E.V.O.: Search for Eden

Quando ho deciso che ogni tanto avrei dedicato qualche post a videogame non ho mai specificato che avrei parlato di titoli recenti o ampiamente noti. Come ho già detto altre volte, non mi considero un gamer vero e proprio (nel senso che non "seguo" il mondo dei videogiochi, e non dedico un tot di tempo costante a questa attività), ma riesco ad apprezzare l'esperienza di un buon gioco. In genere sono più attratto dagli indie games, perché trovo che ci sia una maggiore ricchezza di spunti al di fuori del mercato di massa, ma non è una regola assoluta.

In questo caso infatti voglio riprendere un titolo di oltre vent'anni fa, risalente alla gloriosa epoca del Super Nintendo. E.V.O.: Search for Eden è un gioco del 1992, uscito solo in Giappone e USA, titolo minore di un periodo in cui le cassette del Nintendo si sfornavano come michette, e forse sconosciuto a buona parte dei giocatori italiani. Pur non avendo avuto un grande successo all'epoca, in tempi recenti è stato rivalutato, se non altro per la sua originalità. Personalmente l'ho scoperto una decina di anni fa, quando ho recuperato un emulatore SNES e mi sono sparato una cinquatina di giochi che ai tempi non avevo avuto modo di provare (perché io non avevo il Super Nintendo!).

EVO (ometto i puntini per comodità da qui in avanti) è il classico gioco di quegli anni, un adventure-platform in 2D composto da più livelli in successione, da percorrere camminando da sinistra verso destra e superando vari ostacoli. Quello che lo rende particolare (e all'epoca, unico) è il tema portante di tutto il gioco: l'evoluzione. Il giocatore infatti muove una creatura, che attraversando cinque ere diverse si evoleve, partendo dalla vita acquatica fino a diventare un umano. L'evoluzione dell'animale però non è prestabilita, ed è il giocatore a scegliere quali parti del corpo evolvere e in quale forma: bocca, arti, collo, coda, corna, sono tutti selezionabili in modo indipendente. Le varie opzioni hanno caratteristiche diverse, per cui scegliere di sviluppare un tratto piuttosto che un altro può avvantaggiare in un senso ma ostacolare in un altro. Ad esempio un corpo corazzato resiste maggiormente agli attacchi, ma è più lento; oppure una coda lunga facilita il salto ma non può essere usata come arma. Si può così andare a modellare una creatura bizzarra ma funzionale, che si mostrerà più adatta in alcune situazioni (la differenza si nota soprattutto nelle battaglie contro i boss).

I cinque stadi in cui si divide il gioco sono pesce, anfibio, rettile, mammifero e di nuovo mammifero (con la possibilità di diventare un ominide). Ogni era è divisa in singoli livelli, abitati da animali dell'epoca che possono essere attaccati per guadagnare "evolution points", spesi poi per acquistare le nuove parti del corpo. Ogni cinque-sei livelli ci si trova davanti a un boss, che di solito è una versione gigante degli animali che popolano i livelli precedenti. C'è anche una sorta di plot, anche se è molto misticheggiante e in realtà non dirige in modo chiaro la storia: Gaia (la personificazione della Terra) deve trovare un compagno con il quale entrare nell'Eden (!?) e sceglierà la creatura che si dimostra più degna di affiancarla. Il percorso del giocatore è quindi una sorta di prova di valore che dura qualche miliardo di anni, per poter entrare poi nell'Eden con Gaia. Su questo si innestano le interferenze di misteriose entità identificate solo come "sussurri", che poi si scopriranno essere dei marziani che stanno monitorando la vita sulla Terra, involontariamente interferendo con il normale percorso evolutivo con la diffusione di "cristalli" in grado di far compiere alle creature dei balzi evolutivi.

