Coppi Night 03/12/2017 - Hush / Il terrore del silenzio

Qualche settimana fa lodavo la consistenza di un film che si basa su un'unica protagonista, una donna chiusa in casa da sola e costretta a difendersi da un nemico che la assale dall'esterno. La stessa tagline de Il gioco di Gerald si potrebbe in linea di massima applicare anche a questo Hush. Con risultati però sul disastroso andante.

In questo film troviamo per protagonista una scrittrice muta che vive in una casa isolata nel bosco (abbastanza anomalo che una persona incapacitata nel comunicare con il mondo esterno decida di isolarsi del tutto, ma vabbè, la gente è strana) e viene attaccata da un killer che ha tutta l'intenzione di fare fuori lei e tutti quelli che si avvicinano, senza una ragione precisa (abbastanza anomalo che un killer "casuale", metta tutto questo impegno per un omicidio qualsiasi, ma vabbè, la gente è strana).

La quasi totalità del film mostra una serie di tentativi del killer di raggiungerla e di lei di fuggire o isolarsi, e davvero è difficile schierarsi con vittima o carnefice, perché entrambi ce la mettono tutta per dimostrarsi completamente inadatti al loro ruolo. In un certo senso si può sire che le loro incapacità sono complementari e quindi alla fine lo scontro risulta bilanciato. Ora, per continuare il paragone di prima, nemmeno ne Il gioco di Gerald avevamo una protagonista con particolari doti o capacità, eppure il suo percorso la rendeva tridimensionale, viva, autentica. Qui invece non è così: l'autrice muta non è caratterizzata nemmeno dalla sua afasia, che nel corso della storia non assume in nessun caso una rilevanza a livello narrativo.

La caccia si sviluppa per l'estenuante durata del film (meno di un'ora e mezzo, ma pare la seconda prova della maturità), in cui a parte lui fa questo-lei fa quello-non ci riesce-ci riprova e un continuo dentro-fuori-dentro-fuori dalla casa, non succede niente. O meglio, succedono un sacco di cose, ma nessuna muove di un centimetro la storia e i protagonisti al loro interno. Il livello di tensione è costantemente quello di una minestrina col formaggino.

Da aggiungere anche un altro dettaglio particolarmente frustrante, per quel che mi riguarda: quelle due-tre frasi che la inquadrano come scrittrice, con i discorsi sull'ispirazione e sulle vocine nella testa che sono quelli che tipicamente chi non ha mai scritto nulla pensa di coloro che scrivono.

Rapporto letture - Novembre 2017

Una discreta variazione di generi e temi nei libri letti il mese scorso, qualità altalenante.

La lettura principale di novembre è stata The Subtle Knife, il secondo volume della trilogia di Philip Pullman His Dark Materials. Il mese scorso avevo parlato di come avessi trovato affascinante The Golden Compass ma non ero riuscito a entrare completamente in sintonia con la protagonista. In questo libro, a Lyra si affianca un altro personaggio principale: Will, un ragazzino del nostro mondo (quindi senza deamon). E Will è il personaggio che aspettavo e che sono arrivato a considerare fin da subito un vero eroe: abbandonato dal padre (che a sua volta ricoprirà un ruolo centrale nella storia), cresciuto presto per prendersi cura di una madre non in salute, costretto a difendersi e uccidere per proteggere la sua famiglia, abbastanza forte da poter maneggiare il coltello del titolo, artefatto dal potere immenso. Ma The Subtle Knife si prende anche il tempo di espandere la storia che nel primo libro si era vista solo da un punto di vista limitato, e si scopre così che sta per scoppiare una guerra, un conflitto totale che coinvolge tutti i mondi, quello di Lyra quanto il nostro e ogni altro. Gli eserciti si stanno formando, e i due protagonisti sono tenuti a schierarsi, in un continuo salto tra mondi in cui troviamo spettri, angeli, zombie e così via. Apprendiamo anche che l'alethiometro di Lyra non è l'unico strumento che permette di conoscere la verità, ma ce ne sono anche altri a noi noti, come l'I Ching e un software molto specifico. Tra i nuovi personaggi secondari introdotti infatti il più interessante è forse Mary Malone, ex suora del nostro modno passata alla ricerca astrofisica, che lavora a un progetto di studio sulla materia oscura (notare l'assonanza con il titolo della serie). Questa commistione tra ciò che consideriamo scienza e quella che nel libro precedente sembrava solo magia aggiunge un livello di complessità ulteriore che rende il tutto più convinvente e vicino a noi. Il libro si conclude con un cliffhanger e avevo tanta voglia di passare subito al successivo, ma ho voluto inframezzare con qualcosa di più disimpegnato. Voto: 8/10
 

