BoJack Horseman è il Boris di Hollywoo(d)?

Pochi giorni fa è comparsa su Netflix la quarta stagione di BoJack Horseman, serie animata ideata nel 2014 da Raphael Bob-Waksberg e prodotta dalla stessa Netflix che ha come protagonista il BoJack del titolo, un uomo-cavallo (in un universo in cui umani e animali antropomorfi convivono normalmente) star di una sitcom degli anni 90, che si sforza per mantenere viva la propria fama vent'anni dopo il successo e dare un senso alla sua vita. Ho scoperto la serie l'anno scorso, quando erano già disponibili le prime tre stagioni, e sto centellinando le puntate di questa quarta, perché sono contrario per principio al binge watching (o al binge-qualunque cosa, per la verità).

BoJack Horseman si presenta come una commedia, con episodi leggeri e ricchi di gag, spesso incentrate sul mondo dello spettacolo e tutto quanto vi gravita intorno. Con il procedere delle puntate inizia però un cambio di tono, e si vira verso il dramma, o quanto meno il dramedy, soprattutto seguendo il tentativo di BoJack di uscire dal tunnel di insoddisfazione e depressione della star in declino, che trascina tanto lui quanto chi gli sta intorno in un baratro di colpa e autolesionismo. Hollywood (o Hollywoo senza la D, come diventa ben presto nella prima stagione) viene rappresentata come una macchina spietata che fagocita e macina la vita delle persone che ne fanno parte, e in qualche modo tutti i personaggi principali sono compromessi dal loro ruolo nello show business.

Questo nucleo della serie mi ha portato a considerare che BoJack Horseman si può considerare, con le dovute proporzioni, una versione hollywoodiana della nostrana serie Boris. Boris è una serie italiana ormai diventata di culto, ambientata sul set di una brutta fiction italiana, in cui si viene a conoscere tutto il mondo di attori, autori, produttori e tecnici che gira intorno alla produzione di una brutta serie tv italiana. Nel cast di Boris ci sono molti nomi che proprio dalla fiction italiana sono emersi, ma che appaiono qui in una luce del tutto diversa (in senso letterale e metaforico), a dimostrazione di come spesso gli attori cani (presenti anche in BoJack Horseman, ma lì sono cani per davvero) non siano il vero problema di queste fiction.

Prima di provare a elencare le attinenze tra le due serie, chiariamo un punto importante. Il protagonista di Boris non è Alessandro, lo stagista che fa da narratore e punto di vista iniziale nella prima stagione: il protagonista è René Ferretti, il regista straordinariamente interpretato da Francesco Pannofino, che prima di questa performance era conosciuto principalmente come doppiatore. Tutti i nodi principali della trama, soprattutto dalla fine della prima stagione al (non riuscitissimo) film, convergono su di lui, mentre gli altri personaggi sono comprimari. Ma è Ferretti il personaggio di cui seguiamo l'arco di sviluppo e delle cui azioni ci importa davvero qualcosa.

Ora, è evidente che BoJack e René non sono del tutto assimilabili, ricoprono ruoli e hanno atteggiamenti diversi. BoJack è manipolatore ed egocentrico; René pavido e disilluso. Eppure entrambi si ritrovano incastrati in una posizione che sentono non gli appartiene, e hanno il proposito di cambiare se stessi e il loro mondo, cercando di fare qualcosa di buon e di meglio. BoJack ci prova interpretando il ruolo del suo eroe di gioventù Secretariat, René tenta in tutti i modi di fare buona televisione invece della solita merda a cazzo di cane che gli viene richiesta. Entrambi sono però destinati al fallimento, tanto per la loro incapacità di superare i loro personali limiti quanto per la pressione esercitata dall'esterno, che li costringe a ripetere gli stessi errori. Entrambi quindi, pur essendo in apparenza apprezzati dagli altri, si sentono vuoti e persi, e sono in cerca di una via d'uscita da questo circolo autodistruttivo.

Anche altri personaggi principali delle due serie possono essere accostati tra loro. Diane in BoJack ha qualcosa di Arianna di Boris: la ragazza forte, che cerca di mantenere il controllo e far funzionare le cose come dovrebbero, ma si scontra con la superficialità con cui gli altri affrontano i problemi. Mr Peanutbutter ha dei tratti in comune con Stanis LaRochelle, un attore a suo agio con se stesso, che non si pone problemi su ciò che lo circonda e sembra vivere sempre a favore di telecamera. Princess Carolyne può per certi versi assomigliare a Diego Lopez: entrambi si muovono nei meccanismi che stanno dietro il set, cercando far girare gli ingranaggi e trovare la miglior combinazione possibile. Todd e Alessandro sono entrambi degli estranei dell'ambiente, anche se reagiscono alle novità in maniera del tutto diversa. La quantità di personaggi secondari e comparse per entrambe le serie è elevata, per cui è complicato tratteggiare uno per uno i ruoli, ma si possono trovare molte similitudini di questo tipo.

È importante notare che Cinecittà non è Hollywood, per cui la componente parodistica e satirica differisce molto nelle due serie. Boris è profondamente italiana, e un pubblico diverso non potrebbe mai capire i riferimenti alla cultura pop e al contesto sociale che contiene, mentre il mondo del cinema americano è più conosciuto al di fuori, per cui BoJack Horseman risulta fruibile anche al di fuori della California. Ma come dicevo prima, considerando i giusti rapporti tra i due ambienti, si può notare che molte dinamiche si ripetono in modo simile. Anche gli archi narrativi seguono percorsi simili, basta pensare al tentato riscatto artistico di René e BoJack, oppure alla commistione tra spettacolo e politica.

Boris nel corso delle stagioni ha mantenuto un tono più leggero, continuando a essere principalmente una commedia, ma non per questo superficiale, in quanto il livello metanarrativo di una serie sulla produzione di una serie aggiune in molti casi una dimensione ulteriore. Dall'altra parte BoJack Horseman proseguendo riesce a toccare temi più universali e si fa decisamente più cupa, arrivando alla morte di alcuni personaggi principali e sfiorando quella del protagonista stesso. Ma in entrambe rimane sempre viva l'idea di sdrammatizzare anche le situazioni più tragiche, tanto che nella presente stagione di BoJack (no spoiler qui!) l'evento tragico della precedente è già diventato una farsa.

Il titolo di questo post naturalmente non vuole insinuare che BoJack Horseman sia un plagio di Boris. Ma è evidente che due show che partono da premesse simili, cioè mostrare la vita dei protagonisti riconosciuti e più nascosti del "mondo dello spettacolo" porta a situazioni e personaggi simili. Per cui, a mio avviso chi ha visto una serie non potrà non apprezzare l'altra, e viceversa. Quindi, alla fine dei conti, prendete questo post come un lungo e articolato consiglio di visione. Peraltro, sono entrambe disponibili su Netflix, quindi vista una si può passare agilmente all'altra. Ma niente binge watching, mi raccomando.

Rapporto letture - Agosto 2017

Altro mese di letture sotto la media, per la mia nota patologia che mi porta a leggere meno durante i mesi estivi e in occasione di ferie e vacanze di vario genere. Peraltro, questo agosto è stato anche piuttosto denso di impegni di altro genere, di cui non è appropriato riferire in questa sede, ma che stanno assorbendo buona parte del mio "tempo libero" negli ultimi mesi. Ma è stato anche un agosto di letture anomale per quel che mi riguarda, niente fantascienza propriamente detta per esempio.

Per iniziare mi sono tirato giù una bella sorsata di cultura italiana, con i Sessanta racconti di Dino Buzzati. Perché i racconti sono narrativa di livello inferiore ai romanzi, come sapevano bene gli uomini di cultura dell'epoca, tant'è che Buzzati era giustamente ostracizzato e considerato una merda qualsiasi. Premesso questo, sono certo che il mondo non abbia bisogno della mia critica a questa raccolta, ma posso dire che la lettura è stata per lo più piacevole, a parte qualche racconto che mi è parso piuttosto inconcludente, nel senso che non hanno una vera e propria storia che si svolge e si conclude, sono quasi degli spunti stiracchiati fino a riempire alcune pagine. Molto gustose sono le incursioni nel fantastico, nella fantascienza e soprattutto nel weird, come lo chiameremmo oggi. Ma all'epoca non lo sapevano che Buzzati scriveva weird, per quello lo mettono ancora sui libri di scuola. Voto: 7.5/10


A seguire ho provato un autore con cui ancora non avevo avuto a che fare, shame on me: di Joe Lansdale non avevo letto mai nulla finora. E se devo essere onesto, basandomi sulle impresioni lasciate da Sotto un cielo cremisi non è che mi sia venuta tanta voglia di proseguire nella scoperta dell'autore, considerato di culto da molti. Può darsi che abbia sbagliato il libro con cui scoprire la sua produzione, visto che si tratta di un una parte di una serie con personaggi ricorrenti con cui non ho nessuna familiarità. Può darsi che conoscendoli fin dall'inizio le avventure di Hap e Leonard assumano un loro valore, ma io le ho assorbite come una serie di "andiamo in posti, facciamo cose". Per essere una storia in cui parecchia gente muore il coinvolgimento dei personaggi stessi non è mai così alto, mi è parso quasi che fossero annoiati loro stessi di quanto stavano facendo. Insomma, non sono rimasto fulminato come molti mi avevano promesso, ma sono pronto a provare con qualcos'altro dello stesso autore, magari scelto al di fuori della serie che coinvolge questi protagonisti. Voto: 6.5/10

Coppi Night 27/08/2017 - Le deliranti avventure erotiche dell'agente speciale Margò

Devo delle scuse a qualcuno. A un'intera categoria, per la verità. È capitato molte volte, anche su questo blog, che facess il raffronto tra il titolo originale di un'opera (in genere un film) e la sua trasposizione italiana, per sottolinare la scriteriatezza della traduzione, che in molti casi sembra più una libera interpretazione da parte di qualcuno che non ha idea di cosa tratti il film e cerca solo assonanze che lo rendano più familiare al pubblico. È vero, spesso mi sono lanciato ad accusare questi fantomatici "titolisti".