C'è da dire che se la premessa è interessante, ed è divertente vedere le possibili combinazioni di corporatura che si possono ottenere, il gameplay non è sempre fluido. Molti livelli sono ripetitivi, si tratta solo di dover passeggiare saltando gli animali che si trovano nel mezzo. Il fatto poi di dover accumulare punti-evoluzione per potersi sviluppare comporta fare avanti e indietro a mangiare innocenti bestie per decine di minuti. Anche le battaglie con i boss non sono sempre equilibrate: a volte sono fin troppo semplici (il boss finale, per esempio!), altre quasi impossibili (c'è un boss facoltativo che non sono mai riuscito a battere), e in ogni caso seguono sempre un pattern di mosse che fa diventare lo scontro abbastanza noioso. Inoltre le battaglie perdono tutta la loro tensione a causa di un banale exploit delle regole del gioco, per cui ogni volta che ci si evolve si recuperano tutti gli hit points: basta farsi crescere un corno ogni volta che si sta per morire per essere di nuovo freschi e pronti a combattere. Il gioco comunque non prevede nessun "game over": se il giocatore muore, si ritrova alla schermata di selezione del livello, con gli evo points dimezzati.

Bisogna anche sottolineare che il concetto di evoluzione promosso da EVO è quello superficiale dell'evoluzione teleologica, un percorso lineare che porta verso una forma intrinsecamente "migliore". In effetti è possibile arrivare alla fine del gioco in diverse forme (mammifero, rettile, uccello, umano), ma è chiaro che l'obiettivo che il gioco cerca di porre è quello di diventare un homo sapiens. Non a caso Gaia è una donna... ci siamo capiti, no?

D'altra parte che il percorso evolutivo del giocatore non sia da prendere come scientificamente accurato diventa evidente a partire dalla quarta era. Dopo una progressione abbastanza realistica da pesce ad anfibio a sinapside a dinosauro a uccello (facoltativo) a mammifero, con l'inclusione di animali bene o male riconoscibili (anche se i nomi sono inspiegabilmente alterati, ad esempio tyrasaur invece di tyrannosaur), il gioco parte per la tangente e attinge alla criptozoologia per creare nuovi livelli e avversari: yeti, tritoni, uomini-uccello, dino-uomini, e i terribili rogon che sono squali intelligenti che cavalcano altri squali armati di pistole laser subacquee. Non so se mi spiego.


Insomma, E.V.O. è sicuramente un gioco sfizioso, ma non si può di certo considerare una perla. Tuttavia come onesto antenato di giochi successivi con temi simili come Spore, mantiene comunque una sua dignità. Se poi riuscite ad ammazzare l'ape regina vicino allo stonehenge, fatemi sapere.

Rapporto letture - Ottobre 2016

Oh, qui è il 26 di novembre e ancora non ho riportato le letture del mese scorso! Dove andremo a finire, signora mia, dove andremo a finire...


Cominciamo con un libro che avevo a scaffale da qualcosa come 10-12 anni: Il grande libro della fantascienza di Playboy è un volume che raccoglie alcuni dei migliori racconti pubblicati sulla storica rivista in tanti decenni di attività. Al pubblico italiano potrà sembrare strano, per la fama che ha questa rivista, ma da sempre Playboy ha dedicato le sue pagine alla narrativa, e molto spesso ha ospitato autori d'avanguardia e di grande calibro. Per citarne alcuni compresi nel libro: Clarke, Bradbury, Ballard, Dick, Le Guin e così via. In questo libro troviamo tutti questi nomi, oltre ad altri meno noti o più famosi al di fuori della narrativa (ad esempio Billy Crystal). Certo si tratta di storie scritte da trenta a cinquant'anni fa, e alcune ne risentono. In ogni caso è un buon tuffo nella "fantascienza pulp", non necessariamente sorprendente dal punto di vista delle idee ma comunque di livello, certamente tutt'altro che pornografica, se è questo che vi aspettate a vedere il coniglietto in copertina. Una di quelle letture che una volta l'anno aiuta a riguadagnare il senso di prospettiva sull'evoluzione del genere. Voto: 7/10


