Coppi Night 24/08/2014 - Silent Hill

Continua l'inspiegabile fame di horror del Coppi Club, stavolta addirittura a causa mia, visto che era il mio turno di proporre i film. Avevo incluso Silent Hill nella lista perché ne avevo sentito parlare spesso come un cult, soprattutto per l'ambientazione (tant'è che quest'inverno ricordo almeno una decina di foto su fb di paesaggi nebbiosi con commento "benvenuti a silent hill"). Ero anche al corrente che esiste un omonimo videogioco classico da sala giochi, anche se non ero sicuro se fosse nato prima il film o il gioco. A quanto ho appurato, è nata prima la versione videoludica e poi quella cinematografica, e l'esperienza mi dice che l'adattamento di film a partire da giochi è sempre un'operazione rischiosa, dagli esiti dubbi (Tomb Raider, Doom, Mortal Kombat!?). Aggiungo anche che il videogioco in questione mi ha sempre fatto piuttosto schifo, soprattutto per quella struttura in cui la visuale si muove da sola e punta dove sono i nemici, portando il giocatore su un percorso obbligato, mi risultava sempre frustrante.

Premesso tutto ciò, è facile capire che il film mi abbia lasciato piuttosto indifferente. Non so bene se la storia della bambina sparita fosse presente anche nel gioco (non sono mai arrivato così avanti e skippavo sempre l'introduzione), in ogni caso la presa che questa ha sullo spettatore è poco superiore a zero, anche perché i genitori si dimostrano estremamente negligenti e superficiali con una figlia che ha dei chiari disturbi psicologici. La madre si comporta anche ostile senza motivo nei confronti di una poliziotta (che pure esager nel farsi i cazzi altrui), mentre il padre (Sean Bean) si perde in una serie di ricerche che poi non lo portano a nulla, infatti non interverrà durante il climax finale. Certo non si può pretendere da un film del genere una trama avvincente e profonda, ma mi pare che qui non ci sia proprio sforzati di dare consistenza alla storia. Ci sono mostri, maledizioni, streghe, roghi, sette occulte, ma tutto rimestato in un calderone che non ha poi un gusto definito.

Il problema, ritengo, è che chi ha pensato di realizzare il film si è preoccupato esclusivamente di inserire riferimenti al videogioco, aspettandosi che lo spettatore una volta colti questi rimanesse soddisfatto senza porsi altre domande. Per questo ad esempio non c'è nessuna spiegazione della natura dell'uomo con lo spadone e la piramide in testa (di solito nel gioco morivo una volta arrivato a lui), che è sicuramente un ottimo soggetto da cosplay ma se ha un ruolo in tutta la vicenda non mi è dato di saperlo; lo stesso vale per gli scarafaggi con volto umano, e tante altre cose che non avendo capito non sono nemmeno in grado di indicare. Il finale poi che forse nelle intenzioni era "ambiguo" secondo me è solo tirato via, anche qui senza alcuna giustificazione, e si arriva ai titoli di coda con un grosso sospirone.

Forse l'unica vera innovazione di questo film è che Sean Bean, in questa storia, non muore.

Doctor Who 8x01 - Deep Breath

In seguito alle risposte ricevute qualche tempo fa in merito all'idea di recensire i nuovi episodi di Doctor Who a partire dall'ottava stagione, eccoci quindi a commentare la prima puntata con protagonista Peter Capaldi, trasmessa sabato scorso. Prima di procedere, un paio di precisazioni tecniche che varranno per tutti i post di questa serie: intanto, la numerazione degli episodi non terrà conto della serie classica, quindi non specificherò che si tratta del "nuovo" DW, e indicherò le stagioni con il loro numero a partire dalla riapertura della serie nel 2005; inoltre, anche se è ovvio e non dovrei specificarlo, più avanti ci saranno spoiler, quindi leggete preferibilmente dopo aver visto la puntata in questione.


Deep Breath si apre in grande stile mostrando un bel dinosauro (presumibilmente un tirannosauro o qualcosa di affine) che passeggia per la Londra vittoriana. Poco dopo fanno la comparsa Vastra/Jenny/Strax, comprimari a cui si inizia a fare l'abitudine e che di solito riescono ad arricchire le storie. Il nuovo Dottore emerge poi dal Tardis "naufragato" in gola al dinosauro, e assistiamo per la prima parte dell'episodio al tipico caos da rigenerazione, che è una costante almeno a partire dal cambio tra il Terzo e il Quarto (le rigenerazioni precedenti non erano state così traumatiche). Il Dodicesimo Dottore (possiamo intenderlo il numero 12 per convenzione, anche se non è strettamente corretto) è confuso e ansioso, dimentica nomi, volti ed eventi, ed è solo quando il tirannosauro prende letteralmente fuoco che inizia a pensare che qualcosa di più grosso stia accadendo. Il vero avversario si rivela quando il Dottore e Clara si ritrovano in un ristorante occupato da decine di cyborg "inversi": non umani che hanno acquisito parti meccaniche, ma robot che si sono ricoperti di parti umane. Robot ticchettanti, che si muovono come giocattoli a carica... does it ring a bell? Scesi nell'antro in cui i robot operano sugli umani che riescono a catturare, si ha il primo confronto con il cyborg al comando, e si scopre che il loro lungo upgrade ha lo scopo ultimo di far arrivare tutto il gruppo alla "terra promessa". Scatta poi il combattimento vero e proprio, al quale prende parte il trio contro un'orda di robot, mentre il Dottore si occupa personalmente del capobanda, cercando di convincerlo che la sua ricerca è inutile. I robot vengono sconfitti, il Dottore si riappicifca con Clara, e tutto torna sui binari. Più o meno.

Quanto sopra è un riassunto per sommi capi, ho volutamente tralasciato aspetti anche importanti perché non ha senso ripetere scena per scena. Ma analizziamo ora alcuni di questi elementi. 