Ma stavolta è tutto il contrario. Perché il titolo originale di questo film è semplicemnete Up!, mentre la versione italiana è di svariati ordini di grandezza più eloquente. Quanto ti siedi a guardare un film che si intitola Le deliranti avventure erotiche dell'agente speciale Margò, sai già tutto quello che ti aspetta: delirio, erotismo, avventure, agente, Margò. Non è un titolo, è una sinossi. E contiene pure spoiler, visto che il fatto che la protagonista (ma è davvero la protaognista!?) sia un "agente speciale" si scopre solo alla fine, e dovrebbe essere una sorpresa.

Mi risulta piuttosto difficile parlare in modo organico di questo film, principalmente perché di organico esso stesso ha ben poco. C'è una sorta di storia, che ruota intorno all'omicidio di uno strano personaggio cosplayer di Hitler di cui si dovrebbe scoprire il perpetratore. Ma in realtà pare che a nessuno interessi nulla di questo delitto, tranne alla signorina nuda e saltellante che ogni tanto ricapitola quanto successo finora (niente, di solito) e fa la carrellata dei personaggi elencando i loro possibili moventi per l'assassinio, includendo in questa lista anche personaggi che si sono visti per un'unica scena e poi sono spariti del tutto.

Sulla traballante impalcatura di questa storia, si innesta il vero tema del film: sesso. Tanto, ripetuto, promiscuo, esplicito. Non a livello di pornografia, se per pornografia si intende quando si vede un pene penetrare da qualche parte, ma di peni se ne vedono, solo non nell'atto di penetrazione. Il nudo invece è frequente e abbondante per maschi femmine giovani e vecchi, e indugia spesso su particolari come capezzoli e batuffoli di pelo. Insomma, in questo posto la gente scopa, scopa proprio tanto e con chiunque gli capita sotto, in genere senza porsi problemi di orientamento sessuale. Sono solo due gli episodi di violenza, in apertura e chiusura del film, e finiscono sempre male. Per il resto il sesso è gioioso, colorito, fantasioso, soprattutto quando accompagnato dai commenti della signorina narratrice. Verso la fine si ha un'impennata della tensione e ci sono alcune scene quasi gore, inseguimento, sparatorie e soluzione del mistero. Non che a qualcuno interessasse davvero risolverlo, come si è già detto.

La cosa sorprendente per un film del genere è che si nota comunque un approccio tecnico non scontato, regia solida e fotografia che cerca quantomeno di farsi riconoscere. Infatti scopro che il film è di Russ Meyer, regista di culto che si è dedicato nella sua lunga carriera a fare essenzialmente fin pieni di nudo, sesso e zinne. E alla fine dei conti, a dire la verità, per quanto assurdo e a tratti ripetitivo, il film non annoia e non lascia sensazioni sgradevoli, come avviene spesso per quei film erotomani che sembrano soltanto una scusa per far vedere un culo o un capezzolo.

Game of Thrones come Dragonball Super

Game of Thrones è attualmente il fenomeno televisivo più in vista, la serie tv che calamita l'attenzione della quasi totalità del pubblico e continua a incassare grandi numeri, il che non è poco considerando che si trova alla settima stagione. È già stato stabilito che la serie si concluderà con la stagione 8, anch'essa come la stagione 7 più corta delle precedenti. Probabilmente proprio per via di questo ridotto tempo residuo, il ritmo narrativo si è decisamente impennato già a partire dalla stagione precedente, ed è percepibile l'intenzione di concludere in fretta le storyline in corso.

Ma io ho un problema con Game of Thrones: non riesco più a prenderlo sul serio.

Me ne sono accorto vedendo l'ultima puntata uscita, Beyond the Wall, in cui finalmente vediamo i draghi confrontarsi coi non-morti e si conclude con la resurrezione di un ICEZOMBIEDRAGON che si unisce all'esercito dei white walkers. È probabile che già da qualche tempo avessi questa sensazione ma non riuscivo ad inquadrarla, ed è stata la visione di quell'occhio di rettile azzurro a farla emergere.

Tornando indietro credo che le prime avvisaglie di questo cambio di prospettiva risalgano all'inizio della stagione 6, quando il signore di Dorne viene assassinato da Ellaria e le sue figlie. Quello è stato probabilmente il turning point in cui ho iniziato a realizzare che la storia sarebbe andata avanti perché sì, e della complessità su cui erano costruite all'inizio le trame e sottotrame non c'era più da aspettarsi nulla. Il problema è diventato via via più evidente e mi è letteralmente esploso in faccia in questi ultimi due-tre episodi della stagione 7.

La mia impressione è che gli autori si trovino in difficoltà nel portare a compimento la storia, e per mantenere alta l'attenzione si affidino a una serie di espedienti che portano a confronti spettacolari e tanto desiderati ma di fatto non aggiungono nulla o addirittura contraddicono quanto stabilito in precedenza. Volendo riassumere i punti principali di questo recente approccio alla scrittura della serie credo se ne possano individuare quattro:
  • Le morti: GoT è rinomato per l'inclemenza verso i suoi personaggi principali e la facilità con cui li elimina dalla scena. Nessun personaggio è al sicuro, e la plot armor non esiste. Questo quanto meno era il GoT delle prime stagioni: ora è ben diverso. Innanzitutto, le morti non sono più significative. Quando Ned Stark viene decapitato è inatteso e terribile, ma la sua morte ha delle serie conseguenze sullo sviluppo successivo della trama. Lo stesso vale per il red wedding o la morte di re Joffrey. Da un certo punto in poi invece, la morte è un mezzo per togliere di mezzo personaggi piuttosto che uno strument per far avanzare la trama. Esempi ce ne sono a decine, ma il più clamoroso è il finale della stagione 6, in cui Cersei fa saltare in aria in una sola mossa papi, re e regine, il tutto senza alcuna conseguenza, roba che mancano solo i separatisti laici del Burmini. Ma anche la morte di tutta la casa Frey, o recentemente dei Tarly o di Thoros non portano praticamente a niente. Morti inutili, che servono solo ad aumentare il death count e comunque non sorprendono nemmeno più. In secondo luogo, a questo punto siamo ormai certi che alcuni personaggi hanno una plot armor indistruttibile: back in my days, quando Jaime Lannister cade nel fiume con l'armatura addosso e con una mano d'oro attacata al braccio, significava che Jamie Lannister moriva affogato alla Barbarossa. Adesso non funzione più così, e il largo impiego di deus ex machina per salvare i personaggi più importanti dalla morte imminente testimonia come siano ormai invincibili, contravvenendo all'idea iniziale di GoT che nessun personaggio, per quanto primario, fosse al sicuro.
  • Le riunioni di personaggi: e se facessimo incontrare X e Y? Non si sono mai conosciuti ma X aveva combattuto con Z che è il figlio di H che aveva aiutato M a battere S che è il fratello di Y, quindi quando si incontrano avranno modo di ripercorrere tutto questo e formare un legame. Siamo arrivati al punto che tutti i personaggi principali conoscono tutti e hanno un qualche tipo di relazione tra loro. E non stiamo parlando ad esempio di Lost, in cui uno dei temi principali era la presenza di un "destino", una forza che spingesse affinché le vite si incrociassero. Qui tutti si conoscono solo perché viaggiando da una parte all'altra semplicemente si trovano sulla stessa strada. L'effetto è quello di rendere il mondo molto piccolo, come nell'expanded univers di Star Wars dove in una galassia intera tutti hanno in qualche modo un legame con i protaognisti. E le permtuazioni di personaggi possibili vanno esaurendosi...
  • Timeline e logistica: tempi e distanze di percorrenza non hanno più nessuna rilevanza. Se nelle prime stagioni ci si muoveva su un intero continente, adesso Westerso praticamente è grande quanto la provincia di Potenza. Tutti possono arrivare ovunque nel giro di poche ore, le notizie arrivano istantaneamente in ogni angolo dei Sette Regni, ogni persona è rintracciabile e raggiungibile indipendentemente da dove si trovi. Alcuni fan hardcore rispondono a questa obiezione con "ma in uno show con draghi di fuoco e zombie di ghiaccio ti preoccupi dei tempi di percorrenza?" e la risposta è: sì. Sì perché uno dei punti chiave di GoT era la sua credibilità dal punto di vista pratico, e la logistica si è dimostrata già importantissima nel determinare l'esito di molte battaglie. Ma se adesso si riesce a far correre un ragazzo in mezzo alla neve verso la Barriera, fargli spedire un corvo all'estremita sud del continente, far partire in volo tre draghi e farli arrivare la mattina dopo a salvare la situazione, allora non c'è più nessun fattore pragmatico che possa influire sul dispiegamento degli eserciti.
  • I conflitti: la maggior parte dei conflitti tra i personaggi a questo punto sono forzati o svuotati del loro senso iniziale. L'esempio più clamoroso è la rivalità tra le sorelle Stark: non c'è motivo per cui Arya e Sansa dovrebbero essere diffidenti tra loro, niente che una chiacchierata davanti a un tè non potrebbe chiarire. Ma no, sembra che vogliano ammazzarsi a vicenda. Allo stesso modo, i conflitti tra le grandi casate non sembrano avere più nessun impatto sullo svolgimento degli eventi: lo show è avviato al grande showdown tra vivi e non-morti, per cui il fatto che a Highgarden regni un Lannister o un Tarly o un Greyjoy non ha più importanza. L'unico che sembra ancora interessato a questo aspetto è l'onesto Bronn, ma per ragioni ben diverse.
Con questo non dico che GoT sia diventato un brutto show. L'aspetto tecnico è sempre ottimo, le interpretazioni sono per lo più di buon livello e le sequenze d'azione riescono a essere appassionanti. Ma ora come ora non riesco più a essere seriamente interessato in come la storia proseguirà. Il modo più semplice per rendersi conto di questo è porsi la domanda: se la serie venisse cancellata domani, come reagirei? Nel mio caso, penso che mi limiterei a una scrollata di spalle.