E parlando di evoluzione della narrativa di genere, la bizzarro fiction è uno dei fenomeni più recenti. Ammetto da subito di non esserne un gran cultore, non per pregiudizio ma perché non ho trovato ancora il modo di appassionarmi troppo a questo filone che fa dell'assurdità il suo cardine principale. La collana digitale Vaporteppa negli ultimi anni si è specializzata nel proporre titoli bizzarro ai lettori italiani, attingendo per lo più alla produzione di uno dei maestri del genere: Carlton Mellick III. Per me La casa sulle sabbie mobili è il primo romanzo di questo autore, e accidenti, se il livello è sempre questo forse mi sono davvero perso qualcosa. È la storia di due fratelli, un bambino e una ragazzina adolescente, nati e cresciuti in un'unica stanza automatizzata e controllati da una tata, con la promessa che un giorno i loro genitori che non hanno mai visto verranno a prenderli. Qualcosa nei complessi meccanismi della stanza inizia però a incepparsi, e trovandosi senza protezione, cibo e acqua i fratelli sono costretti a uscire ed esplorare l'enorme casa abbandonata in cui vivono, scoprendo gradualmente la verità sui loro genitori e loro stessi. Aggiungere i dettagli che rendono questa storia "bizzarra" non è importante: il fatto che alla ragazza crescano le corna sulla testa, che i neonati siano sanguisughe, che ci siano mostri d'ombra nell'oscurità e sistemi solari in gabbia non scalfisce minimamente la sensazione di tensione e angoscia che pervade tutto il romanzo. Ciò che è importante notare (e che forse costituisce un po' il pregiudizio nei confronti della bizzarro fiction) è che questi dettagli non servono a ridicolizzare la storia, perché pur nella loro stranezza risultano tutti perfettamente coerenti, una volta che la trama di fondo viene rivelata. Ma soprattutto sono i due ragazzi protagonisti a risultare credibili, pur muovendosi in un mondo tanto strano, la drammaticità della loro situazione, le loro paure e le loro speranze sono vere e comprensibili. Questo libro letto con attenzione riesce a innescare una riflessione profonda sul rapporto tra le generazioni, su ciò che consideriamo famiglia e perché, sul significato dell'amore e della fiducia. Gran bella prova. Voto: 8.5/10


Infine due racconti della collana Future Fiction, dell'autore messicano Pepe Rojo. In Rumore grigio seguiamo la narrazione di un giornalista freelance, che si è fatto impiantare una telecamera in un occhio e per contratto deve registrare un tot di ore di servizi giornalieri. Con questo meccanismo i canali di notizie riescono a essere in tutti i posti in cui sta succedendo qualcosa, che sia una sparatoria o un suicida che si butta dalla finestra. Il protagonista/narratore ha dei seri dubbi sull'opportunità di alimentare questo meccanismo, eppure non può fare a meno di farne parte, fino alla fine. Conversazioni con Yoni Rei invece è una sorta di biografia orale del personaggio del titolo, nato in una nursery aziendale, e sottoposto fin da piccolo ad esperimenti di ogni genere. Yoni Rei arriva però a piegare a suo vantaggio la situazione, offrendosi volontario per esperimenti sempre più estremi e diventando un personaggio pubblico con le sue uscite antisistema, che ovviamente lo porteranno alla morte. Due storie che contengono riflessioni amare sul presente e su quello che ci possiamo aspettare di qui a breve. Voto: 7/10

Dal libro al film: Storia della tua vita / Arrival

Il film Arrival, uscito nel mondo il 11 novembre di quest'anno (il giorno prima dei miei trent'anni), ma che arriverà in Italia solo a gennaio dell'anno prossimo, è stato per diversi mesi la mia ossessione più pressante. Forse perché si parla dell'adattamento cinematografico di un racconto che posso definire con serenità il migliore che abbia mai letto, e una grande occasione per un film di fantascienza profondo, intelligente e coinvolgente, capace di dimostrare al pubblico cosa la fantascienza (e in particolare quella moderna) è in grado di fare. Mi sono accostato alle news con un certo scetticismo, certo che la macchina hollywoodiana avrebbe masticato il racconto di Ted Chiang e rigettato un globo insapore, e i trailer mi hanno gradualmente convinto che avevo ragione. Ma dopo aver letto i primi commenti la speranza è riaffiorata, e finalmente, visto il film, riconosco di dovere delle scuse al regista Denis Villeneuve, lo sceneggiatore Eric Heisserer e a tutto il team dietro questo grande film.