Innanzitutto, bisogna essere tonti per non averlo capito, ma i robot ticchettanti sono gli stessi (o almeno derivano dagli stessi) visti nella seconda stagione, nell'episodio The Girl in the Fireplace, probabilmente uno dei primi episodi più intensi e profondi della nuova serie, in cui (forse per la prima volta) David Tennant riesce a dare una forte caratterizzazione al suo Decimo: ricordiamo che sulla SS Madame de Pompadour il Dottore, Rose e Mickey avevano trovato una squadra di robot di servizio che dopo un malfunzionamento avevano iniziato a sostituire i componenti dell'astronave con parti umane compatibili; i robot avevano aperto delle finestre temporali sulla vita della Pompadour perché avevano bisogno del suo cervello "completo" per rimettere in funzione la nave. Il Dottore li ha poi fermati, ma evidentemente questi si trovavano anche a bordo della nave gemella SS Marie Antoniette, e con l'abilità di manipolare il tempo sono forse arrivati fin troppo lontani nel passato, e così hanno portato avanti la loro ricerca di upgrade per la terra promessa per molto, molto tempo (viene fatto intendere che fossero presenti all'epoca dei dinosauri, visto che sapevano che i pezzi di un t-rex erano da loro utilizzabili). Questo è stato un ritorno più che gradito, perché da sempre i fan avevano indicato questi robot a rotelle come uno degli avversari più intriganti. Qui inoltre sembra che prendano parte a una storia molto più ampia, il che sarebbe ancora più interessante.

Il respiro profondo del titolo è quello che i personaggi (Clara e il team di Vastra) devono prendere per non farsi scoprire a respirare, fingendosi così a loro volta dei cyborg. Questo stratagemma ha qualche affinità con il don't blink da tenere in presenza degli angeli: un'innaturale imposizione fisica difficile da mantenere ma dalla quale dipende la propria sopravvivenza. Tipico di Moffat...

Un altro tema ricorrente (e per me il più intrigante) è quello del nuovo aspetto del Dottore. In più di un'occasione il Dodicesimo afferma di riconoscere il proprio viso, di averlo già visto (e in effetti Peter Capaldi era già apparso in The Fires of Pompeii) e che ci deve essere una ragione per cui ha quell'aspetto, un messaggio che voleva lasciare a se stesso. È già stato appurato in passato che i Time Lord hanno un qualche controllo sull'aspetto che assumeranno in seguito alla rigenerazione (il Terzo Dottore era stato "forzato" proprio dal consiglio dei Time Lord, e abbiamo appreso in The Time of the Doctor che il Decimo si era volutamente rigenerato mantenendo il suo aspetto in Journey's End), e qui il concetto viene ribadito. Ma quando il Dottore dice al cyborg "probabilmente non ricordi nemmeno da dove hai preso quella faccia" per convincerlo che ha perso la sua natura, è lui stesso a guardarsi nello specchio e quella domanda è quindi riflessiva. Perché allora il Dottore ha questa faccia, e che cosa significa la scelta, cosciente o meno che fosse? Ci auguriamo che la risposta arriverà, prima o poi.

Secondo in ordine di importanza, è il modo in cui il nuovo Dottore si pone, sia ai compagni che ai nemici. Questo, lo abbiamo capito subito ed è stato annunciato, è un Dottore più cupo, più duro e forse spietato almeno dei precedenti due. A me ricorda (forse a livello semplicemente fisico e per l'outfit) Jon Pertwee, il Terzo, ma nell'atteggiamento c'è anche qualcosa del Nono, quell'Eccleston troppo spesso dimenticato che non aveva problemi di coscienza a uccidere l'ultimo Dalek o a condannare una Slitheen a morte. Questa sua nuova attitudine è resa in modo evidente ma rimane anche ambigua, soprattutto perché non sappiamo se il robot si sia suicidato, o se sia stato il Dottore a buttarlo giù per ucciderlo. Forse non lo sapremo mai. Ma a parte la decisione mostrata coi nemici, c'è anche un nuovo rapporto con i suoi alleati e companion. A Clara lo dice in modo chiaro: "non sono il tuo fidanzato". Sì perché i Dottori precedenti (Tennant e Smith soprattutto) sono sempre stati un po' farfalloni, e non hanno mai perso l'occasione per flirtare con le controparti femminili. Il Dodicesimo non è così: Capaldi è più anziano, più ruvido, e sembra avere altro per la testa. Di fatto, non si è nemmeno scusato per aver abbandonato Clara da sola nella stanza con i robot, a trattenere il respiro per non farsi scoprire. In questo episodio d'esordio questa cosa è stata ribadita fin da subito, e anzi la telefonata dell'Undici a Clara, in cui il "vecchio" Dottore le dice di non avere paura, di stargli vicino, che ha ancora bisogno di lei, sembra anche un messaggio oltre la quarta parete, che dice al pubblico (soprattutto a quella componente di giovanette che erano segretamente innamorate del Dottore) di dargli fiducia, di continuare a seguirlo anche se non possono sognarlo la notte. Per me è un'ottima variazione, speriamo solo che il calo di pubblico dovuto a questa novità non sia determinante.

E poi c'è la scena finale, quella in cui il cyborg che abbiamo visto morire si ritrova... dove? In paradiso, la Terra Promessa? Qui incontra Missy, che lo accoglie e gli chiede scusa per come il Dottore lo ha trattato. Questa breve sequenza di chiusura è chiaramente un richiamo a quello che sarà l'arco narrativo che sarà portato avanti nell'ottava stagione (o forse anche oltre, come fu per il silence will fall presentato all'inizio della quinta?). Possiamo farci molte domande, soprattutto sull'identità di Missy: dice di essere la ragazza del Dottore e che lui la ama molto, quindi viene quasi automatico pensare a River Song, ma l'atteggiamento non sembra il suo (anzi, io credo che il commiato di River sia stato The Name of the Doctor). Allora, potrebbe essere Romana, la Time Lord (Time Lady?) che ha viaggiato per un po' con il Quarto Dottore? O pensando in lungo, addirittura Susan, la nipote che viaggiava con il Primo Dottore e che lui ha lasciato sulla Terra affinché si facesse una vita? Più probabilmente nessuna di queste, ma sicuramente avrà qualcosa ancora da dire, questa Missy.