Game of Thrones per me è diventato come Dragonball Super, la nuova serie attualmente in corso che si colloca dopo il Dragonball Z degli anni '90. Piacevole da guardare, ma del cui esito non mi interessa davvero nulla:
Oh, è tornato Freezer ma è dorato! Wow, ora il Super Saiyan è blu! Forte, combattono contro un dio-gatto! Figo, un torneo in cui partecipano i guerrieri di altri universi! Ah ma allora ci sono ancora altri Saiyan! Guarda, quello lì può fermare il tempo (anche se mi ricorda qualcosa)!
Una continua corsa alle armi per aggiungere e ricombinare elementi che però non apportano nessun livello di profondità al senso ultimo di quanto avviene sullo schermo. Menatevi finché volete e magari rimarrò anche a guardare, sempre che un piccione non voli fuori dalla finestra e mi distragga per due-tre minuti buoni. Non avrò nemmeno bisogno di rimandare indietro per seguire le scene che mi sono perso, tranquilli.

Everything Great With Everything Wrong With

Nei giorni scorsi una piccola polemica, di quelle che nascono e muoiono nello spazio di due giorni tra le pagine di una rivista e un canale youtube, è nata intorno alla serie di video Everything Wrong With, nei quali i film vengono sistematicamente analizzati e i loro "peccati" sono conteggiati per mostrare tutte le pecche presenti nel prodotto finale: dagli errori di continuità ai cliché, dal montaggio ai credits iniziali. Un articolo sul Guardian di Sturat Heritage riassume la faccenda: a rispondere piccato al video Everything Wrong With King Kong: Skull Island è il regista Jordan Vogt-Roberts, che in una serie di tweet regisce al video di accuse al suo film sottolineando come quella di CinemaSins non sia né critica né satira, e l'articolo del Guardian concorda con lui, sottolineando che il tentativo di mascherare gli attacchi distruttivi ai film dietro queste parole sia solo una forma di valorizzazione di hate speech nel confronto del lavoro altrui.

Sono iscritto al canale CinemaSins da diversi anni, poco dopo la sua nascita, quando i video duravano 5-6 minuti, contro l'attuale tendenza di 15-20 minuti. Seguo con una certa frequenza le uscite e mi sono perso pochi dei loro video, in genere lascio da parte quelli dei film per cui non ho nessun tipo di interesse, oppure per i film che ho intenzione di vedere per i quali ritornerò in seguito al relativo video. Avendo quindi una certa familiarità con la serie, penso di poter rilevare quali sono gli errori nella risposta di Vogt-Roberts e il commento di Heritage. Vi spiego quindi perché a mio avviso CinemaSins e i video EWW sono in effetti molto validi.

Premetto innanzitutto che un "artista" (autore, musicista, pittore, regista, fotografo, soffiatore di vetro ecc) non dovrebbe mai rispondere pubblicamente alle critiche negative, per una questione di stile e di autorevolezza. A parte osservazioni molto specifiche nel merito di qualche dettaglio a cui si può rispondere in termini oggettivi, alimentare la polemica non mi sembra mai una strategia efficace... a meno che l'obiettivo non sia proprio la polemica stessa e il conseguente incremento di visibilità. Ma questa può essere una mia considerazione personale non condivisa da altri autori immensamente più navigati di me.

Il punto principale è che i video EWW non sono critica cinematografica. E ad affermarlo sono gli stessi autori, che nel video di autocricita Everything Wrong With CinemaSins riportano con estrema lucidità tutti i noti difetti del loro approccio. Per la verità, buona parte delle critiche mosse dal regista e dal Guardian si dissipano con questo video che funziona quasi da manifesto del canale:


Nel momento in cui si segue la serie con una certa costanza, si nota come molti dei "peccati" registrati dal contatore non sono in realtà dei veri e propri errori, ma più una serie di recurring joke all'interno della serie stessa. La base di partenza è sempre quella dell'analisi di un film, ma quando a essere segnato è qualcosa del genere "Sean Bean non muore in questa scena" oppure "Anna Kendrick non è la mia ragazza in questa scena", è chiaro che non si sta effettivamente rilevando una pecca nel film. Lo stesso contatore dei peccati non ha nessun valore oggettivo, come viene appunto specificato nel video qui sopra, quindi un film che totalizza un punteggio finale di 350 non è peggiore di un film che arriva a 180 peccati.

La questione della satira è più complessa. Non è tra gli obiettivi di CinemaSins, ma anche qui seguendo con regolarità la serie si può notare come molti film, soprattutto quelli prodotti dall'industria di massa per il grande pubblico (che sono poi l'oggetto principale dei video), sono costruiti su una serie di modelli e cliché ricorrenti, e si basano in uno scoraggiante numero di casi sulla disattenzione dello spettatore. È ovvio che quando in un film viene riportata la colonna di un giornale, e fermando l'immagine si nota che a parte il titolo il testo nelle colonne è completamente senza senso, non si parla di un dettaglio tale da rovinare l'esperienza cinematografica. Ma in molti altri casi, quando i personaggi agiscono in modo incoerente, quando le premesse del film non sono chiare o vengono tradite (un esempio classico in tal senso è la indefinitezza dei poteri dei supereroi che spesso ho notato anch'io, vedi Scarlet Witch e Visione in Civil War), quando le scene d'azione sono una sequenza di tagli e flash indefiniti che impediscono di capire chi sta facendo cosa e perché, allora ci si trova di fronte a una tendenza ormai consolidata di considerare lo spettatore come passivo e poco interessato alla reale sostanza di quello che vede. Se c'è della satira quindi, è contenuta non tanto nei singoli video, ma nella serie nel suo complesso, che mostra le storture dell'industria cinematografica attuale, sulle quali anche la critica professionale non può che conordare.

Questa sottovalutazione dello spettatore non è invece praticata da CinemaSins. Proprio per la sua struttura, che include reali pecche dei film e inside joke, si capisce che i video EWW contano che chi li segue sappia distinguere ciò che davvero costituisce un problema da ciò che viene segnalato solo per poter fare una battuta in più. Peraltro, come viene detto sempre nel video qui sopra, gli autori di CinemaSins hanno analizzato anche film che rientrano tra i loro preferiti, per evidenziare il fatto che anche film validi e buoni non sono perfetti: no movie is without sin è appunto la tagline del canale.

Se c'è una critica che davvero si può muovere al canale è forse il fatto che con il tempo i video si sono fatti eccessivamente lunghi. La media attuale è di 17-18 minuti, che in effetti sono parecchi e in molti casi contribuiscono a infiacchire il video nel complesso, diminuendo la densità delle battute efficaci. Che poi il tipo di umorismo non sia congeniale a tutti è scontato, e si può benissimo pensare che le loro analisi non siano divertenti: d'altra parte c'è gente che ride per Made in sud, quindi presumo che l'umorismo rientri nella categoria gusti personali. È vero anche che a volte i video contengono imprecisioni e interpretazioni errate, ma questo fa parte di qualunque processo creativo e può capitare, basta riconoscerlo. Errori dello stesso calibro o anche peggiori capitano appunto anche nelle produzioni multimilionarie dei più grandi blockbuster, e si sta parlando in questo caso di cose che sfuggono a team di centinaia di persone strapagate per un paio di anni per lavorare su quel prodotto, non di due ragazzi che caricano video montati dal loro pc.

Da parte mia guardo volentieri i video di film che ho già visto, e che so non vorrò mai vedere, soprattutto quando si tratta di film universalmente riconosciuti come scadenti. Voglio dire, sforziamoci quanto ci pare, ma non vorremmo mica arrivare a dire che Pixels o Green Lantern sono film con una loro dignità artistica? Un'altra cosa che faccio spesso invece è guardare gli EWW di film che mi sono piaciuti, e mi è capitato giusto qualche giorno fa con Split. L'ultimo film di Shyamalan per cui avevo aspettative pressoché nulle mi è invece piaciuto, e poco dopo la visione sono andato a recuperare il relativo Everything Wrong With che mi ero serbato nei mesi scorsi. In questi casi il gioco consiste nel mettere alla prova il mio gradimento con i peccati segnalati: se il video non mi convince della "peccaminosità" significa che è un film che posso considerare valido. Proprio perché so distinguere ciò che costituisce una vera critica da quanto è fatto a scopo di gag, non è vedere un punteggio finale di 10.000 peccati a farmi cambiare idea. Sto infatti aspettando con ansia Everything Wrong With Arrival.

Per questo le accuse mosse da Vogt-Roberts e sottoscritte da Heritage (che peraltro, come fanno notare molti nei commenti dell'articolo, spesso sul Guardian propone recensioni molto simili nei contenuti a quanto fa CinemaSins) mancano l'obiettivo. Cercando di attribuire un valore diverso a un prodotto che è in relatà una forma di intrattenimento derivata, e forse non ancora incasellata nelle categorie definite con cui l'industria del cinema si confronta di solito (vale per CinemaSins come per molti altri canali, sia di critica che di analisi propositiva). Da parte mia consiglio di seguire CinemaSins, soprattutto per i video dei film che vi sono piaciuti di più, con la tecnica che illustravo sopra.

Peraltro la mia fiducia in CinemaSins mi ha convinto un po' di tempo fa a leggere il libro The Ables scritto da Jeremy Scott, il narratore dei video EWW. Che no, non è un libro eccezionale e totalizzerebe un buon punteggio su BookSins, ma è comunque una prospettiva interessante sui supereroi disabili.