Di Storia della tua vita, il racconto da cui è tratto il film, o meglio, della raccolta Storie della tua vita, che contiene questo ed altri eccellenti racconti dello stesso Chiang, ho già parlato anni fa in un post, per cui rimando a quello per chi volesse approfondire. In questo post mi occuperò di fare un raffronto di massima tra la versione letteraria e quella cinematografica della stessa storia, come sempre tenendo ben presente le necessità diverse dei due media. Nel seguito del post sono presenti quindi dei leggeri spoiler, ma cercherò di non rivelare troppo (soprattutto il big twist del film).

Cominciamo col dire che il mio timore più grande, cioè che l'idea iniziale del racconto fosse usurpata per dare avvio a una classica storia di azione umanità vs alieni, si è rivelato infondato. Arrival riprende in modo abbastanza fedele l'idea e le tematiche di fondo di Storia della tua vita. Abbiamo la comparsa di alieni ameboidi (gli eptapodi), che si presentano agli umani in maniera del tutto pacifica e con i quali si cerca di stabilire un contatto, nonostante le evidenti difficoltà di comunicazione da entrambe le parti. Per questo viene reclutata la protagonista Louise Banks (nel film Amy Adams), una linguista di fama internazionale, che dovrà cercare il modo di interpretare il linguaggio degli alieni. Mentre la loro lingua parlata risulta per lo più impossibile da decifrare, più facile è intepretare la loro scrittura semasiografica, basata cioè su segni che rappresentano idee piuttosto che suoni della lingua parlata. Sia il racconto che il film fanno quindi una riflessione sul linguaggio e su come esso plasmi il nostro modo di pensare, ai quali si aggiungono temi come il libero arbitrio e la percezione del tempo.

In merito all'aspetto visivo, molte delle scelte eseguite nel rendere ciò che nel racconto veniva appena accennato si possono dichiarare azzeccate: le astronavi enormi, misteriose e inerti (che nel racconto in realtà non scendono nemmeno al suolo ma rimangono in orbita), gli eptapodi con la loro netta somiglianza a piovre giganti (anche per la loro capacità di emettere una sorta di inchiostro), e soprattutto la scrittura aliena, trasposta con dei suggestivi segni "a macchia di caffè" che nascondono una complessità immensa nella loro circolare semplicità. Per qualche dettaglio in più su come l'aspetto linguistico è stato sviluppato nella produzione del film, rimando a questo post (da leggere comunque dopo la visione).

Naturalmente le due interpetazioni della storia non sono del tutto sovrapponibili, e alcuni aspetti sono differenti dalla carta allo schermo. Nel racconto vengono analizzati in modo più approfondito concetti di fisica e matematica, che servono da supporto per comprendere il linguaggio degli eptapodi. Nel film invece tutto il lavoro di interpretazione viene svolto da Louise e dagli altri team di linguisti (dodici in tutto, uno per ogni nave comparsa sulla superficie terrestre), mentre gli altri scienziati, come quello interpretato da Jeremy Renner, hanno un ruolo molto più marginale. È chiaro che non era possibile esporre il Principio di Fermat nel film, ma a causa di questo si ha l'impressione che il lavoro degli interpreti sia l'unico ad avere importanza nell'instaurare un dialogo con gli alieni. Ne risulta anche annacquato il ruolo del partner di Louise, che nel film si limita ad accompagnare la protagonista nelle sue conversazioni con gli alieni, mentre nel libro è decisamente più propositivo e anche guascone nei confronti di lei (cosa che si rivela determinante verso la fine).

Uno degli aspetti più particolari di Storia della tua vita (che ne giustifica anche il titolo) sono le parti narrate in seconda persona, con le quali Louise, voce narrante, si rivolge a sua figlia, raccontandole la storia del contatto con gli eptapodi... e della sua vita. Questa impostazione non si ritrova in Arrival, ma d'altra parte sarebbe stato piuttosto difficile da rendere. Abbiamo la voce fuori campo in apertura e chiusura al film, e questa si rivolge appunto alla figlia, ma la storia si svolge tutta nel presente, senza i salti temporali che caratterizzano il racconto.