Per ultimo, c'è stato anche un riferimento a un particolare che credevo fosse stato dimenticato: in che modo Clara è riuscita a entrare in contatto col Dottore in The Bells of Saint John? In questo episodio, che a metà della settima stagione ha segnato l'ingresso di Clara come companion, la ragazza ha ricevuto da qualcuno il numero del telefono del Tardis, ma non sa da chi l'ha ricevuto. In Deep Breath, il messaggio criptico che ha portato il Dottore e Clara a ritrovarsi non è stato lasciato da nessuno dei due, e nemmeno dai robot. C'è qualcuno che spinge perché i due siano insieme, ma di chi si tratta? Il sospetto corre subito alla Missy di cui sopra, ma è ancora presto per poterlo affermare con cognizione. Aspettiamo gli sviluppi, anche se ho idea che prima di vedere di nuovo riferimenti a questo arco narrativo più ampio dovremmo superare qualche episodio filler con il monster of the week. Che la settimana prossima saranno i Dalek, quindi un filler più che gradito.


Due aspetti che non ho gradito sono il modello del t-rex mostrato all'inizio, ripreso paro paro da Jurassic Park. Ogni volta che vedo di mezzo dinosauri (come in Dinosaurs on a Spaceship) ho la segreta speranza che i teropodi siano mostrati con le doverose piume, ma a quanto pare il pubblico non è ancora pronto per questo cambio di archetipo. Ci vorrà ancora del tempo prima che di dinosauri di Spielberg vengano soppiantati nell'immaginario collettivo. E poi la sigla, che in questa nuova esecuzione mi sembra insista troppo poco sul "fischio", quello che da sempre è l'identificativo di DW all over the world. Vogliamo più theremin!

Per concludere, rimane da chiedersi quale sarà il nuovo tormentone di questo nuovo Dottore. Tutti quelli moderni ne hanno avuto uno: fantastic, alons-y, geronimo... e adesso? Forse è troppo presto per dirlo, ma a me sembra che Capaldi abbia insistito molto sulla parola question, con frasi del tipo "the question is": potrebbe essere questa la nuova catchphrase? Se è così, mi pare perfettamente in linea con la diminuita frivolezza e maggiore maturità del Dodici.

E siccome come da tradizione con le recesioni di Futurama, alla fine mi riservo anche di assegnare un voto, e so che i voti piacciono e stimolano alla discussione (leggi: flame), mi permetto di estendere la consuetudine anche a questa nuova serie di post e assegno a Deep Breath un voto 7.5/10

Christopher Priest - The Adjacent

Quando ho letto un anno e qualcosa fa la notizia dell'uscita di The Adjacent, la cui trama citava la presenza tra i protagonisti di un fotografo e di un prestigiatore, ho pensato tra me: vabbè, Christopher Priest ormai ricicla le stesse cose fatte in passato, con The Prestige gli era andata tanto bene (Christopher Nolan che dirige il film tratto dal tuo libro si può considerare un successo) e allora si è adagiato e ha scritto ancora qualcosa sulla stessa linea. Per un po' ho quindi archiviato la questione, anche se quel titolo mi si era insinuato dentro e continuavo a pensarci ogni tanto. Poi in una di quelle catene di connessioni random che si trovano su internet mi sono imbattuto di nuovo in una recensione di questo romanzo, e anche in un commento più ampio all'opera di Priest, e mi sono convinto che un autore di tale esperienza non poteva aver semplicemente fotocopiato il suo precedente successo. Così alla fine ho acquistato The Adjacent in ebook e me lo sono letto durante la settimana di vacanza.

È buona norma iniziare una recensione dando una prospettiva (possibilmente spoiler-free) della trama del libro in oggetto, tuttavia in questo caso non è facile riuscire a fornire un riassunto per sommi capi di quanto viene narrato in questo libro. La storia è divisa in otto capitoli, di cui la metà sono incentrati sullo stesso personaggio, Tibor Tarent, che potremmo quindi considerare per convenzione (ma senza altrettanta convinzione) il protagonista. Tarent è un fotografo freelance, che ha seguito sua moglie durante una missione in Anatolia, in una zona di guerra, e qui l'ha perduta. Perduta perché Melanie è probabilmente morta, ma in realtà nessuno ne ha trovato traccia. Tarent rientra nella sua Gran Bretagna con un visto diplomatico, e durante il viaggio incontra una donna misteriosa che sembra sapere molto di lui e di quanto è successo a sua moglie. Questa parte è quella in cui maggiormente si percepisce la componente fantascientifica del romanzo: non solo perché è ambientata intorno al 2040-2050 (non è specificato), ma anche perché ci troviamo in un'Inghilterra che è in pratica un sultanato (si chiama ora IRGB: Islamic Republic of Great Britain), sconvolta da devastanti tempeste, e lentamente apprendiamo che quello che ha portato via Melanie (così come buona parte di Londra) è un nuovo tipo di arma, derivante appunto dalla adiacenza, una tecnologia che ha qualcosa a che vedere con gli universi paralleli, anche se non nel modo tipico con cui siamo abituati a considerarli.