Rapporto letture - Luglio 2017

Sarà un rapporto letture breve e con poca narrativa quello del mese scorso, sempre per il fatto che d'estate a differenza del resto dell'umanità leggo meno che negli altri periodi dell'anno. 

Per primo c'è un libro di Chuck Palahniuk, che da tempo non mi capitava di frequentare. Make Something Up è un raccolta di racconti, variegati nel genere e nei temi ma sempre piuttosto riconoscibili per lo stile dissacrante, a volte grottesco, carico di black humor propriamente detto (non quello che viene definito così dai buzzurri dei social). Tra tutti ci sono forse due o tre racconti che spiccano in particolare, alcuni dei più taglienti sono forse quelli in cui i protagonisti sono animali che vivono nel mondo contemporaneo. È presente anche una sorta di prequel di Fight Club, anche se il collegamento effettivo è abbastanza labile. Nel complesso si può parlare di un volume valido ma non memorabile, lontano dai vecci fasti dell'autore di culto. O forse a farlo sembrare più moscio è il fatto che ormai ci siamo abituati a questo tipo di storie e di scrittura, e trovare la stessa cosa non stupisce o segna più di tanto. Voto:7/10


A seguire si passa alla manualistica, dopo anni in cui lo sento nominare ho finalmente recuperato L'arco di trasformazione del personaggio, manuale di scrittura creativa di Dara Marks consigliato da molti professionisti del settore. La Marks scrive diretta agli sceneggiatori, porta infatti come esempi e casi di studio alcuni film, ma buona parte delle sue osservazioni si può agilmente applicare anche alla narrativa scritta. Ho trovato interessante soprattutto la prima parte, in cui parla delle basi e premesse su cui si stabilisce una buona storia di crescita (protagonista, fatal flaw, tema ecc), mentre la seconda parte in cui si divide la storia in tre atti mi è parsa un po' troppo rigida per essere utilizzata sistematicamente alla narrativa, in particolare se si parla di racconti medio-brevi invece che di romanzi. In ogni caso è una lettura sicuramente valida per affinare la propria tecnica e sviluppare un approccio più "scientifico" alla costruzione delle proprie storie. Per quanto il contenuto sia interessante, mi sento di dire però che l'edizione è davvero poco curata: impaginazione, copertina e illustrazioni interne sono davvero confuse (basta vedere lo scontorno fatto con il machete dell'immagine degli ominidi), la fortuna dell'editore è che il libro si vende da sé visto che occupa una nicchia poco frequentata in italia.

Dal libro al film: La Torre Nera

Questo non sarà un post facile da scrivere, perché sto parlando di un adattamento atteso per anni, ispirato a una delle serie che mi hanno più entusiasmato e plasmato nella mia vita di lettore. I primi libri della serie della Torre Nera (L'ultimo cavaliere, La chiamata dei tre, Terre desolate) sono state tra le prime letture "adulte" che ho fatto d ragazzino (avrò avuto 10-12 anni) e hanno sicuramente influito in modo pesante sulla mia idea e percezione della narrativa. Ho approcciato il film La Torre Nera con parecchio scetticismo, conscio del fatto che un adattamento completo era impossibile e per molti versi poco auspicabile; i trailer hanno ulteriormente abbassato le aspettative, e le prime recensioni le hanno del tutto affossate. Ma motivato a trovare tutto il buon possibile in un'opera che sotto sotto mi sta a cuore, ho deciso per quanto possibile di guardare il film con una prospettiva neutrale. Per me è impossibile ignorare il materiale di partenza, ma a questo scopo sono andato al cinema con altre persone che dei libri di King non sanno nulla, proprio per avere un'opinione oggettiva sul film in sé, indipendentemente dal materiale di partenza.

È inevitabile che nel seguito di questo post saranno presenti spoiler, tanto per il film quanto per la serie di libri. Gli spoiler dei romanzi riguarderanno principalmente il primo volume, L'ultimo cavaliere, ma in senso più ampio tutta la storia che si dipana nei sei seguiti e mezzo (La leggenda del vento è una sorta di spinoff). Procedete a vostro rischio.

Partiamo dal definire a grandi linee che cosa narra la saga della Torre Nera. I romanzi si sviluppano attingendo a immaginari diversi e spesso giudicati inconciliabili: una quest fantasy in un mondo western con elementi horror e un substrato fantascientifico. Si tratta di una storia epica, una lunga ricerca del protagonista Roland Deschain, un pistolero, cavaliere con le rivoltelle in un mondo che non è il nostro ma che con il nostro ha molte affinità. Roland ha un obiettivo: raggiungere la Torre Nera, una costruzione che si erge al centro del mondo e dell'universo (anzi, di tutti gli universi) e da cui dipende l'integrità della realtà. Roland vuole raggiungere la Torre per ristabilire l'equilibrio, riportare la normalità nel suo mondo che è andato avanti, ovvero è decaduto, si è deteriorato. Del mondo in cui è cresciuto è rimato poco, le persone che conosceva e amava sono morte, spesso in seguito alle sue azioni o direttamente per mano sua, e a lui non rimane altro che questo: la Torre. Comincia il suo viaggio inseguendo l'Uomo in Nero, suo arcinemico, uno stregone dal quale ha intenzione di ricevere risposte e indicazioni su come raggiungere la Torre Nera. Dal suo mondo Roland viaggerà spesso nel nostro, dal quale trarrà i suoi nuovi compagni di ka-tet, un gruppo legato da un unico scopo e destino. E sì, alla fine della serie il pistolero arriva alla Torre, ma non è questo che importa.

È evidente che tutto questo non poteva essere veicolato in un unico film di un'ora e mezzo. La Torre Nera per forza di cose doveva essere semplificato, concentrato, ridotto. Il problema è che a essere semplificati e ridotti sono gli elementi distintivi della saga, a essere concentrati invece quelli più generici, identificabili in centinaia di opere simili: lo scontro tra bene e male, l'eroe riluttante, il villain onnipotente e malvagio senza altra motivazione al di là del male perché sì. Ci sono numerosi punti in cui l'adattamento dal libro al film è andato nella direzione sbagliata, perdendo ciò che rende la serie unica e memorabile.

La prima mancanza che si nota è quella dell'ambientazione. Il mondo di Roland è decadente e desolato. Grandi spazi vuoti, poche comunità sparute e disperate, resti di civiltà precedenti recenti e remote ormai estinte, tecnologia inaffidabile e disfunzionale, creature deformi ed esseri soprannaturali: questo è il mondo che è andato avanti, nel quale Roland rappresenta praticamente l'ultimo resto dell'antica tradizione e gloria. Nel film vediamo sì rovine e piccole comunità, mostri e macchinari abbandonati, ma non si percepisce questo senso di perdita e disperazione, la consapevolezza che tutto ciò che si vede è "l'ultimo" di qualcosa: l'ultimo pistolero, l'ultima stazione di posta, l'ultimo ponte, l'ultimo guardiano, l'ultimo treno, l'ultimo villaggio e così via. Nel film vediamo una generica ambientazione di frontiera, spazi aperti e biomi diversi, ma niente suggerisce che quella foresta stia marcendo, il deserto si espande, gli edifici crollano.

Al livello successivo pesa l'assenza di alcuni concetti chiave. Il ka sopra e prima di tutti: quella forza inesorabile che si può vagamente descrivere come il destino, ma che è molto di più ed è quasi un'essenza vivente che sorveglia e guida tutti, a cui il pistolero è spesso indeciso se abbandonarsi o opporsi. La stessa Torre Nera è una presenza quasi astratta nel film, mentre nei libri è tangibile, coi vettori che convergono su di essa e trascinano sul loro percorso ogni cosa. La Torre del film è una struttura che fa da protezione a tutte le dimensioni, impedendo alle atrocità esterne all'universo di penetrare e distruggere la realtà come la conosciamo, e in un certo senso questo potrebbe anche funzionare, se non fosse che distruggere la Torre Nera in tal caso non sarebbe certo una mossa intelligente. Non è chiaro infatti (né per me né per chi non conosceva i romanzi) perché l'Uomo in Nero del film voglia abbatterla, quando è evidente che il suo potere non è sufficiente a sopravvivere in una realtà popolata di demoni transdimensionali (per quanto, a vederli in azione, questi demoni non sembrino nemmeno tanto forti).

Un altro filo narrativo importantissimo nei romanzi che nel film è stato ignorato è il rapporto tra Jake e Roland. Jake arriva nel mondo di Roland dopo essere morto, si risveglia nel deserto in cui il pistolero sta rincorrendo l'Uomo in Nero. Viaggiano insieme, e ben presto tra loro si instaura un rapporto padre-figlio. Il primo libro L'ultimo cavaliere è in gran parte incentrato su questa relazione. Per tale motivo, quando nella parte finale il ragazzo viene sacrificato per raggiungere l'Uomo in Nero, quando Jake dice a Roland "Vai, ci sono altri mondi oltre a questo" e si lascia precipitare nella voragina dove troverà di nuovo la morte, si tratta di un momento fondamentale di tutta la saga. La morte di Jake è talmente importante nello sviluppo della storia da poter essere considerata (prendendo a prestito la terminlogia di Doctor Who) un fixed point: un punto fisso nella storia che non si può evitare, tanto che quando Roland si trova in seguito a impedirla, la sua consapevolezza si dilania in due parti in conflitto tra loro per affermare quale sia la realtà: Jake esiste o non esiste, l'ho incontrato o no, l'ho lasciato morire davvero?