Altre differenze si trovano nello svolgimento della fase finale. Se il racconto si conclude con un anticlimax, la stessa cosa non poteva essere fatta al cinema, e così durante l'ultimo atto del film c'è un progressivo aumento di tensione, fino al catartico momento in cui tutto viene rivelato e chiarito, e la battuta di chiusura che coincide invece con il racconto. In questo senso, la trasposizione del film riesce a essere coerente, creando una situazione di conflitto e minacciando una imminente catastrofe, per poi risolverla con gli stessi strumenti messi a disposizione di Louise.


C'è anche da riconoscere che il film si preoccupa maggiormente di fornire agli eptapodi una backstory, e mentre in Storia della tua vita gli alieni arrivano e se ne vanno rimanendo sostanzialmente passivi (fungendo in pratica da oggetto con cui confrontarsi per lo sviluppo di una nuova consapevolezza), in Arrival viene rivelata la ragione del loro viaggio sulla Terra.

Una cosa che ammetto di non aver gradito molto è il fatto che un ruolo fondamentale nella risoluzione del film sia svolto dal Generale Shang, comandante dell'esercito cinese. Il personaggio e la situazione a lui associata sono stati totalmente inventati per il cinema, e anche se la sua posizione è perfettamente inserita all'interno della storia, mi ha dato l'impressione di quel solito pandering verso la Cina di cui i produttori cinematografici americani sembrano proprio non poter fare a meno negli ultimi anni.

Per il resto, fatico davvero a trovare un aspetto negativo nell'adattamento di Storia della tua vita. Considerando che si è tirato fuori due ore di film da un racconto di media lunghezza, il risultato è sicuramente notevole. E questo vale per me, che avevo già letto il racconto (più di una volta) e quindi sapevo fin dalle prime immagini cosa si sarebbe scoperto più avanti (cosa che è a sua volta una conferma del messaggio profondo della storia... ma potete capire solo dopo averlo letto/visto). Immagino che per chi arrivi a vedere Arrival senza conoscere il testo originale, l'impatto sia ancora maggiore. Penso che non si possa affermare che uno sia migliore dell'altro o il contrario, perché entrambi i prodotti riescono a veicolare nel modo per loro più efficace le stesse idee di base. Come è successo alcuni anni fa con Predestination, il film riesce anche ad arricchire alcuni aspetti rimasti secondari nel testo originale.

E questo è quanto di meglio mi potessi aspettare. Sapere che Denis Villeneuve ha per le mani il progetto di Blade Runner 2 a questo punto mi fa ben sperare.

Aggiungo soltanto che Storie della tua vita, da anni introvabile nella sua edizione di Stampa Alternativa del 2008, è stato di recente ripubbicato da Frassinelli. Nonostante l'editore avesse inizialmente evitato di usare la parola "fantascienza" nel presentare il volume, l'operazione è sicuramente meritoria e almeno è stato mentenuto il titolo originale della raccolta, invece di usare quello del film. Vero, la copertina è la locandina del libro e ve la dovete tenere così, ma ne vale comunque la pena, credetemi.

Moderat - III

Mi scuserete se sto per fare una cosa mai fatta prima. Pur avendo già parlato di III, il terzo album dei Moderat nella rubrica degli ultimi acquisti, riprendo lo stesso argomento e dedico un post intero al disco. Questo perché, pur essendo molto convinto della bontà dell'album, come si legge nel post precedente, riascoltando le tracce mi sono accorto che c'era molto altro da dire su questo lavoro della fusione tra Apparat e Modeselektor.

III (da non confondersi con iii di Miike Snow e III di Gui Boratto di cui si è già parlato su questo blog) come si è detto è il terzo album di Moderat, uscito pochi mesi a tre anni di distanza da II. Dal punto di vista musicale non siamo di fronte a particolari innovazioni: si riconoscono bene lo stile dei Modeselektor e il contributo di Apparat, e siamo di fronte ai ritmi breakbeat a cui entrambi ci hanno abituato negli anni, contribuendo in misura forte a definire quella che è la moderna IDM, acronimo che sta nientemeno che per intelligent dance music. N on c'è molta differenza a livello di sonorità tra i tre album del trio di dj.