Nelle parti del libro che non seguono direttamente Tarent, conosciamo diversi personaggi sparsi in epoche (e mondi?) diversi: un illusionista inglese del 1915 convocato sul fronte francese per inventare un modo di far sparire gli aerei da ricognizione in volo; un tecnico di una base aerea durante la Seconda Guerra Mondiale che incontra un'abile pilotessa polacca, la quale a sua volta racconta la storia di come è arrivata a volare per l'esercito inglese; la giornalista che per ultima ha visto lo scopritore dell'adiacenza; e di nuovo un fotografo, un mago e una pilota, ma stavolta tutti abitanti sull'isola di Prachous, un posto che non appartiene alla nostra Terra, ma che presenta evidenti affinità con questo mondo. Le storie di tutti questi personaggi sono indipendenti tra loro, ma è presente un'interconnessione profonda e impercettibile. Non si tratta del classico schema delle sottotrame che convergono, perché tutti questi non si incontreranno mai tra loro, non risolveranno mai il mistero che si cela dietro le loro vite e non capiranno mai davvero che cosa sia e come operi l'adiacenza, anzi, la maggior parte di loro non sa nemmeno che esista qualcosa del genere.

Per questo inizialmente dicevo che non ero in grado di descrivere la trama del libro: perché qui non  troviamo lo svolgimento di una storia, e nemmeno una serie di storie tra loro intrecciate: piuttosto, ci sono personaggi sovrapposti, confini tra le persone, le vicende e i ricordi che sfumano gli uni negli altri. Non è facile riuscire a cogliere questi indizi, perché il passaggio avviene in modo quasi invisibile, e ci si accorge solo gradualmente che quello che stiamo leggendo non è più la stessa storia di prima, ma qualcosa di diverso eppure simile, qualcosa di adiacente.

Una chiave per cercare di interpretare tutto sono i nomi dei personaggi, che in qualche modo ricorrono o si ripresentano in varianti più o meno riconoscibili, ma si tratta più di un indizio che di una prova. Non c'è modo di affermare con certezza che un tale personaggio sia lo stesso che rivediamo in seguito, eppure la sensazione indotta dalla lettura è quella. Vi si potrebbe scorgere in questo senso qualche affinità con Cloud Atlas (mi riferisco quantomeno al film, non ho letto il libro), ma a un livello molto più sottile. Tuttavia non credo che questo sia un libro che deve essere spiegato: per quanto esista, sicuramente, un'interpretazione "esatta" di quello che si legge, il punto è che non è questo il punto.

Infatti, credo che la caratteristica principale e memorabile di The Adjacent sia il modo in cui il lettore sia portato a intuire, avvicinarsi a una risposta per poi venirne di nuovo spinto lontano (sempre che esista davvero). L'adiacenza non è solo un concetto scientifico/tecnologico, ma diventa qualcosa di metafisico e anche metatestuale. Seguiamo vicende di personaggi che non sono al centro degli eventi, ma adiacenti a essi, vicini al nucleo della storia ma senza prenderne parte: Tarent che fotografa l'inventore dell'adiacenza, l'illusionista che cerca di capire come nascondere un aereo in volo, la pilota che sorvola l'isola adiacente a Prachous e ne scorge i diversi e incompatibili aspetti. Siamo sempre sull'orlo di ottenere una rivelazione ma ci fermiamo proprio lì, facciamo un passo indietro, poi aggiriamo il baratro e ci avviciniamo da un'altra direzione, ma anche da quella parte non riusciamo ad arrivare in fondo. Non è qualcosa di cui ci si accorge a livello razionale, ma una sensazione diffusa, un istinto che porta a convincerci che qualcosa c'è, e che dobbiamo solo spingerci un po' più avanti per trovarlo. Per questo, nonostante il libro sia lento, quasi del tutto privo di azione in senso stretto, non si sperimenta un solo istante di noia, e i capitoli scorrono in rapida successione, finendo sempre qualche paragrafo prima di quanto avremmo voluto.

The Adjacent non è tanto una storia, quanto una storia di storie, una narrazione multipla di cose che sono indubbiamente successe ma che gli stessi attori non saprebbero descrivere, un'esperienza di difficile decifrazione ma di pieno coinvolgimento. Probabilmente mi è sfuggito qualcosa, forse non ho colto qualcuno di quei piccoli dettagli che si affacciavano di tanto in tanto a beneficio del lettore e degli stessi personaggi che paiono altrettanto confusi e sperduti. Forse qualche frase mi tornerà alla mente, come i ricordi che si formano e svaniscono, e una molla mi scatterà nel cervello portandomi a capire quello che non ho letto, ma per il momento mi accontento di essere arrivato abbastana vicino, se non alla soluzione, almeno a qualcosa di adiacente.

Futurama 7x24 - Murder on the Planet Express / Omicidio sul Planet Express

Si dimetica facilmente che la Planet Express è, in prima battuta, un'impresa commerciale, e che l'equipaggio e gli altri membri sono dipendenti di un'azienda che avrebbe come obiettivo il profitto. Gli unici a ricordarlo ogni tanto sono Hermes e il Professore, e la puntata parte proprio dalla constatazione di quest'ultimo che la squadra non è abbastanza unita, e per aumentare la (scarsissima) produttività è necessario un corso di team-building, quella roba motivazionale che dovrebbe insegnare il lavoro di squadra, la fiducia reciproca, e così via. Il corso si svolge durante un ritiro di qualche giorno proprio sull'astronave, e quando si scopre che l'assistente del tutor motivazionale è un alieno assassino mutaforma, si fa presto a capire a che cosa allude il titolo dell'episodio.