Ci sarebbe anche da spendere qualche parola sul villain, l'Uomo in Nero/Walter. La sua rappresentazione nel film è eccessivamente potente, uno stregone in grado di uccidere con la sola parola, che per qualche imprecisata ragione non ha però la capacità di applicare la sua magia su Roland (non viene fornita nessuna spiegazione di questa immunità del pistolero). Il problema è che presentare un cattivo così potente, e poi farlo combattere essenzialmente come Darth Vader, sradicando e lanciando oggetti al suo nemico con la forza del pensiero, è piuttosto anticlimatico. Viene da pensare che un personaggio del genere sia praticamente invincibile... salvo che non può esserlo perché negli ultimi dieci minuti il film si deve concludere e il nemico deve soccombere, per una sua banale distrazione. Nei libri, Walter/Marten/Randall è un personaggio molto più enigmatico, e quando il pistolero lo raggiunge non abbiamo una battaglia, ma un lungo conciliabolo.

Naturalmente come già detto non è necessario che il film riprenda in modo preciso le stesse tematiche dei libri, ma quando sono abbandonate le parti più significative si ha la sensazione che venga narrata un'altra storia, e che il titolo La Torre Nera sia stato applicato a qualcosa di diverso. Tuttavia tra le differenze marcate rispetto ai romanzi ce n'è una che mi è parsa molto interessante: il cambio di motivazione di Roland. In questo film il pistolero non è ossessionato dalla Torre Nera, non gli interessa raggiungerla o preservarla. Se nei libri inseguiva l'Uomo in Nero per avere da lui rivelazioni su come trovare la Torre, qui vuole solo l'Uomo in Nero, per vendicarsi della perdita della sua gente e la morte di suo padre. Anche quando la gente del villaggio lo riconosce come pistolero, cavaliere difensore della Torre, lui confessa di non avere nessun interesse in questa missione, e volere solo catturare e uccidere lo stregone. È una differenza notevole perché offre una prospettiva diversa, mostra un Roland egoista e riluttante, ossessionato ma per un oggetto diverso. Ci si aspetta quindi un cambiamento significativo, il passaggio a una consapevolezza diversa e l'accettazione di una battaglia più grande che non serva solo a soddisfare il proprio ego. Lo spunto sarebbe molto intenso... se non fosse che i due obiettivi coincidono. L'Uomo in Nero è quello che sta attaccando la Torre, per cui uccidere lui incidentalmente porta anche a preservare l'integrità degli universi. Non c'è nessun momento di scelta in cui Roland debba decidere se perseguire la sua personale vendetta o abbandonare il proposito per servire lo scopo più alto della salvezza del mondo. Quando Roland uccide il suo nemico e provoca (in qualche modo non chiaro) la distruzione della struttura dalla quale partono gli attacchi alla Torre, non sappiamo se lo sta facendo per una ragione o per l'altra, quindi non sappiamo se è cambiato e ha accettato la sua chiamata e il suo ruolo di pistolero.

Purtroppo La Torre Nera fallisce anche lì dove avrebbe dovuto eccellere, ovvero nelle scene di azione e combattimento. Vediamo Roland sparare con abilità e ricaricare le rivoltelle a velocità impossibile, ma tutte le occasioni in cui le pistole sono estratte mancano di tensione e reale senso del pericolo. Ci si limita a combattere contro scagnozzi di poco conto (troppo simili nell'aspetto agli orchetti del Signore degli Anelli), carne da macello senza abilità. Le poche volte in cui compaiono demoni presumibilmente più forti della media, anche questi sono liquidati in una decina di secondi con pochi colpi di pistola (Jake fa anche di meglio, eliminando un demone guardiano dicendogli solo "basta"). E collegato a questo aspetto, davvero inconsistente è anche la colonna sonora, che passa praticamente inoservata per tutto il film, incapace ad esempio di mettere insieme un tema ricorrente per i personaggi (l'Uomo in Nero, Roland, la Torre) e dare così maggiore consistenza alle scene.

Qua e là c'è stata l'intenzione di inserire riferimenti e rimandi ai libri, non solo quelli della serie della Torre Nera ma anche altri di King. Vediamo citato il Re Rosso, compaiono la Sombra Corporation e la North Central Positronics, le Sfere e tanti altri nomi e situazioni che si susseguono nei romanzi, ma qui fanno solo da contorno. Viene ripetuto più volte il famoso incipit del primo libro: "L'Uomo in Nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì." Ma se mi dici la frase avulsa da ogni contesto, perché l'Uomo in Nero non sta fuggendo nel deserto, e il pistolero è vero che lo sta seguendo, ma non lo vediamo attraversare il deserto, allora perché continuare a dirlo? Si tratta solo di fanservice, ma di quello fatto male.



In estrema sintesi, La Torre Nera si dimostra un film generico. Una storia di bene contro il male con un villain troppo potente dagli obiettivi poco chiari, un eroe che ha bisogno di tornare sulla retta via aiutato da un ragazzino speciale, il fato del mondo in bilico e qualche scena d'azione. Tutto sommato niente di diverso da un qualunque film fantasy o un supereroe qualsiasi. Può anche essere piacevole, soprattutto per chi lo vede senza conoscere i romanzi, come infatti gli altri spettatori con me mi hanno confermato, ma a visione ultimata non si eleva in nessun modo al di sopra di altri film simili. Ed è un gran peccato, perché il materiale di partenza offriva tutte le basi per costruire qualcosa di unico e memorabile. Anche con la consapevolezza di non poter abbracciare l'intero immenso mondo e arco narrativo della saga, si poteva gettare le basi per qualcosa di molto più complesso ed esteso. Un'occasione del tutto sprecata e che, a questo punto, forse è bene non prendere come base per costruire un nuovo cinematic universe come pare fosse nei piani, forse con alcuni sequel e una serie tv a fare da prequel/spinoff. Meglio di no, grazie, non con queste premesse.

Il ka è una ruota e girerà ancora, forse avremo altre occasioni in futuro.

Coppi Club 06/08/2017 - La La Land

Non avrei mai pensato di vedere questo film, anzi, mi ero ripromesso di non farlo. Non volevo vederlo perché, conoscendomi, ero ragionevolmente sicuro che non mi sarebbe piaciuto. E quindi avrei dovuto dire che no, La La Land  non mi è piaciuto, nonostante sia stato osannato come uno dei capolavori dell'ultima stagione cinematografica, e allora gli altri avrebbero pensato che stavo soltanto facendo il bastian contrario, perché la posa del cinico decostruttore di miti funziona sempre, raccatta un sacco di like, e te vuoi solo far finta di essere uno stronzo senza cuore, scommetto che nemmeno Stranger Things ti è piaciuto, vero?

Ora, il fatto di base è che i musical non mi piacciono. Mi piacciono i film; mi piace la musica; questo non significa che film + musica mi debba piacere. Tutto qui. Forse La La Land non è tecnicamente un musical, perché molte scene si svolgono con dialoghi normali, non musicati, ma insomma, quando la scena d'apertura (spettacolare quanto si vuole) contiene gente che balla sulle macchine in coda e una banda di percussionisti nel cassone di un camion, beh, un pizzicorino al naso mi viene.

Quando il Coppi Club praticamente si coalizza proprio per farmi vedere questo film e assistere alla mia reazione, mi metto l'animo in pace e decido di cercare di valutarlo in termini oggettivi. Parto già preventuo per l'idea del musical, ma cerchiamo con tutte le forze di scorporare questa avversità iniziale e trarre dal film quanto di meglio possibile. E il problema è che purtroppo, anche al netto di canti e balli che possono risultarmi irritanti, il resto del film mi è parso piuttosto piatto.

Niente di innovativo nella trama, va bene. La starlette in cerca di affermazione, il musicista che insegue il sogno; la Hollywood dove tutto è possibile e il Talento trova la sua strada; l'amore impossibile che viene ostacolato dalle ambizioni e viceversa. Una storia classica, che può sempre funzionare, ma per molti versi non guizza mai fuori dal beenthere-donethat. Per contro, ho visto solo qualche settimana fa Whiplash dello stesso Chazelle e con una tematica di fondo molto simile (la musica, il talento, la gavetta, il sogno) e l'ho trovato immensamente più significativo. In Whiplash il protagonista deve effettivamente faticare per raggiungere il suo obiettivo, qui invece pare che tutti abbiano la strada spianata e soprattutto non cambiano. Sia Emma Stone che Ryan Gosling (bravissimi, niente da dire) non hanno uno sviluppo dei rispettivi personaggi, è la loro relazione a cambiare ma alla fine del film sono le stesse persone che erano all'inizio. A cosa sono servite quindi tutte le loro vicissitudini?

Non dico che sia un film brutto, e alcune sequenze devo dire mi sono piaciute. A mio avviso la più forte ed efficace è quella del concerto in cui Gosling si esibice con il gruppo in mezzo alle ovazioni del pubblico, e anche se sta facendo in senso stretto quello che ha sognato per tutta la vita, in realtà è profondamente infelice e fuori posto. Ci sono anche altre belle scene, come i provini della Stone e anche la "storia alternativa" alla fine. Ottime le coreografie, per quel che ne posso capire. Ma niente di più. Due ore e mezzo in cui mi viene continuamente ripetuto di credere nei propri sogni, e il cui messaggio finale è "fai andare avanti le cose e forse succederanno". Mi rimane tra le mani una storia mediocre, forse eseguita in modo eccellente, che non riguarderei mai.

E no, Stranger Things non l'ho visto e non credo che lo vedrò.

Coppi Night 16/047/2017 - Guida scout all'apocalisse zombie

Di recente ne sono passati parecchi di zombie nel Coppi Club, da La ragazza che sapeva troppo a Zombieland fino anche a Zombeavers. È sempre un tema che per quanto classico e abusato può essere interpretato in vari modi e lascia spazio per storie di tipo diverso, come testimoniano gli esempi appena citati. Questo Guida scout prende l'argomento base per farne un action comedy di medio livello, in cui a combattere la minaccia zombie (di origini non ben precisate) è un gruppo di ragazzini. O meglio, di scout.