Ma a fare la differenza in III sono i contenuti. Si può intuire a un primo ascolto un'unità di fondo, tematiche che ricorrono in tutti i pezzi, e questo è quello che appunto mi era successo. Ma al secondo, terzo e decimo ascolto, quando anche i testi iniziano a farsi chiari e amalgamarsi con la musica, il senso profondo si rivela, e si riesce a comprendere di cosa parla III: il presente.

Tutte le tracce dell'album sembrano puntare in un'unica direzione: incertezza, paura, bisogno di aiuto. La necessità di trovare qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa di concreto o illusorio, ma che possa fare da punto di riferimento in un periodo di smarrimento. Sono temi che non emergono da subito, anche perché molti dei testi non sono interpretabili in senso letterale ma vanno compresi in quanto metafore. Ma quando si riesce a trovare il senso di uno, ecco che tutti gli altri sembrano rivelarsi di conseguenza in maniera spontanea.

Con me è iniziato tutto a paritre da Eating Hooks, terzo singolo estratto dall'album. Alcune frasi abbastanza rivelatorie sono state:
Why must i hide in the forest of my mind?
I game i can play but i can't beat it
I'm walking back to through my living hell to eat the hook that tear
Meditation, medication
I'm eating the hooks that tear me
Fuor di metafora, il riferimento sembra abbastanza chiaro a una situazione di disagio che porta all'uso e abuso di sostanze pericolose (farmaci o altre droghe di vario genere), che non fanno che peggiorare la situazione, ma sembrano l'unica via di uscita: sto mangiando gli ami/uncini che mi dilaniano. So che mi sto facendo del male, me ne rendo conto, ma è l'unica cosa che mi aiuta. Un amo mi distrugge dall'interno, ma è anche qualcosa a cui aggrapparsi.

Poi abbiamo Reminder, che è stato invece il primo singolo uscito come presentazione di III, accompagnato da un video molto suggestivo:


Anche qui il testo (così come le immagini che lo accompagnano nel video), sembra riferirsi a un presente perverso, una sorta di distopia nella quale si è costretti a vivere e trovare un equilibrio.
I steal from the beggar's empty plate and give it to the fat men
Dark is the shadow full of prejudice no pride
Worn out, unwelcome, his truth birthing lies
The night is closing in, we're down the bottom of the well
Burning bridges light my way
È soprattutto quest'ultimo verso, ripetuto come refrain, a dare senso alla storia raccontata: ponti in fiamme illuminano la mia strada. È dalla distruzione di quello che ho superato che trovo il modo di proseguire. E non è un caso che la canzone si intitoli Reminder, parola che non figura mai nel testo. Un promemoria, un messaggio da portarsi dietro per attraversare queste terre desolate.

E chi sono gli intrusi di Intruder, quelli che passano uno dopo l'altro, mentre dormi la notte, senza fare rumore, e ti prendono la mano? Puoi riconoscerli, sai che intenzioni hanno? Parlano di pietà e speranza, ma puoi fidarti di loro? Esistono davvero, o sono una proiezione della tua angoscia? In Ghostmother c'è il tentativo di liberazione:
The ghost that haunt were in there with me
I walked to the edge and all the fear left me
Nonostante questi fantasmi e la paura che li circonda, c'è anche qualche possibilità di ripresa, una qualche traccia speranza. Comporta però spostarsi, cambiare, cercare altro. Ce lo dice Running, con il suo ritornello: So i keep on running. Ma anche Ethereal sembra offrire una traccia di conforto, qualcosa che però è appunto etereo, intangibile. Forse si parla di amore, perché Ethereal è l'unico pezzo dell'album in cui ci si riferisce a una seconda persona, un tu che potrebbe essere qualcuno in grado di darci forza.
Fill me with your breath and i won't make a sound
As vile as i seem
When all the fighting stops static is the only sound
Broken by minds cryng their tears
È in qualche modo il pezzo più "ottimista" dell'album, e richiede l'appoggio di qualcuno. Ammetto la mia inadeguatezza (as vile as i seem), ma forse con il tuo aiuto, se mi riempirai del tuo respiro, rimarrò in silenzio e potrò fermare il conflitto.