Sono passato a leggere Aibofobia, un thriller di Mariachiara Moscoloni il cui titolo mi aveva stuzzicato fin dall'inizio (e di cui ho rimandato la lettura fin troppo). La storia si svolge intorno a una serie di omicidi che sembrano avere un collegamento con qualche disciplina esoterica, visto che si scopre presto che sembrano avvenire tutti in prossimità di luoghi "speciali" e contrassegnati dal quadrato magico (sator-arepo-tenet-opera-rotas). La trama viene seguita da più punti di vista, un avvocato, la sua segretaria e un libraio indagato per uno degli omicidi. Gli indizi si accumulano e alla fine si scopre il collegamento con i palindromi, così come l'origine remota di tutta la vicenda. Devo ammettere però che nonostante l'enigma sia costruito in modo da suscitare curiosità, la sua soluzione non è altrettanto soddisfacente. O meglio, anche se si capisce cosa è successo, non è del tutto chiaro perché, ovvero la ragione per cui l'assassino ha ucciso chi ha ucciso. Inoltre un paio di sottotrame collegate ai personaggi secondari non hanno una chiusura completa, quindi forse qualche approfondimento in più soprattutto nella parte finale avrebbe fatto comodo. Voto: 6.5/10


E infine passiamo alla sf action di quella schietta: Abaddon è un romanzo che si può sostanzialmente inquadrare (per stessa ammissione dell'autore Giuseppe Menconi) come l'equivalente letterario di un videogioco fps: team di soldati speciali che fa irruzione in un'astronave aliena e si fa strada tra i mostri a mitragliate. Questo non significa che sia una storia banale ammazza-il-mostro-e-scappa. Il protagonista che narra in prima persona è un decorato veterano di guerra meno coraggioso di quello che tutti si aspettano da lui, e quando si trova chiuso con la sua squadra dentro l'astronave (che staziona da decenni immobile nel cielo), è costretto a dimostrare chi è davvero e prendere decisioni che sperava di non dover mai più affrontare. La storia dietro l'astronave, che si svela man mano tra un raid di mutanti e l'altro, è lunga e complessa, abbraccia molte dimensioni ed epoche. Alla fine dei conti niente di sconvolgente o particolarmente originale, e forse qualche richiamo di troppo a immaginari già conosciuti (un paio di sequenze mi sembrano pari-pari scene di Stargate), ma l'attenzione è tenuta sempre viva e si rimane con un dubbio abbastanza pesant riguardo al finale, non è affatto certo che le cose si siano concluse nel modo migliore. Voto: 7/10

Coppi Night 26/11/2017 - It Follows

Quando qualche settimana è uscito al cinema It, mi è capitato di leggere numerose recensioni e commenti che riconoscevano il valore dell'opera al di là del semplice horror, per la presenza di tutta una serie di tematiche direttamente derivanti dal libro: la paura di crescere, il distacco tra le generazioni, il terrore indefinito che assume forme riconoscibili e per questo ancora più efficaci. Tutto questo, personalmente, non sono riuscito a ritrovarlo nel film di Muschietti, che mi ha lasciato l'impressione di un horror piuttosto ordinario, peraltro con pesante affidamento su jumpscare.

Per trovare davvero queste tematiche, basta aggiungere una parola al titolo del film e guardarsi It Follows invece di It. Lo avevo già visto poco dopo l'uscita e rivederlo a distanza di un paio di anni mi ha permesso di approfondire ancora di più, notando i particolari che possono sfuggire alla prima visione.

La premessa del film è già inquietante di suo: una creatura/entità/maledizione che ti cammina incontro, assumendo l'aspetto di una persona qualunque (nota o sconosciuta) e da cui puoi scappare solo morendo o passandola a qualcun altro. E il passaggio avviene con un rapporto sessuale: fai sesso con una persona, e l'essere inizierà a seguire questa. Se non che, nel caso riesca ad ucciderlo com'è il suo obiettivo, allora tornerà da te. Ogni "contagiato" tende quindi ad allontanare il più possibile la maledizione, facendo in modo che anche le sue vittime la passino a loro volta.

Puzza di metafora, vero? Il mostro del film non riceve nessuna origin story, non sappiamo da dove arriva, cosa lo motiva, quale siano la sua natura e i suoi poteri. Ma non è questo il punto. È evidente già dalle prime battute del film, che la creatura che segue è la rappresentazione di qualcosa. Ma di cosa?