E qui nasce il problema essenziale di tutto il film. Nel momento in cui lo intitoli Guida scout all'apocalisse e la prima cosa che mi mostri dei protagonisti è che sono appunto degli scout (più o meno dediti alla loro promessa), io mi aspetto che quando l'apocalisse zombie arriva, essi sfrutteranno le proprie risorse e capacità scout per combatterli. Mi aspettavo trappole nei boschi, nodi, armi ricavate da ciocchi dilegno, bacche velenose, e vecchiete a cui far attraversare la strada. Invece non c'è niente di tutto questo. Il protagonisti alla fine affrontano l'invasione di non-morti come potrebbe fare qualunque altro gruppo di ragazzi della loro età, sparando e tirando mazzate, con la battaglia finale che si svolge in una discoteca, piuttosto che in una radura sperduta, come sarebbe stato più appropriato. Questo costitusice un grave tradimento delle ragionevoli aspettative del pubblico, e soprattutto appiattisce il film su qualcosa di già visto e poco distante da tante altre commedie teen-gore passate negli anni.

C'è poco altro da dire in effetti, il film non è brutto ma per lo più molto prevedibile, pieno di pistole di Checov che si riconoscno un'ora prima che sparino, personaggi stereotipati e qualche gag fin troppo sopra le righe, soprattutto quando si arriva nella zona pubica e si gioca con peni, cunnilingui e merda. La già citata scena d'azione finale in discoteca avviene sotto le luci stroboscobiche e non si capisce praticamente niente di quanto accade, in effetti non è nemmeno chiaro come facciano gli eroi a riconoscere gli zombie dalle vittime in fuga. La cosa che forse funziona meglio in tutto l'insieme è la sottotrama dei due amici che vogliono abbandonare gli scout (perché alla loro età giudicano una cosa "da sfigati") e sono pronti ad abbandonare il terzo del gruppo.

Personalmente non lo riguarderei mai, ma tutto sommato per un'ora e mezzo di svago è più che sopportabile. Se poi l'intento è quello di una commedia intelligente e divertente sugli zombie, allora bisogna sempre rimandare a Shaun of the Dead, perché credo che passerà del tempo prima che qualcuno possa raggiungerlo.

Rapporto letture - Giugno 2017

Tipicamente con l'estate la gente legge di più, perché il mare, l'ombrellone, la vacanza, il viaggio... a me invece succede il contrario. Comunque giugno temperature a parte forse non è ancora propriamente inseribile nei mesi del summer state of mind, quindi comunque i miei tre libri me li sono consumati.

Parlo per prima di Propulsioni d'improbabilità, l'antologia di autori italiano pubblicata a fine maggio da Zona 42 che contiene anche il mio racconto Infodump. È doverosa usare una certa cautela parlando di un libro di cui faccio parte, perché ovviamente potrei esprimere un giudizio condizionato da questa cosa. Tuttavia, anche considerando PdI al netto del mio contributo, si può indubbiamente parlare di un'ottima raccolta. Come tutte le antologie il livello non è costante, alcuni racconti sono più riusciti di altri, alcuni temi più profondi, alcune storie più incisive. Forse per essere un'antologia di fantascienza, quello che manca maggiormente è la hard sf, una storia con un nucleo scientifico/tecnologico forte (in realtà ce ne sono un paio, ma forse un po' mascherati e non facili da etichettare come tali). In molti casi più che di futuro si può parlare di un "presente accelerato", ma a mio avviso è proprio in questo che risiede l'aspetto più interessante del libro. Il fatto che una ventina di autori, lasciati liberi di esplorare il genere, abbiano messo insieme una serie di storie che raccontano non tanto un futuro remoto, ma un presente incomprensibile, improbabile, è davvero significativo. Sarebbe presuntuoso dire che PdI afferma lo stato dell'arte odierno della sf italiana, ma senza dubbio è un punto di vista da tenere in considerazione: la sensibilità attuale degli autori odierni si aggira da queste parti, è un fatto, e qualcosa vorrà pur dire. Ognuno tragga le sue conclusioni, se ne ha voglia. Voto: 8/10

A seguire sono rimasto nell'ambito italiano e ho letto Bloodbusters di Francesco Verso, premio Urania di un paio di anni fa. Il romanzo per la verità è contenuto in un volume insieme a Il sangue e l'impero di Sandro Battisti, ma, ehm, onestamente non me la sono sentita di leggere il primo avento visto nei mesi passati commenti e recensioni in giro, temevo che difficilmente sarei riuscito a gradirlo, forse anche a leggerlo. Bloodbusters è una storia leggera, ambientata in un vicino futuro in cui tasse e tributi hanno finalmente calato la maschera e sono di fatto prelievi di sangue. Il protagonista è appunto un bloodbuster, cioè un freelance dell'agenzia riscossioni che si occupa di stanare gli evasori e tirargli fuori i litri di sangue mancanti al fisco. Il suo percorso si complica quando viene incaricato di prelevare da una ragazza che fa parte dei Robin Blood, un gruppo sovversivo di persone che donano spontaneamente il sangue ai meno abbienti. Da qui si infilerà in un vortice di intrighi politici dei personaggi di spicco della Roma bene. Il romanzo ha il pregio di non prendersi troppo sul serio (d'altra parte la premessa, al di là del valore allegorico, è piuttosto assurda) e per questo si legge bene. Forse ha il difetto di dilungarsi troppo quando il plot è tutto sommato limitato, e avrebbe potuto reggersi in una novelette molto più breve. Voto: 7/10

Per finire sono tornato ai racconti, stavolta con il numero 79 di Robot (risalente a qualche stagione fa, ma sono sempre in ritardo). Posso dire che in questo numero ho gradito più i racconti degli autori italiani che di quelli internazionali premiati. Alastair Reynolds risolve la sua storia con un lungo e noioso infodump raccontato da uno dei personaggi, Pechino pieghevole invece a parte la nozione delle città sovrapposte (peraltro non originale di per sé) non dice molto al di là della disumanizzazione dell'uomo nella società capitalistica. Invece il racconto di Diego Lama è un efficace mistery sulla cancellazione della memoria, quello di Manuel Piredda un ottimo postapocalittico che ricorda un po' La strada anche per il rapporto tra i due protagonisti, ed anche il racconto di Samuele Nava con la sua abduction al contrario funziona bene, soprattutto per lo spunto fantascientifico che emerge quasi alla fine. Forse l'unico racconto sotto la media è quello di Ilaria Tuti, che sembra più il capitolo iniziale di una storia più ampia che un racconto a sé. Per quanto riguarda gli articoli, il più interessante è l'excursus sull'intreccio tra fantascienza e socialismo. Nel complesso uno dei migliori numeri che ricordo di aver letto ultimamente.

Doctress Who?

Forse solo cinque anni fa sarebbe stato possibile arrivare a vedere un nuovo Dottore comparire sullo schermo senza sapere con mesi di anticipo che faccia avrebbe avuto, ma oggigiorno le cose non funzionano così. Annunci, teaser e leak fanno parte in modo organico delle strategie di marketing, soprattutto per quelle serie storiche e un po' in caduta che hanno bisogno di tenere viva l'attenzione. Come Doctor Who.

Le polemiche sull'invasività degli spoiler sono molto recenti, infatti basta andare al finale di stagione in cui due twist fondamentali erano stati bellamente diffusi con il mondo prima della messa in onda, e pure il piccolo cameo finale era in qualche modo arrivato al pubblico. Non stupisce quindi che, con cinque mesi di anticipo rispetto alla sua apparizione, venga rivelata l'identità del Tredicesimo Dottore. A maggior ragione se il nuovo Dottore è una donna, Jodie Whittaker.



In-universe il terreno era stato preparato già da un po'. Una volta stabilito a livello di canon che i Timelord possono cambiare sesso durante la rigenerazione, e quando anche l'arcinemico del Dottore passa da essere il Master a essere la Misstress, si capisce che lo stesso processo sta per avvenire al protagonista. Personalmente non mi aspettavo che succedesse adesso, credevo che il Tredicesimo sarebbe stato ancora maschio per poi cambiare alla prossima rigenerazione, ma qualcuno ha deciso diversamente.

Sarebbe ingenuo non considerare le ripercussioni di questa scelta, in termini di conseguenze per il futuro della serie stessa. DW ha subìto un forte e pressoché costante calo di ascolti nelle ultime stagioni, complice anche una produzione irregolare (nel 2016 non ci sono stati nuovi episodi tranne lo special natalizio) e una programmazione poco favorevole, quasi che la BBC non contasse più sulla sua serie più longeva. La stagione undici sarà di fatto un "soft reboot", con il cambio di showrunner, attore principale, comprimari e probabilmente buona parte dello staff creativo e tecnico. L'occasione era quindi quella giusta per fare questo ulteriore step. Vale a dire: proviamoci adesso, peggio di così non potrà essere.

Come era da aspettarsi c'è già chi grida allo scandalo, perché il Dottore nasce uomo e uomo deve rimanere. Poco importa che il Dottore nasce anche umano (fino alla fine del Secondo Dottore non c'era nessuna conferma che fosse alieno), poi diventa mezzo umano/mezzo Timelord (nel film in cui compare l'Ottavo Dottore), cambia nome più volte ("Who" a volte è inteso come nome a volte no), e in generale la sua storia viene retconizzata tante di quelle volte che parlare di continuity e canon per questo personaggio ha poco senso. Cioè, se tra qualche anno il Dottore sarà un cavallo, potrebbe comunque avere senso.

