita e ha stabilito la sua vita in una moltitudine di habitat che circondano tutta l'orbita terrestre, e si sta preparando a tornare finalmente sul pianeta.

Il livello di speculazione verso cui si spinge Stephenson è estremo ma sempre coerente. La storia parte da un'epoca tecnologicamente affine a quella attuale. Gli unici due elementi non ancora presenti "nel mondo reale" rispetto a quanto narrato nel romanzo sono la presenza di un asteroide catturato e agganciato alla ISS, e la disponibilità di piccoli robot da lavoro più avanzati di quelli attualmente in uso. Si tratta di due elementi che si rivelano determinanti nel dipanarsi nella storia, le uniche concessioni alla sospensione dell'incredulità richieste dall'autore. Per il resto il mondo è perfettamente riconoscibile: dai social media alla politica internazionale fino a personaggi che sembrano di fatto gli alter ego di personaggi reali, come Neil DeGrasse Tyson ed Elon Musk. A paritre da questo Stephenson si permettere però di sollevare problemi e proporre soluzioni, da questioni apparentemente banali del tipo "come funziona una frusta a gravità zero" ad altre più complesse come "dove trovare la massa di reazione per far cambiare orbita alla ISS in assenza di rifornimenti dalla Tera". Come già successo in molti dei suoi lavori precedenti, l'autore non ha paura di lanciarsi in lunge digressioni, usando terminologia precisa ma non strettamente tecnica, e prendendosi il tempo di illustrare tutte le nozioni di base per comprendere le questioni affrontate. In qualche modo, Neal Stephenson sembra totalmente immune dall'intolleranza all'infodump che affligge la maggior parte degli autori e lettori di oggi, e anzi ha con sé gli anticorpi necessari per debellare questa epidemia contemporanea, perché non si avverte nemmeno per una pagina il fastidio delle informazioni rigurgitate in modo gratuito e anticlimatico. I temi affrontati nel corso delle quasi 900 pagine sono davvero vasti, afferenti a numerose discipline, dalla meccanica dei corpi celesti alla balistica, dalla genetica alla programmazione, dalle arti marziali alla sociologia.

Volendo ricercare un difetto in Seveneves, forse la sproporzione tra le prime due parti e la terza è quello più evidente. Per le prime 570 pagine la storia segue l'umanità come la conosciamo, con il focus su un gruppo di personaggi principali, che si impara a conoscere e apprezzare. Nella terza parte ci si trova sbalzati di 5000 anni, e per quanto sia stimolante vedere come la società e gli uomini si sono evoluti durante la loro permanzenza nell'habitat orbitale, si perdono tutti i punti di riferimento accumulati fino a quel momento e al tempo stesso non si ha modo di acquisirne di altri, perché le rimanenti trecento pagine hanno così tanto da dover raccontare del presente e dei cinquemila anni trascorsi che non c'è spazio per approfondire a dovere personaggi e dinamiche. A lettura ultimata mi è venuto da chiedermi se non avrebbe potuto avere senso raccontare prima la parte ambientata nel futuro, e in seguito riferire come è avvenuta la fine del mondo. Dato che nella terza parte le riprese di alcuni momenti storici dell'epoca della crisi sono continuamente riprodotte e formano un'Epica a cui tutta l'umanità si ispira, forse sarebbe stato giustificato. Peraltro c'è anche chi teorizza che l'intero libro sia una sorta di documento di propaganda in-universe, la storia come viene raccontata da una delle due fazioni in cui l'umanità si è divisa nel futuro.

Nonostante la storia cominci con una catastrofe totale e arrivi vicinissima all'annientamento completo dell'umanità, Seveneves è in un'ultima analisi un'opera ottimista, anzi, quasi positivista. Gli eroi del romanzo sono le persone che si impegnano, quelli che affrontano i problemi e trovano le soluzioni, che pensano e agiscono. Si può avvertire anche una certa contrapposizione tra tecnica e politica, laddove i professionisti (ingegneri, astronomi, medici, programmatori) sono costretti a seguire le decisioni dei burocrati (presidenti, uffici stampa, avvocati, ambasciatori), spesso abbandonando la strategia più efficace a favore di quella più opportuna. Questo contrasto in alcune occasioni si fa esplicito, e culmina a un certo punto in una vera e propria guerra sui social media con conseguenze devastanti.

In definitiva, Seveneves è un'opera totalizzante. Se qualche pecca minore si può individuare, non toglie nulla all'immensità del quadro complessivo. È uno di quei libri che, una volta chiuso, richiede qualche giorno di assestamento, perché la sola idea di poter metterlo da parte e aprire un libro che non parli di quello sembra inconcepibile. Per questo sono anche un po' preoccupato che il film tratto dal romanzo a cui sta lavorando Ron Howard si riveli alla fine solo un disaster movie che poco ha a che spartire con la profondità della narrazione e la speculazione selvaggia del libro.

E in tutto questo, sono riuscito a non rivelare che cosa significa il titolo palindromo. Il che costituisce da sé il momento più wtf di tutto il libro, se si esclude l'incipit.


Piccola nota personale: Seveneves contiene nella sua vastissima trama almeno tre spunti che avevo messo da parte e avrei voluto usare per dei racconti, cosa che a questo punto eviterò di fare. Ma sono ben contento che Neal Stephenson si sia occupato di raccontare le mie storie meglio di quanto avrei mai potuto farlo io!

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