Confinati sulla Planet Express alla deriva e con i sistemi vitali soppressi, braccati da un mostro famelico in grado di introfuloarsi in qualsiasi ambiente e assumere qualunque aspetto, tutti i membri dell'equipaggio (incluso Jackie Junior, l'apprendista di Scruffy) da una parte sono costretti a lavorare effettivamente di squadra, e fidarsi degli altri per poter rimettere in moto l'astronave e portarsi in salvo, dall'altra devono guardarsi dai compagni che sono potenzialmente una manifestazione dell'alieno che ha intenzione di cacciarli. Si scatena così una caccia-fuga in cui ognuno cerca di capire chi degli altri può essere il mostro, e i personaggi cadono in trappola uno dopo l'altro, finché in vita non rimangono altri che Fry e Bender, che durante il confronto finale si mettono reciprocamente alla prova per capire chi dei due è un impostore. Naturalmente si scoprirà che le vittime del mostro non sono effettivamente morte e perdute per sempre (è facile risolvere un problema del genere in uno show di fantascienza), ma il finale non è affatto scontato, e si arriva davvero a dubitare di ogni cosa che viene detta.

L'episodio si dimostra quindi in linea con quanto il titolo faceva supporre, mettendo in scena un crimine (anzi, una serie di crimini ripetuti) e utilizzando tensione e sospetto come ingredienti principali della trama. Certo lo spettatore non è seriamente inquietato da quanto si vede, ma se si cerca di risolvere il mistero si rimane coinvolti nella stessa caccia dei personaggi, che cercano di volta in volta di scoprire dove si trova il mostro. Il finale poi presente anche un classico dilemma del prigioniero, lasciato però in sospeso. La puntata risulta alla fine piacevole, sia nella fase iniziale in cui vengono mostrati i contrasti tra i personaggi, sia nella parte centrale che si svolge sull'astronave, con richiami ad Alien e La cosa. Voto: 8/10

Factory Day 2014

Bon, le vacanze sono finite. Cioè, in effetti sono ancora in ferie, ma trascorrerò i giorni rimanenti a casa, principalmente sdraiato sul divano o seduto davanti al pc. C'è però un evento rimarchevole che segnerà quest'ultima settimana di libera uscita, ed è il Factory Day 2014 che si terrà sabato 23 agosto a Viareggio.

Il Factory Day è una giornata pensata per festeggiare il primo anno di (proficua) attività della Factory Editoriale I Sognatori, la casa editrice "collettiva" di cui faccio parte e che ha pubblicato tra gli altri la mia raccolta Spore. Una giornata intera dedicata alla letteratura, all'arte e alla cultura in generale, ma anche al semplice (e tutt'altro che scontato) contatto diretto tra editore, autori e pubblico. Il programma è vario, e prevede sia presentazioni di libri che intermezzi musicali, dibattiti e naturalmente anche un buffet in compagnia. Ecco la locandina:




La manifestazione si tiene negli spazi e con la collaborazione dell'associazione Uovo di Colombo, a ingresso libero e gratuito, e vedrà la partecipazione, oltre dell'editore Aldo Moscatelli, anche di numerosi autori e collaboratori della Factory oltre che di ospiti esterni che interverranno in occasione della tavola rotonda.

Naturalmente ci sarò anch'io, e a tuti quanti sono in zona (ma anche no, Viareggio si raggiunge abbastanza facilmente da mezza Italia, anzi, se vi serve consulenza contattatemi pure) propongo di passare a fare un giro, non importa se per un paio d'ore o per tutta la giornata. Troverete sicuramente qualcosa di interessante e sorprendente. See you there!

Rapporto letture - Luglio 2014

Mentre leggete questo post io sono "in vacanza", che metto virgolettato perché in realtà non so bene cosa mi aspetta là dove sono diretto e dove, salvo imprevisti, mi trovo in questo momento. Facciamo conto quindi che io mi stia effettivamente godendo la "villeggiatura" (anche questo da virgolettare), e tenendo presente che anche nel corso di questa le letture non si fermano, passiamo a esaminare quello che ho assorbito il mese scorso.


Più riguardo a I ciclonautiCominciamo con un collega di Factory. Non ho conosciuto Piero Sansò (che in realtà si chiama Pietro, vai a sapere...) ma lo farò presto, al Factory Day 2014 che si terrà a Viareggio la prossima settimana, e quando ci troveremo avrò un paio di cose da chiedergli. Perché il suo romanzo I ciclonauti è un'avventura bizzarra, sospesa al limite del surreale e del fantastico vero e proprio, che non è facile inquadrare. Si parte con un semplice club di ciclisti amatoriali, che però infondono nelle loro pedalate un significato mistico, un collegamento con antichi percorsi e antichi monumenti (i menhir in particolare). Le implicazioni si fanno poi più serie, quando emergono delle forze che sembrano voler fermare i ciclonauti, e a loro insaputa questi si trovano a viaggiare tra i mondi e tra i tempi. Il libro inizia in tono leggero ma si incupisce dopo la metà, e il finale è decisamente d'impatto. E per uno come me, che tutto sommato si trova a fare le sue buone pedalate, non è difficile concedere qualche limite di plausibilità alle fantasie dell'autore. Un romanzo insolito, e difficile da classificare, ma buono a più livelli di lettura. Voto: 7.5/10


Rimango sugli autori italiani, ma stavolta multipli, con la raccolta Perché nulla vada perduto e altri racconti, la più recente della serie delle antologie del Premio RiLL, che per inciso contiene anche un mio racconto, intitolato per forza di cose "La conquista" ma che io avevo concepito come Pace e morte. Ma al netto di questo mio contributo, all'interno si trovano racconti di autori noti (Luigi Rinaldi, Luigi Musolino, Massimiliano Malerba) ed esordienti (Davide Camparsi, il cui racconto dà il titolo alla raccolta), oltre ad alcuni racconti di scrittori stranieri selezionati in racconti europei equiparabili al RiLL. Le storie sono tutte di buon livello, e anche se non si trovano forse idee e temi estremamente originali, c'è molta cura e capacità. Devo anzi dire che i racconti che mi hanno entusiasmato meno sono quelli dei colleghi stranieri (Sopravvissuto  mi è sembrato banalotto), mentre ce ne sono di molto validi tra gli altri, che alternano tematiche e stili diversi riuscendo a mettere insieme un'antologia ben bilanciata. Devo anche dire che, avendo letto in pratica tutti i libri della serie di RiLL, mi pare di notare che con gli anni il livello medio si sia notevolmente innalzato. Vorrà dire qualcosa? Voto: 7/10