Come spesso mi accade in questi ultimi mesi, forse sto leggendo troppo in poche parole che potrebbero voler dire tutto o niente. Forse quello che credo di aver capito non proviene tanto da questa musica, ma da me stesso, e per qualcun altro che non si trova nella mia stessa disposizione d'animo il senso potrebbe non essere così immediato né significativo. Eppure la facilità con cui tutto ciò mi si è dischiuso davanti, una volta trovata la chiave di volta per comprendere questi pezzi, mi fa pensare che un'unità di fondo ci sia davvero.

Per questo ritengo che III sia un album potentissimo. È attuale in modo quasi doloroso, cattura con pochi versi e suoni la precarietà di un particolare momento (storico, personale o entrambe le cose) che senza la capacità di comprensione e accettazione potrebbe facilmente distruggerci. I Moderat allora ci offrono un reminder: continuare a correre, fino al limite, per liberarsi della paura.

Christopher Priest - The Affirmation

Ho citato The Affirmation giusto nel post precedente, anticipando che ne avrei parlato più approfonditamente, ed eccoci pronti a un commento di questo romanzo del 1981 di Christopher Priest, chiaramente inedito in Italia, come buona parte della produzione di questo autore. Quella che segue non è una recensione ma più una riflessione sul libro, i temi che affronta e il modo in cui lo fa. Incorreremo probabilmente in diversi spoiler, anche se sono convinto che questa sia una di quelle opere ben concepite che in realtà non soffre del fatto di conoscerne in anticipo la trama.

The Affirmation è una storia molto semplice: è il racconto di un giovane che trovandosi in un momento particolarmente complesso della sua vita fatica a trovare un posto nel mondo. Il protagonista e narratore in prima persona è Peter Sinclair, ventinovenne londinese degli anni '80 (contemporaneo al libro stesso). La sua vita è stata sconvolta dall'accumularsi in poche settimane di eventi sfortunati: la morte del padre, la perdita del lavoro, la fine di una importante relazione sentimentale. Sentendosi perso, Peter è in cerca di un appiglio, vuole capire meglio se stesso e che cosa lo ha portato al punto in cui si trova, decide quindi di ripercorrere la propria storia, e approfittando dell'ospitalità di un amico di famiglia, si dedica a scrivere la propria autobiografia.

Peter Sinclair è un ventinovenne di Jethra, la capitale di Faiandland, e ha vinto la lotteria di Collago, deve quindi affrontare il viaggio nel Dream Archipelago per raggiungere appunto l'isola di Collago, dove potrà riscuotere il suo premio: il trattamento athanasia, la procedura che rende immortali. Peter ha attreversato un brutto periodo, e viaggia portando con sé l'autobiografia che ha scritto un paio di anni prima, durante un momento di difficoltà in cui aveva bisogno di trovare il suo posto nel mondo.

Il punto è che nel tentativo di afferrare una realtà ideale, per raggiungere un livello di verità che non è semplicemente quella dei fatti, ma una Verità più alta e universale, Peter ha capito che non doveva davvero scrivere di sé. Invece di parlare della sua città, della sua famiglia, della sua donna, ha iniziato a cambiare nomi, luoghi, eventi. L'unico punto fermo della vicenda è lui, Peter Sinclair, mentre il resto è reinterpretato in modo da rappresentare al meglio quello che è il vero senso delle cose come lui lo percepisce. Questo vale sia per il Peter Sinclair di Londra che per quello di Jethra.

Il romanzo prosegue in questo modo, alternando la narrazione dei due Peter, ammesso che siano davvero due. Entrambi si trovano coinvolti in un una relazione con una donna, un rapporto turbolento che non riesce a dare pace a nessuna delle parti ma continua ad alimentarsi. Anche perché Peter ha in qualche modo idealizzato anche la propria compagna, plasmando nel suo manoscritto una persona differente, che risponde a ciò di cui lui ha bisogno. Peter, Gracia e Seri sono quindi invischiati in un ambiguo triangolo quadrilatero del quale è difficile calcolare il perimetro.