Una delle teorie più in voga, e piuttosto facile da individuare è quella delle malattie sessuali, in particolare le più terribili come ovviamente l'AIDS. A sostegno di questa ipotesi il fatto che l'ambientazione del film sia pressappoco negli anni 80, come suggeriscono alcuni particolari sul set (le televisioni, le biciclette, l'assenza di cellulari) e anche la musica. Eppure anche senza squalificare del tutto tale ipotesi, credo che fermarsi a questo livello sia una lettura poco più che superficiale, che gratta appena la patina superficiale sotto cui si nasconde il messaggio del film.

Perché l'angoscia di It Follows non deriva soltanto da quel tizio che ti guarda e ti cammina incontro, vuole ucciderti e solo tu lo vedi. E nemmeno dal pensiero che la persona con cui hai fatto sesso potrebbe morire e allora il tizio tornerà da te. C'è un senso diffuso, più effimero ma anche più potente, che è in ultima analisi un'ansia di crescita. Il desiderio di sentirsi adulti, che viene di fatto espresso in una delle prime battute della protagonista. L'idea che se sei grande abbastanza per scopare allora sei cresciuto, ma dopo averlo fatto ti rendi conto che non è cambiato niente, anzi, non solo quel legame speciale che ti dicevano avresti sentito non c'è, ma forse hai perso anche qualche pezzo di quello che esisteva prima. Mi è parso di sentire questo tema rappresentato più volte, in molti dei rapporti in cui vediamo coinvolta la protagonista e anche in quelli solo suggeriti. Anche l'ultimo, quello che nelle intenzioni dovrebbe liberarla del tutto, non ha niente di coinvolgente o catartico. È quasi routine, solo qualcosa da ripetere perché è così che va fatto, come lavarsi i denti tre votle al giorno.

Questo abbandono dei ragazzi si percepisce anche nell'assenza di figure adulte. A parte qualche breve comparsa, quello di If Follows sembra un mondo quasi privo di genitori, tutori, anziani. I ragazzi per quanto giovani (presumo intorno ai sedici anni visto che guidano) si occupano da soli del problema, non hanno l'idea né il bisogno di avvertire nessuno che possa aiutarli. Nelle loro case sono sempre da soli, quando urlano e fuggono nessuno si interessa di quanto sta succedendo.

Ed è qui che interviene anche quell'ambientazione pressappoco anni 80, perché nonostante i dettagli che richiamano quest'epoca, vediamo anche tecnologia più recente, primo su tutti il lettore ebook di una delle ragazze. Si avverte una stranda dissonanza tra il livello tecnologico possibile e quello percepito, come se ci trovassimo in una comune luddista, ma nessuno dei personaggi lo nota, per cui si capisce che è normale così. È un effetto strano, artificioso, che contribuisce a quel generale senso di spaesamento che pervade tutto il film.

Per questo dico che It Follows è ciò che It dovrebbe (o avrebbe dovuto) essere, perché riprende molte delle stesse tematiche e le mostra in modo efficace, opprimente, disturbante. Il tutto senza un solo jumpscare.

L'improbabile presente: di cosa parla oggi la fantascienza italiana

Questo è un post che avrei voluto scrivere parecchi mesi fa, poco dopo la lettura di Propulsioni d'improbabilità, l'antologia di racconti curata da Giorgio Majer Gatti e pubblicata da Zona 42, che riunisce diciotto testi di autori italiani che più o meno rappresentano quello che si muove oggi nella fantascienza italiana. Non l'ho fatto all'epoca perché, visto che il volume contiene anche un mio racconto, mi pareva che sarebbe potuto apparire come un ampio eufemismo pubblicitario. Ma a distanza di mesi la polvere si è posata, e penso se ne possa parlare senza essere tacciati di bieca autocelebrazione.

In realtà, non avrei rimesso mano a questo post nemmeno adesso, se non fosse venuto fuori un tema simile in un paio di discussioni ravvicinate che si sono succedute su alcuni gruppi e profili facebook, nei giorni scorsi. E che in un certo senso si riagganciano anche a quanto dicevo qualche settimana fa sulla percezione del "mondo nerd" da parte del resto del pubblico. La combinazine di queste circostanze mi ha portato a pensare che sarebbe stato interessante condividere questa riflessione sugli attuali trend della fantascienza italiana.