Più riguardo a Hunger GamesArrivo poi al libro che ho letto e che direte "ma come te queste cose ma dai ti fai trascinare ma proprio te ma non ti vergogni", ma io mantengo la mia posizione e dico che Hunger Games non è affatto brutto. Sia chiaro che non l'ho comprato, ma me lo sono fatto prestare da mia nipote, proprio per vedere se fosse un libro che merita il successo e il fenomeno che ha generato o l'ennesimo caso costruito. Ecco, dopo averlo letto non posso che affermare che se questo è il tipo di letture che acchiappa i ragazzini di adesso, ben venga! Il romanzo è una distopia sicuramente non originale, e per chi legge fantascienza da decenni non c'è niente qui dentro che non si sia già visto e letto migliaia di volte, ma la storia è costruita in modo credibile, i personaggi non sono monodimensionali (sicuramente meno qui che nei film che ne sono stati tratti) e le vicende appassionanti. È uno young adult, questo è evidente, ma per me questa classificazione non è necessariamente male, e in questo caso penso che si possa riconoscere che si tratta di un lavoro mediamente buono (per capirsi: ho letto romanzi "per adulti" e anche di "grandi autori" decisamente inferiori a questo). Non credo che leggerò il seguito della serie, perché temo che possa virare sulla componente melensa di cui faccio tranquillamente a meno, ma sono tenuto ad assegnare a Suzane Collins, almeno per questo, un inaspettato voto 7/10


Più riguardo a Il matrimonio alchimistico di Alistair CromptonE infine arriviamo a uno di quei "grandi nomi" di cui sopra, perché ho avuto modo di leggere qualcosa anche di Robert Sheckley, autore sempre apprezzato. Spesso le suo storie sono la traslazione in forma di racconto di sketch umoristici, e questo romanzo tutto sommato segue quella forma. Il matrimonio alchimisto di Alistair Crompton è in fin dei conti una sorta di pastiche in cui si può trovare di tutto, pur partendo da una premessa interessante: il proagonista del titolo in giovane età ha manifestato segni di pericolosa schizofrenia, e così le sue personalità devianti sono state estirpate dal suo corpo e installate in androidi per vivere autonomamente. Ma Crompton decide di doversi Reintegrare con queste e tornare a essere una persona completa, e parte così in un viaggio per mezza Galassia alla ricerca delle sue parti mancanti. Il romanzo è prima di tutto divertente, con situazioni assurde e personaggi stereotipati (ma non per superficialità, la loro scarsa caratterizzazione è funzionale e giustificata proprio dal fatto di essere parti isolate di una personalità più complessa), e una scrittura che gioca anche con il lettore, arrivando anche ad abbattere la quarta parete. Insomma un libro che si legge al volo e si gode in pieno, anche se forse non riesce a mantenersi abbastanza esplosivo anche nel finale, che pare un po' tirato via. Voto: 7.5/10

Coppi Night 03/08/2014 - Eastern Promises

Non ho mai capito bene come funziona il discorso dei sottotitoli sui video scaricati. Cioè sì, so che ci sono dei file a parte che il file riconosce e quindi riproduce a seconda della scelta, anche se spesso la sincronia non è delle migliori. Quello che non capisco è: ma i sottotitoli "integrati" nel film, non sono già a video, anche quelli vanno aggiunti? Per dire, se mi scarico La passione di Cristo, i sottotitoli non sono già previsti, o li devo trovare a parte? Non che sia un problema che mi preoccupa tanto, in generale tanto guardo i film in inglese e non ho difficoltà, tranne quando, per metà film, i personaggi non parlano né italiano né inglese, ma, per esempio... russo?

È il caso di questo film (La promessa dell'assassino in italiano), i cui personaggi principali, tutti più o meno collegati all'ambiente russo, alternano agilmente (e in certi casi incomprensibilmente) una lingua all'altra. E per la parte in russo, non avevo i sottotitoli. Mi sono perso di conseguenza la storia dell'"autista" (Viggo Mortensen) così come un paio di battute a effetto con cui lui o altri hanno concluso un discorso, probabilmente delle badass lines che costituiscono un terzo del godimento del film. Tuttavia non ho avuto difficoltà a seguire la storia, anche perché i dialoghi in russo si riescono comunque a intuire grazie a toni e gestualità, e poi, insomma, nessuno usa il russo per dire all'altro che belle scarpe che ha indosso. Eastern Promises è in ultima analisi un gangster movie, anche se invece dei soliti mafiosi italiani a New York usa i mafiosi russi a Londra. Per il resto le abitudini e gli interessi dei malavitosi sono sempre gli stessi: il capofamiglia che dirige un ristorante (che poi, ristorante russo: da quando sanno cucinare?), il figlio cazzone e incapace (Vincent Cassel) che si tiene in piedi (a volte letteralmente) solo grazie all'aiuto del suo chaffeur-tuttofare. Forse l'unica differenza tra mafiya e mafia è che i russi sembrano avere una predilezione per le puttane (anche giovani) e la violenza sulle donne (soprattutto giovani), che credo invece non faccia parte della tradizione siciliana (sì, ok, c'è la sottomissione e la sudditanza, però di solito le ragazze vengano stuprate... ma magari mi ricordo male, se qualche mafioso vuole correggermi lo accetto ben volentieri). La storia segue un percorso abbastanza tipico per un gangster movie, con omicidi, occultamenti, tradimenti, doppigiochi e così via. Niente volgari sparatorie, ma alcune buone scene d'azione, su tutte il combattimento nella sauna con Mortensen nudo (sì, gli si vede tutto), insolitamente realistico per essere un corpo a corpo due contro uno.