Essendo narrato in prima persona, si potrebbe affermare che The Affirmation è un libro basato sul trope del narratore inaffidabile. Ci sono molti indizi che portano a pensare che Peter sia in fin dei conti pazzo o schizofrenico. Eppure non è così semplice catalogare la storia. Perché è Peter stesso a riconoscere la propria inaffidabilità, soprattutto nei confronti di se stesso. Il romanzo inizia così (traduco liberamente):
Di questo sono sicuro: il mio nome è Peter Sinclair, sono inglese e ho, o avevo, ventinove anni. Già qui c'è incertezza, e la mia sicurezza svanisce. L'età è una variabile; non ho più ventinove anni.
Ecco che fin dalle prime righe, Peter confessa di non avere certezze. Come in The Prestige, in cui Alfred Borden iniziava il suo diario affermando di avere un segreto e di esporlo subito perché rimanga invisibile, anche qui Priest inizia subito con un paradosso.

Allora la spiegazione è semplicemente che tutto quanto avviene nel Dream Archipelago, il viaggio tra le isole verso il trattamento per l'immortalità è soltanto una fantasia, o meglio un'illusione di Peter? Potremmo affermarlo perché sappiamo che Londra esiste, mentre non abbiamo la stessa sicurezza riguardo Jethra. Ma ecco che si torna al punto iniziale: quanto possiamo fidarci di quello che sappiamo? Un fatto vale soltanto in quanto tale?

Da parte sua, il Peter jethrano ha con sé un manoscritto in cui parla di Londra, inventa nomi posti e persone. E quel testo è la base su cui la sua identità viene ricostruita, una volta completato il trattamento athanasia, che comporta un totale reset della memoria per permettere al corpo di rigenerarsi continuamente. Se quindi il Peter di Jethra è convinto di essere il Peter di Londra, allora il Peter di Londra può aver scritto il testo che contiene il Peter di Jethra, il quale ha scritto un testo in cui si parla di Londra in cui Peter immagina Jethra... ci siamo capiti, no?

Nell'introduzione viene citato un commento di Ian Watson a questo romanzo, secondo cui The Affirmation può considerarsi un sequel di se stesso, ed è una descrizione perfetta. Questa circolarità della narrazione è chiaramente il perno su cui si basa il romanzo, ma non è l'elemento principale della storia di Peter. Peter Sinclair è una persona tormentata, incapace di definire se stesso, e che nello sforzo di circoscrivere la propria identità perde di vista la sua vita. Peter è ossessionato dalla memoria, è convinto che la continuità del flusso di ricordi e coscienza che lo lega al passato sia ciò che lo identifica, ed è terrorizzato di perderlo. C'è in questo anche una naturale paura della morte, la perdita di coscienza e di tutte quelle memorie che fanno di una persona ciò che è. Ma è curioso notare come questa continuità dei ricordi si interrotta proprio dal trattamento che garantisce l'immortalità, e che quindi per vincere la morte la si debba in qualche modo raggiungere.

Che cos'è allora l'affermazione del titolo? Probabilmente la si può intendere in più sensi. Certo, c'è l'affermazione di se stessi, la capacità di riconoscere ciò che siamo e definirlo, coi ricordi o con le parole. Ma è affermazione anche l'asserzione di una realtà diversa da quella che abbiamo sperimentato, la creazione di una narrazione differente. Il potere di una storia raccontata è talmente forte che alla fine del libro non si è in grado di capire chi abbia scritto cosa, tra i due Peter, se davvero sono due. D'altra parte sappiamo da altri romanzi come The Adjacent che il confine tra il nostro mondo e il Dream Archipelago è molto sottile, e forse anzi non è nemmeno una barriera fisica, ma una suggestione. Il Peter da quella parte dice che Londra, un termine che lui ha inventato, non è un posto, ma uno stato mentale, il suo modo di descrivere le sensazioni che provava quando ha iniziato a scrivere. Ne consegue che la realtà è uno stato mentale, e che soltanto pensarla e riconoscerla è a suo modo un'affermazione.

Nei ringraziamenti di Dimenticami Trovami Sognami ho citato tra i testi che mi hanno influenzato proprio The Adjacent, ma probabilmente The Affirmation è ancora più vicino ai temi di cui ho scritto anch'io, certo con un livello ben diverso di profondità. Quello che posso dire è che Christopher Priest, ora come ora, è il narratore che io vorrei essere.

E di questo sono sicuro.

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