DISCLAIMER: quando parlo di "fantascienza italiana", ovviamente non intendo tutta. Vi voglio bene, eh, ma non ce la faccio a leggere tutto quello che pubblicate. E di sicuro la mia stessa scelta delle letture dipende da una visione personale delle cose, vuoi che si parli di gusti o predisposizioni, per cui la prospettiva che propongo potrebbe soffrire di un bias di fondo. Quello che propongo quindi non è un quadro completo della scena fantascientifica italiana, ma un'estrapolazione di quelle che mi sembrano le tendenze attuali degli autori italiani di fantascienza, in base alla mia esperienza diretta e ai movimenti che vedo intorno. Accoglierò con piacere e curiosità appunti e smentite.

Dicevo che la riflessione parte da Propulsioni d'improbabilità (per gli amici PrImp), e il motivo è questo: è una raccolta senza un tema. Agli autori contattati è stato chiesto soltanto di scrivere un racconto di fantascienza, senza nessun vincolo. Si può quindi pensare che ognuno di loro abbia scritto ciò che in quel momento sentiva più vicino, importante, meritevole di essere raccontato. Se invece fossero stati interpellati su un qualunque tema, si sarebbero tutti in qualche modo "forzati" all'interno di un argomento preciso. Invece ognuno era libero di scrivere ciò che voleva, ed è a questo punto che diventa interessante notare che pur senza un tema comune sembra di scorgere comunque un filo conduttore tra le diverse storie.

Personalmente ad esempio non posso fare a meno di notare un'affinità quasi sospetta tra il mio racconto e quelli di Maico Morellini o Alessandro Forlani. Si tratta di storie diverse, con obiettivi e stili ben distinti, eppure mi pare che, alla base, ci sia lo stesso nucleo. Qualcosa che ha a che vedere con l'incertezza di sé, la perdita di fiducia in un mondo in cui non ci si riconosce. E partendo da questo punto, si può ritrovare questa stessa sensazione anche in molti degli altri autori della raccolta: Lukha Kremo, Emanuela Valentini, Miki Fossati, Paolo Zardi. Sfido chiunque a dire che siano racconti tutti uguali, che letto uno letti tutti. Eppure, senza vincoli imposti, si sono trovati tutti a gravitare intorno allo stesso centro di attrazione, quel tema pregnante che sta alla base di tutte queste storie: il presente. Il qui e adesso, l'inadeguatezza rispetto a un luogo e un tempo che non siamo capaci di comprendere e affrontare, un presente improbabile e imprevedibile in cui ci troviamo tutti coinvolti.

Molti dei migliori racconti di fantascienza italiana che ho letto ultimamente (e in questo caso parlo anche al di fuori di PrImp) funzionano così. Non puntanto tanto sulla speculazione strettamente scientifica, e spesso non si spingono nemmeno tanto oltre nel tempo, raccontanto un futuro prossimo, o un presente alternativo. Il focus sembra quasi sempre quello: comprendere quello che ci sta succedendo, affinare strumenti diversi per analizzare ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Forse per molti appassionati questo significa dedicarsi a una fantascienza "pessimista". Dove sono finite le avventure, il sense of wonder, il positivismo, la fiducia nella scienza? Non dico che non ci sono, ma sicuramente ora come ora hanno un ruolo secondario. Ma non mi sembra così difficile capire perché. La fantascienza, da sempre, è un mezzo per parlare di ciò che si conosce attraverso ciò che è sconosciuto. Parlare del presente attraverso il futuro, parlare dell'uomo attraverso l'alieno. Non sto rivelando nessuna verità evangelica, credo. Viene quasi naturale collegare un momento (e per "momento" intendo decennio abbondante) di profonda incertezza, precarietà, mancanza di appigli, a storie che si sviluppano in questa stessa direzione. Quale futuro si può immaginare, a partire da oggi? Se negli anni 50 era facile inferire il continuo progresso sociale e tecnologico, forse solo con qualche comunista di mezzo, quale può essere l'estrapolazione che si può fare oggi, con i dati che abbiamo a disposizione? Il futuro è Black Mirror, il futuro è Mr Robot; anzi, in molti casi, sono già il presente. La fantascienza italiana di oggi parla di questo.

Ovviamente, non solo di questo, a tal proposito rileggetevi il disclaimer sopra. Ma mi pare innegabile questo punto di vista. Che sia un bene o un male, o che si debba in assoluto valutare in questi termini, lo lascio decidere a ognuno secondo la sua sensibilità. Sicuramente qualcuno preferisce un approccio più leggero alla fantascienza, ed è suo pieno diritto farlo. Io stesso riesco a godermi qualche bella storia positivista, quando è fatta bene. Ma non posso fare altro che pensare che se, in questo momento storico, scriviamo questo tipo di storie, è ciò di cui davvero abbiamo bisogno.