Alla fine dei conti quindi Cronenberg riesce a mettere insieme un film intenso, crudo ma non esagerato, e che ha il pregio di azzeccare qualche buona sorpresa. Niente di indimenticabile, ma comunque di buon livello, in un sottogenere che spesso ha poco da dire.

Ultimi acquisti - Luglio 2014 (parte 2)

Dopo aver commentato nella parte 1 i nuovi album acquistati a luglio, passiamo adesso a raccolte e dj mix di vario genere appena finite nella mia collezione.


Voglio iniziare subito con quella che considero la chicca delle novità: questo doppio vinile The Best of Disco Demands 2 è un album che il buon Roby di Mastelloni ha sentito la necessità di consigliarmi: una raccolta Compilata da Al Kent che mette insieme una serie di pezzi disco degli anni 70 ormai introvabili in qualunque forma. Ora, io non conosco così bene questo genere da poter citare con cognizione gli artisti più rappresentativi ivi inclusi, tuttavia si tratta di pezzi che rievocano con forza quel sound che è stato l'origine di tutta la club culture mondiale, per cui l'ascolto è davvero piacevole. Ascoltati oggi questi pezzi assumono tutto un altro significato, perché se all'epoca potevano essere canzoni leggere e di poco conto, in retrospettiva si tratta di un fenomeno che ha rivoluzionato la musica nel mondo. È quindi un'esperienza non solo piacevole ma anche istruttiva. Senza nemmeno considerare le vistose zinne in copertina, che non fanno mai male.


Rimaniamo poi in un ambito leggermente al di fuori di quello cehe tratto di solito, con la raccolta Coming Home compilata in questo caso da Sven Vath (di cui evito di fornire notizie biografiche, chi non sa di chi sto parlando non ha motivo di leggere questo e tutti gli altri post musicali da me scritti). Siamo abituati a sentire Sven almeno una volta l'anno, con il suo mix The sound of the #th season, ma in questo caso si tratta di qualcosa di diverso: qui dentro non ci sono i pezzi suonati da Sven durante le sue performance, ma quelli che lui ascolta e ama. Un po' come le Late Night Tales di Trentemoller, qui scopriamo l'altro lato di un artista della musica elettronica: i pezzi scelti da Vath sono infatti profondi e variegati, e spaziano dal puramente strumentale all'ambient, dal downtempo al pop. Troviamo tra gli altri Boards of Canada, Holden, Horror Inc, ma anche tanti altri autori sconosciuti e che difficilmente avrei potuto scoprire diversamente. Questo tipo di operazioni mi piace sempre di più, e credo che a suo tempo mi andrò a cercare altre raccolte di questa o altre serie simili.

Torniamo poi a parlare di Paul Kalkbrenner, altro nome che va conosciuto e basta. Giusto l'anno scorso è uscito il suo ultimo album Guten Tag, e a breve distanza ecco arrivare X, che non è un album ma una raccolta di remix. I pezzi di Guten Tag ma anche degli album precedenti (li trovate tutti recensiti sul blog) sono stati qui reinterpretati da colleghi di Kalkbrenner come Vitalic, Joris Voorn, Format:B, Pig and Dan, e il fratellino Fritz. Meriterebbe quasi un intero discorso a parte i remix di Robag Wruhme di Sky and Sand, ma per spiegare il valore di questo pezzo soltanto mi infilerei in una serie infinita di digressioni che non è il caso di affrontare qui. Magari ascoltatelo, non prima però di aver ascoltato la versione originale della canzone, che in realtà conoscete già ma non sapete che è proprio quella. Insomma, una delle migliori raccolte di remix, per calibro degli artisti coinvolti e qualità dei pezzi, dai tempi di Luna. Interessante notare che c'è anche un remix eseguito dai Martini Bros, aka Artist Unknown, autori di quell'Unknown to Millions che dà il titolo a questo blog!


E concludo con un mix cd vero e proprio, l'edizione 2014 di una compilation che avevo acquistato l'anno scorso: Enter. Ibiza 2014, che si può pressappoco considerare l'equivalente di Richie Hawtin del Sound of the Season di Sven Vath, anche quest'anno presenta 4 cd mixati da quattro autori diversi, che a parte Matthew Hawtin (che sospetto essere parente di Richie, ma non ho controllato), che contano nel complesso una sessantina di pezzi di quella salutare techno che potremmo ascoltare appunto in una settimana ad Ibiza, ma ad un prezzo decisamente più accessibile. Sempre apprezzabile la presenza di un cd dedicato a pezzi instrumental/ambient, che fa da valido intermezzo agli altri.

Lost in Lost #23 - Stagioni 5 e 6

L'avevo anticipato nell'ultimo post, che la rubrica avrebbe chiuso prima del previsto. Le ragioni sono principalmente due: innanzitutto ho notato con il tempo che il riscontro ottenuto è abbastanza scarso, e visto che cerco di equilibrare le distribuzione dei post, questa rubrica toglieva spazio vitale ad altre che potevano suscitare più interesse; ma ancora più importante, il problema è che la stesura dei resoconti e la ri-visione insieme alla cavia ignara della serie non procedevano di pari passo. Di solito, il ritmo normale era quello di due-tre episodi la settimana, il che mi permetteva di mettere insieme un post a consuntivo anche con un breve ritardo. Ma poi, finita la quarta stagione, perché la cavia aveva sempre più voglia di scoprire "come va a finire", e ci siamo trovati a guardare anche 3-4 puntate di fila in una sola serata. In questo modo il divario tra episodi visti e commentati si è allungato sempre di più, e mi è risultato difficile tenere traccia delle impressioni da riportare. Fatto sta che la visione della sesta stagione (per me era la prima volta che la rivedevo) si è conclusa a maggio, per cui ormai non ha più senso seguire una scaletta.