Ma è pur vero che una parte di pubblico, probabilmente quella più "storica", affezionata al DW classico degli anni 70-80, potrà decidere di abbandonare lo show con questa svolta. Per questi fan Doctor Who ha appena "saltato lo squalo" (jumped the shark), come si usa dire in gergo quando una serie dopo molti anni non trova più sbocchi per rinnovarsi ed è costretta a stravolgere la sua natura o diventare una parodia di se stessa (terminologia che si riferisce a un episodio di Happy Days in cui Fonzie letteralmente salta uno squalo). D'altra parte, c'è da considerare che il pubblico contemporaneo, quello a cui probabilmente punta la produzione della serie ha tutta un'altra composizione: un pubblico giovane, composto in buona parte da ragazze, che dopo aver avuto due Dottori di cui innamorarsi (Tennant e Smith) si è visto proporre come eroe un professore burbero e poco propenso alle faccette dolci. Era già nell'aria l'idea di tornare a un Dottore più accessibile a questa fetta di spettatori in allontanamento, infatti tra i nomi venuti fuori come papabili la maggior parte erano appunto ragazzotti di bella presenza (da Cumberbatch in giù). Scegliere una donna ha tradito queste aspettative, ma rimane il potenziale di riavvicinare almeno una parte di questo pubblico perduto.

Bisogna però anche ammettere che la scelta di Jodie Whittaker probabilmente non deriva da una semplice valutazione del candidato più idoneo per la parte. Lo scenario più plausibile è che la produzione abbia volutamente indirizzato la scelta su un Dottore donna, e in tal senso va considerata anche scelta "politica". Passare a una donna il ruolo che per sessant'anni è stato sempre ricoperto da un uomo ha un suo significato, e a ben vedere non è nemmeno il primo caso di personaggio maschile che cambia sesso. In tempi recenti negli albi a fumetti hanno trovato spazio dei Thor, Capitan America e Wolverine donne, per dire. DW quindi si inserisce nello stesso solco, suscitando due tipi di reazioni:
  • Accuse di pandering dai fan più oltranzisti. Questa si accumula alle ripetute accuse simili ricevute in particolare nella decima stagione, quando la nuova companion lesbica ha più volte sottolineato e mostrato il suo orientamento sessuale. Si contesta il fatto che DW cerchi l'approvazione di certi ambienti del politically correct e social justice warriors. Il che forse non è del tutto falso, ma diventa un problema solo quando viene ostentato a scapito della storia, cosa che (almeno a mio avviso) non è successa in quest'ultima stagione. Forse in questo senso è più fastidiosa la relazione omo-interpsecie tra Madave Vastra e Jenny, quella sì a volte ostentata senza una valida ragione.
  • Interesse da parte di chi aveva abbandonato o mai seguito la serie. Si vedono già fiorire decine di post su portali che con DW non hanno mai avuto a che fare, o commenti di persone che non seguono lo show da diversi anni perché (a loro dire) la serie ormai era stagnante, e Moffat è un incapace (di questo ne riparleremo, quando avrà definitivamente concluso il suo lavoro su DW). Per contro, quando quattro anni fa è stato annunciato l'arrivo di Capaldi al posto di Smith, nessuno al di fuori dei circoli già interessati a Doctor Who se ne è occupato.
Ne consegue che il guadagno netto di immagine è probabilmente favorevole per la produzione. Poi, da qui a dire che Jodie Whittaker sarà un'ottima Dottoressa (o Dottrice?) ne passa. La nuova attrice è conosciuta principalmente per il ruolo in Broadchurch, la serie diretta da Chris Chibnall che appunto prenderà le redini di DW a partire dalla prossima stagione. Non ho seguito Broadchurch quindi non saprei dare un giudizio sulla Whittaker, ma  la storia ha dimostrato che a fare la differenza, nella maggior parte dei casi, è la qualità delle storie e della narrazione, la coerenza dei personaggi e lo sviluppo del loro arco narrativo. Di questo purtroppo Capaldi ha sofferto molto, non potendo contare su un adeguato supporto da parte di autori e produzione, e dovendo spesso sostenere gli episodi soltanto sulla sua interpretazione.

È indubbio però che quando inizierà l'undicesima stagione del nuovo Doctor Who, ci troveremo davanti a qualcosa di nuovo sotto molti punti di vista. Se sarà anche migliore, non è ancora possibile saperlo.

Ultimi acquisti - Giugno 2017

Qualche settimana fa sono passato da Bologna per la presentazione di Propulsioni di improbabilità e ne ho approfittato per un breve tour del centro. Su consiglio di un amico indigeno ho visitato SEMM Music Store e nel pur limitato reparto dedicato alla musica elettronica ho scovato un paio di dischi interessanti, uscite recenti che ho voluto subito accaparrarmi (ce n'erano anche altre, ma per problemi di budget mi sono dovuto contenere... scusa Apparat).


Il primo è il nuovo album di Ellen Allien, che si trova spesso nei miei post musicali. La signorina Allien era da un po' che non metteva insieme qualcosa, anche se era tutt'altro che sparita dalla scena clubbing. Ultimamente ci aveva abituato a musica più contemplativa, al limite dell'ambient (vedi LISm che nasceva in effetti come colonna sonora teatrale), ma abbiamo sempre saputo che quando vuole sa pestare forte. Infatti Nost è un ritorno alla sua anima techno più pura. Tracce strutturalmente semplici, che si reggono su kick, basso e synth, condite con qualche vocal in loop. Niente che non si sia già sentito da quarant'anni a questa parte, ma che è sempre un piacere ritrovare, soprattutto quando proviene da un'artista che ha saputo dimostrare capacità anche ben diverse.


E per secondo viene invece l'ultimo album dei Booka Shade, altro nome ricorrente nei miei post e nei miei set. Anche loro non producevano un album da diversi anni, e con Galvany Street confermano il loro stile tech-house ricco di melodie e lyrics, per le quali si sono affidati al nuovo collaboratore Craig Walker. Anche qui ci muoviamo quindi su un territorio conosciuto, con alcuni pezzi che sicuramente spiccano rispetto agli altri (ad esempio l'apertura Digging a Hole), ma il livello di qualità è comunque buono e soprattutto confortevole. Musica accessibile anche a chi non pratica il genere, che si presta bene all'ascolto casuale.

Coppi Night 02/07/2017 - It's Kind of a Funny Story

Le serate del Coppi Club iniziano a farsi roventi, nel senso più immediato del termine, perché il caldo si sta facendo sempre più insopportabile, tant'è che si stanno a malincuore cercando modalità alternative di trascorrere la domenica sera. E forse anche per questo malessere ambientale la scelta cade più facilmente su film leggeri, o apparentemente tali.

It's Kind of a Funny Story, reperibile su Netflix sotto lo sciagurato titolo Cinque giorni fuori, si presenta con tutte le caratteristiche tipiche di una commediola disimpegnata: protagonista adolescente con faccia da imbranato, ambientazione in un istituto psichiatrico, Zach Galifianakis come comprimario... ma la natura del film si rivela ben presto, e si scopre che se pure si sta vedendo un film dal tono leggero, sotto la crosta c'è posto per drammi molto più profondi.

Il protagonista è un sedicenne che dopo un tentativo di suicidio (o almeno, il pensiero di un tentativo di suicidio) decide di farsi internare per ricevere assistenza. Cambia idea appena si rende conto di trovarsi insieme a dei matti veri, ma la procedura vuole che trascorra un minimo periodo di osservazione di cinque giorni nel reparto. Nell'istituto conosce personaggi a diversi livelli di stravaganza, tra cui quello prominente è appunto Galifianakis, a sua volta ricoverato per manie suicide. Il pregio maggiore del film è quello di riuscire a raccontare una storia con aspetti delicati senza cadere nel melenso, almeno fino agli ultimi dieci minuti. È anche degno di nota come il protagonista ammetta di non aver pensato al suicidio per le voragini affettive della sua vita, ma solo perché forse si sente inadatto al mondo, cosa comprensibile per la sua età. Naturalmente vivendo a contatto con gente che davvero ha perso tutto, capisce che quello che ha per le mani è comunque dignitoso, e decide di provare a vivere la sua vita. Certo, poi c'è un montaggio finale che sembra la riproposizione buonista del monologo "choose life" di Trainspotting, e forse far finire il film con la festa nel reparto sarebbe stato meglio, lasciando che l'epilogo venisse immaginato.

Ma sorvolando su qualche imperfezione di questo tipo, It's Kind of a Funny story rimane valido e interessante. Temi come il suicidio, l'autolesionismo e la depressione sono affrontati senza cadere nel lagrimevole, a nessuno viene chiesto di compatire le povere vittime di questa epoca malata. Un film leggero senza diventare stucchevole, poco indulgente con i suoi personaggi borderline, onesto nei confronti dello spettatore.

Futurama volume 8 in dvd

Il mio autoproclamato ruolo di araldo italiano di Futurama sarebbe del tutto disatteso se non perpetrassi questa news. Per la verità sto dando la notizia con un certo ritardo, ma d'altra parte dopo due anni non speravo più che sarebbe mai uscito in Italia quest'ultimo cofanetto, e dio solo sa ho provato tante volte a impostare un google alert ma la cosa non ha mai funzionato.

Comunque, da marzo di quest'anno è disponibile in italiano il cofanetto di Futurama volume 8, che corrisponde alla stagione 7b, ovvero la tranche di 13 episodi andati in onda nell'estate del 2013 che ha concluso (di nuovo la serie). Mediamente si tratta di episodi di buon livello ma con poche punte di meraviglia, concentrate verso la fine della stagione, come Murder on the Planet Express, Game of Tones e Meanwhile, il series finale (per ora).

Con ogni probabilità, questo è l'ultimo Futurama che vedremo, quindi tenetevelo stretto e godetevi fino all'ultimo i contenuti extra, come le scene tagliate e il commento audio agli episodi. Non che il team della serie sia rimasto completamente inattivo, perché è da poco uscito anche il gioco per android e iphone Futurama Worlds of Tomorrow, un piccolo rpg con una storia originale di cui parleremo meglio quando l'avrò provato (sono un po' refrattario ai giochi touchscreen, ma bisogna che superi questo handicap).