Coppi Night 18/11/2017 - Anomalisa

Vista la mia adorazione per Charlie Kaufman e tutte le sue opere, pare strano che non abbia mai scritto nulla su Anomalisa, il suo film più recente, di cui è autore e regista, e che ha richiesto qualcosa come otto anni di lavoro. Questa tempistica completamente al di fuori dei parametri hollywowdiani di oggi è parzialmente giustificata se si considera che stiamo parlando di un film in stop motion. Realizzare, animare e filmare decine di pupazzetti è un lavoro immane di per sé, e diventa colossale quando ogni dettaglio dell'ambientazione e dei personaggi è studiato per apparire il più realistico possibile, con l'obiettivo di far dimenticare allo spettatore che sta guardando un film d'animazione invece che un live action.

In realtà, fin dai primi fotogrammi non si può fare a meno di notare che stiamo vedendo dei simulacri invece di "persone vere", nonostante la cura con cui sono realizzati i volti e i movimenti dei personaggi. Quella giunzione ai lati della testa (che io all'inizio avevo interpretato come stanghette degli occhiali) ci ricorda continuamente che stiamo vedendo qualcosa di artificiale, o meglio ancora una maschera. È stata una precisa scelta mantenere questi dettagli, che conferisce a tutti i personaggi su schermo un senso di uncanny difficile da scrollarsi di dosso per l'intera durata del film. Quelli che vedi sono umani, ma non sono proprio umani, e forse lo sanno. Lo sa, o almeno lo intuisce, il protagonista, che arriva pericolosamente vicino a togliersi la maschera.

L'altro particolare determinante, e a mio avviso genuinamente geniale di Anomalisa non si nota subito, ma solo dopo una ventina di minuti. All'inizio è solo un sospetto, poi si pensa di essersi confusi, poi ne abbiamo la conferma: tutti nel film hanno la stessa voce. Escluso il protagonista Michael (e in seguito Lisa), uomini donne e bambini parlano tutti con la stessa voce. Considerando che la voce è fondamentale per caratterizzare un personaggio animato, questo influisce in modo pesante sulla percezione del film, e anzi, in ultima analisi è probabilmente il punto centrale di tutta la vicenda. In effetti, sempre esclusi Michael e Lisa, tutti gli altri hanno anche lo stesso volto, ma questo è un particolare che forse si nota meno, camuffato da diverse acconciature e abiti... o forse è solo colpa della mia comprovata incapacità di distinguere i lineamenti di un volto.

La trama è abbastanza semplice, anzi quasi impercettibile. Il protagonista Michael è l'autore di un manuale di auto-aiuto che ha avuto un discreto successo, e deve tenere una conferenza a Cincinnati proprio sul suo libro. In albergo conosce Lisa, l'unica persona con un volto e una voce diversa dagli altri, e ne rimane subito affascinato, nonostante lei sia bruttina, timida, impacciata. Passano la notte insieme e la mattina dopo Michael inizia a vedere Lisa in modo diverso, anzi uguale, uguale a tutti gli altri. È importante considerare che Anomalisa è l'adattamento di un pezzo teatrale scritto dallo stesso Kaufman, e si nota molto nei tempi narrativi e nella trama portata avanti in pratica dai dialoghi. Mi rendo conto però che il film in questa forma, superato lo straniamento visivo e uditivo iniziale, possa risultare abbastanza noioso. Insomma, alla fine è la solita storia di due persone fuori luogo che si incontrano e cercano di trovare senso l'uno nell'altro: been there, done that.

Ovviamente i lavori di Charlie Kaufman non sono mai da prendersi per quello che appaiono, e i livell di lettura sono molteplici, a volte nascosti sotto strati di indizzi disseminati qua e là. Un esempio è il nome dell'hotel, oppure le voci uguali di cui già ho parlato. Per chi ha familiarità con l'opera di Kaufman, si possono notare tanti temi ricorrenti e citazioni, le più palesi a Essere John Malkovich, ma anche Adaptation, Eternal Sunshine, perfino il meno apprezzato Human Nature. Vedere Anomalisa senza conoscere la "poetica" di Kaufman può essere un'esperienza incompleta, come andare all'opera senza il libretto di sala e quindi non essere in grado di seguire cosa i personaggi stanno dicendo.

Devo ammettere che io stesso mi aspettavo altro (e meglio) da questo film, soprattutto visto il lungo periodo di gestazione, ma forse dopo l'opera definitiva Synecdoche New York avevo aspettative troppo alte, impossibili da raggiungere. La riproposizione di temi già noti e l'adattamento della versione teatrale penalizzano l'impatto di Anomalisa, che resta comunque un'opera di grande ispirazione e tecnicamente impeccabile.

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