Cerchiamo quindi di riassumere velocemente quelle che sono state le impressioni complessive di quanto rimane nella quinta e sesta stagione di Lost. Se la prima parte della quinta stagione sembrava interessante, da una parte con i salti temporali, utili anche per mostrare un po' di mitologia dell'isola, dall'altra con il gruppo dei Six che viene rimesso insieme, dopo il rientro di questi ultimi sull'isola nell'epoca della Dharma la marcia cambia, e anche se è simpatico veder sviluppare la storia di cui avevamo sentito parlare, alcuni punti sono trattati con fin troppa leggerezza. La gestione del viaggio nel tempo e dei possibili paradossi è teoricamente buona (whatever happened happened), ma si scontra con alcune evidenze contrarie risolte con troppa semplicità (Ben ragazzino che dopo essere portato al Tempio dimentica tutto e non riconosce Sayid da adulto; la Rousseau che non riconosce Jin conosciuto 16 anni prima perché... è pazza?). Se poi un personaggio come Daniel Faraday viene buttato via (nonostante la sua sia una delle puntate migliori della serie), si rimane davvero confusi. Il finale della quinta serie lascia spazio a molti interrogativi, ma quando la storia riprende non abbiamo indizi per capire cosa effettivamente stiamo vedendo. Se le prime puntate sono abbastanza sorprendenti, perché ricche di nuove scoperte sull'isola (la gente del Tempio, la forma del Mostro, la caverna coi nomi numerati), anche qui via via che il conflitto finale va delineandosi si perdono pezzi per la strada, e la prevedibile Battaglia per la Terra non riesce a conquistare fino in fondo. Non che questo significhi che non ci sono buoni episodi: la storia di Alpert è molto bella, e così anche l'episodio di Desmond (Happily Ever After) che dopo metà stagione segna finalmente un punto di contatto tra la trama sull'isola e i flash, fino a quel momento indefiniti. Peccato che quando si arriva a scoprire cosa siano effettivamente i flash si rimanga piuttosto interdetti, e anche qui la cosa che viene da pensare è che sia stata scelta la soluzione più semplice, il jolly inattaccabile non poi molto diverso dal classico "era tutto un sogno".

Ora, ci sono stati molti fraintendimenti all'epoca sul finale di Lost, e c'è gente che ha capito che tutto quanto avvenuto sull'isola fosse un'anticamera della morte per tutti i naufraghi, che in realtà non sono mai arrivati in quel posto. Questo è palesemente errato, perché le uniche parti "sognate" sono i flashsideways della sesta stagione; ciònondimeno, proprio il fatto che questa parte della stagione non sia "mai avvenuta" sembra sprecare il tempo dello spettatore, anche perché numerosi indizi portano a credere che quanto avviene dopo l'atterraggio dell'Oceanic 815 abbia in realtà una connessione diretta con gli eventi che già conoscevamo. L'ipotesi più accreditata, per me, era quella della realtà alternativa creata dall'esplosione della bomba innescata da Julieta alla fine della quinta stagione, e un successivo collasso e sovrapposizione delle due realtà, ma gli autori (che secondo me si sono tenuti aperta questa possibilità almeno fino all'episodio 13-14) hanno poi deciso di virare sul mistico piuttosto che rimanere nel fantascientifico, forse per semplice pigrizia: con argomenti metafisici non c'è bisogno di essere completamente coerenti, e si può più facilmente chiudere una storia che si sa bene ha troppi punti rimasti in sospeso per poter essere commpletamente coerente. Qualcuno ci ha visto una forte componente religiosa, e in particolare cristiana, ma io credo che il finale si possa interpretare in senso mistico al di là della precisa definizione di un pantheon. Rimane comunque il fatto che appare come qualcosa di raffazzonato all'ultimo momento.

La mia cavia è rimasta turbata per qualche giorno, dopo il finale. Ma non nel senso di sconvolta, intendo proprio incazzata, tanto di malumore da non poter essere avvicinata. "Io ho sprecato un anno della mia vita a guardare questa roba?", si lamentava. Le ho spiegato che la sua reazione non è certo isolata, e che più o meno 3/4 del pubblico ha pensato la stessa cosa, inizialmente. Per quanto mi riguarda, rivedendo la sesta serie con più distacco a 4 anni dall'ultima volta, sono riuscito ad assimilarla meglio, pur continuando a vederne le evidenti pecche. Rimane comunque il fatto che, al di là (o aldilà?) di una chiusura approssimativa, Lost è una storia straordinaria, che ha saputo piazzare diversi colpi e, che piaccia o no, ha profondamente segnato tutto il settore delle serie tv, diventando un nuovo punto di riferimento (dopo Twin Peaks e X-Files, e prima di Game of Thrones). Quindi disconoscergli questo merito sarebbe disonesto. Peraltro, proprio ieri, la cavia mi ha detto che avrebbe quasi voglia di rivederlo, perché forse, dopo aver buttato giù l'amarezza iniziale, potrebbe essere interessante ricominciare per coglierne i molti aspetti secondari. Quindi, vuol che in fondo qualcosa di questa serie rimane comunque.

Concludo riportando un video in cui Damon Lindelof, uno degli autori maggiormente responsabili per lo svolgimento dello show dalla terza serie in poi, commenta a mente fredda alcuni degli aspetti pù controversi della serie. A me ha aiutato molto:



"Lost in Lost" finisce qui, e posso dire nonostante la debacle finale è stato molto interessante per me portare avanti questa rubrica. E forse voi non l'avete notato, ma alla fine i post di questa rubrica sono 23. Vi lacio trarre le dovute conclusioni.

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