Quanto alle possibiltà che in futuro Futurama resusciti (di nuovo), magari prodotto da Netflix come qualcuo aveva ipotizzato, al momento non c'è nessuna conferma. In un AMA su reddit, David X. Cohen (creatore della serie insieme a Matt Groening, di fatto il padre tutelare di Futurama) ha affermato che ci sono novità in arrivo, ma di tenere le aspettative basse, quindi si parla forse di qualche altro contenuto collegato, come app o magari qualche riedizione, di certo non una nuova stagione o un film per il cinema. Ma per fortuna, un uomo può sognare. Un uomo può sognare...

Coppi Night 25/06/2017 - The Neon Demon

All'epoca dell'uscita di questo film ne avevo sentito parlare in termini abbastanza estasiati come di un'opera estrema, borderline, piena di contenuti forti e scandalosi tanto che qualcuno si era indignato per la sua diffusione. Ora, si sa che oggigiorno la gente ha l'indigno facile, ma dopo averlo visto mi chiedo seriamente quali possano essere stati i contenuti tanto intollerabili.

Probabilmente si tratta di un mio limite, ma ho una concezione di "film" che comprende la narrazione di una storia attraverso immagini, dialoghi e suoni. Questa narrazione può essere più o meno letterale, può anche non essere del tutto lineare o chiara, ma comunque, di base deve esistere. So bene che il "cinema" ha anche altri obiettivi, di natura più tecnica che narrativa, e che ciò che manca in una componente può essere recuperato nell'altra. Però, quando mi si presenta un film che si regge unicamente sulla parte tecnica, qualche seria perplessità mi sale.

The Neon Demon segue vagamente l'avventura di una ragazzina (Elle Fanning, conosciuta in fasi diverse della sua giovinezza in The Lost Room e Super8) che arriva a Los Angeles intenzionata a diventare una modella. Dotata di una bellezza intrinseca che la fa essere perfetta senza l'aiuto di trucco o chirurgia (a differenza delle altre modelle che incontra), il suo percorso sembra decollare fin quando non viene fatta fuori dalle colleghe, forse proprio perché troppo bella. Questo è in pratica tutto ciò che accade nel film, ma la storia è estremamente diluita in lunghe sequenze stupende da vedere ma che in definitiva non dicono niente. Qual è il tema, il messaggio ultimo di questa storia? Se si sta parlando del mondo spietato che consuma le giovani ambizioni di una ragazza ingenua, allora siamo a un livello talmente scontato che potrebbe essere una puntata di Otto sotto un tetto. Se c'è qualcosa di più, rimane sepolto sotto la fotografia perfetta e i lunghi silenzi.

Si potrebbe pensare che il film sia da interpretare in qualche modo a livello metatestuale. Il regista ha lavorato per diversi anni proprio nel settore della moda, per cui il suo creare un prodotto esteticamente perfetto ma vuoto di contenuto potrebbe essere proprio l'obiettivo. In tal caso The Neon Demon sarebbe un successo, ma rimarrebbe comunque la trasposizione cinematografica di una rivista patinata. La visione ispira sensazioni simili a quelle di La grande bellezza, e forse il fatto che il tema centrale sembra essere sempre quello è un indizio.

Per quanto riguarda la sbandierata componente horror, se il tutto è dovuto a due minuti di necrofilia e un accenno di cannibalismo, allora ci vuole proprio poco per impressionarvi, eh. The Neon Demon alla fine è un film bello, bello, bello in modo assurdo, ma deve pur esserci qualcosa oltre a questo!

Doctor Who 10x12 (season finale) - The Doctor Falls

L'avevo detto. Parlando di Extremis avevo ipotizzato come il mantra "without hope, without witness, without reward" sarebbe stato l'epitaffio del Dodicesimo Dottore. E così è stato: quando si lancia in battaglia, ormai solo, sapendo di non poter sopravvivere, sono queste le parole che rivolge a se stesso: senza speranza, senza testimoni, senza ricompensa. La virtù è vera solo alla fine di tutto.

The Doctor Falls è la fine di molte cose. La fine del Master... di nuovo. Di sicuro la fine di Missy e del Master/Saxon di John Simm, tornato solo per quest'ultima breve comparsa. Chiaramente c'è sempre spazio perché in futuro un'incarnazione successiva o precedente dell'arcinemico si ripresenti, ma per adesso, e probabilmente per un po', non lo vedremo più. Spiace solo che l'arco narrativo della conversione di Missy sia stato sfruttato così poco: emerso per pochi minuti nelle ultime puntate, non c'è mai stato modo di vederlo succedere, ci è stato raccontato che avveniva ma non ne conosciamo la vera ragione. Ma si può pensare che in realtà Missy/Master ci stesse già provando da molto tempo, fin da quando nel finale dell'ottava stagione si rivela e svela che il suo piano serviva solo a far sentire il Dottore come lei. Oppure come all'inizio della stagione nove, in cui cerca e assiste il Dottore durante il suo confronto con Davros. Forse negli ultimi anni, Missy non ha fatto altro che avvicinarsi a lui, perché il suo unico e ultimo desiderio era di poter rimanere al suo fianco, dalla parte giusta, almeno una volta.


È la fine dei due companion di questa stagione, Nardole e Bill. Il primo, per il quale fin dall'inizio avevo espresso estremo scetticismo, e che si è rivelato invece una controparte preziosa ed equilibrata: pragmatico, acuto, utile, e alla fine anche eroico. Forse c'è bisogno di altri compagni del genere, nel futuro del Dottore, un assistente più che un ospite, qualcuno di affidabile con capacità su cui contare, come è stato in passato per altri companion dell'era classica (umani e non). Quella di Bill è un'altra fine difficile da dimenticare. La companion arrivata in questa stagione, con i giorni (leggi: gli episodi) già contati, è riuscita comunque a conquistarsi un posto nella storia del Dottore e a sviluppare un suo arco narrativo credibile. Forse Bill è la companion che ha sofferto di più rispetto al poco tempo in cui ha affiancato il Timelord: l'apparente morte in Oxygen, la dittatura dei Monaci, e infine la conversione in cyberman alla fine di World Enough and Time. In quest'ultimo episodio la vediamo ancora in forma umana, ed è per questo ancora più straziante sapere che adesso è tutt'altra cosa, e non potrà mai tornare com'era. Certo, è un meccanismo simile a quello di quando abbiamo conosciuto Clara in Asylum of the Daleks, ma qui molto più drammatico. E allora, quando alla fine si ripresenta la pilota di The Pilot, come uno dei deus ex machina più letterali mai visti finora nel Doctor Who moderno, non è poi così terribile. Bill si è meritata questa fine, ha imparato e sofferto molto ed è giusto che possa finalmente essere felice.

The Doctor Falls non è la fine del Dodicesimo Dottore, anche se più volte lo si vede iniziare la rigenerazione. Eppure nonostante sia ancora in piedi, il Dottore forse è l'unico sconfitto.
Who I am is where I stand. Where I stand is where I fall.
Questa è la frase che usa per convincere il Master e Missy ad affiancarlo nell'ultima lotta, ma non basta. E sarà da solo a cadere, batendosi soltanto per guadagnare tempo e permettere una fuga temporanea a una manciata di sconosciuti. Non saprà mai che alla fine Missy stava per tornare, che aveva ragione lui a vederla cambiata. Non saprà mai che Bill in qualche modo non è finita carbonizzata nella tuta metallica di un cyberman. Tutto quello per cui ha combattuto, dal suo punto di vista, è stato vano.

Ed è per questo che si oppone alla rigenerazione. Questo Dottore non lo fa per vanità, il suo I don't want to go non è un capriccio. È un'affermazione di sé: non posso andarmene adesso, non ora che ho capito me stesso, che sto imparando a essere chi sono. Il Dodicesimo Dottore ha faticato fin dall'inizio a capirsi, tanto da doverlo chiedere: am i a good man? La risposta è arrivata forse troppo tardi, quando ormai era impossibile cambiare le cose. E allora il Dottore dice no e trattiene la rigenerazione come uno starnuto. Stavolta non si cambia, piuttosto si muore. Where i stand is where i fall.


The Doctor Falls non è un episodio perfetto. Perde molta dell'atmosfera claustrofobica di World Enough and Time. Ma è un ottimo finale di stagione, e una degna preparazione al saluto finale all'attuale Dottore. Molte cose avrebbero potuto essere ben più memorabili, viste le premesse. In particolare, sembra un po' sprecato il ritorno del Master di John Simm, che alla fine dei conti agisce molto poco. Non si capisce in effetti quale fosse il suo piano sull'astronave da Mondas, l'idea che avesse architettato e diretto tutto il progetto dei Cybermen è sfumata subito. Il confronto con il nemico non è epico come ci si aspetta da un season finale, in cui in genere è minacciato l'universo, o almeno tutto il pianeta Terra. Eppure questo può essere anche un aspetto positivo, perché vediamo appunto il Dottore battersi fino all'ultimo per qualcosa di relativamente poco importante, ma metterci comunque tutto se stesso.

L'incontro finale con il Primo Dottore, nell'interpretazione di David Bradley (che aveva interpretato William Hartnell in An Adventure in Space and Time) sembra avvenire durante The Tenth Planet, la storia in cui il Primo Dottore, confrontandosi con i Cyberman Mondasiani per la prima volta, è costretto a rigenerarsi. Anche il Primo sembra del tutto contrario all'idea, e probabilmente Uno e Dodici dovranno trovare insieme la forza per fare ognuno questo passo importante. Annullare se stessi, per continuare a esserlo. Sarà un'ultima grande occasione per Capaldi di far valere l'intensita del suo Dottore, certamente il più complesso e difficile da apprezzare, perché non ha mai fatto niente per risultare gradito. Ma so già che mi mancherà. Voto: 7.5/10

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...