Coppi Night 21/08/2016 - Attack the Block

Il Coppi Club si era preso qualche settimana di pausa per via delle assenze alternate dei vari membri, ma da domenica scorsa siamo di nuovo tutti riuniti per pizza & film, e si riparte alla grande con un filmetto scifi/horror tutto sommato godibile.

Volevo vedere questo film già da qualche tempo, perché ne avevo sentito parlare più volte come uno di quei rari casi di film a basso budget che inspiegabilmente, con il passare degli anni, assurgono allo status di cult, ed ero quindi curioso di scoprire quali fossero le sue doti nascoste. Attack the Block è una storia di invasione aliena, con le creature che approdano sulla Terra e gli eroi protagonisti impegnati a difendersi e respingere la minaccia. Al tempo stesso però non si tratta della tipica invasione, con dischi volanti e raggi laser, ma di un più silenzioso attacco da parte degli extraterrestri, che di fatto sono poco più che bestie feroci. Non intervengono eserciti e presidenti, anzi il tutto passa quasi inosservato, perché l'invasione è circoscritta praticamente a un unico quartiere, "il blocco", un sobborgo di Londra popolato per lo più da famiglie di colore di basso livello sociale, tra spacciatori e delinquentelli di varia natura.

Il protagonista è Moses, un John Boyega che nessuno conosceva prima che si mettesse l'armatura da stormtrooper, che interpreta uno di questi piccoli boss del quartiere, silenzioso e chiuso in sé stesso (a differenza dei suoi compagni, tutti piuttosto esuberanti), responsabile del primo alieno ucciso, e per questo, si scopre in seguito, obiettivo primario dell'ondata successiva dell'invasione. Il film si sviluppa principalmente come un monster movie, con i personaggi principali che devono prima identificare la minaccia, cercano poi di fuggirla o ottenere aiuto, per capire infine di doverla affrontare da soli con le risorse a disposizione. In realtà il fatto che i mostri di turno siano alieni piuttosto che creature terrestri non influisce a livello di sviluppo della trama, ma questo non comporta problemi nell'interesse suscitato dalla storia, che riesce a mantenere un ritmo e una tensione sempre buoni. Ci sono anche diverse gag, non moltissime, ma alcune anche ben riuscite (soprattutto per la partecipazione di Nick Frost).

Come sempre in questi casi, gli alieni/mostri non sono l'unica minaccia, e Moses deve confrontarsi anche con boss rivali e con gli agenti di polizia, che nel quartiere del blocco (che corrisponde praticamente al "ghetto") non sono visti come tutori ma come avversari da cui fuggire. Si intravede in questo una sottotrama a sfondo sociale, quando più volte i ragazzi (tutti neri) affermano che se arrivano i poliziotti riterranno loro responsabili di tutte le morti e i danni successi, perché è così che funziona lì. Anche il ruolo di Moses, che sente di essere ingiustamente perseguitato e arriva infine ad accettare questa sua condizione, punta nella stessa direzione. Si tratta comunque di pennellate, che non appesantiscono il livello di lettura primario.

Gli ingredienti per un piccolo cult in effetti ci sono tutti: storia semplice ma interpretata in modo originale, buona azione, recitazione valida, temi secondari, due-tre momenti epici. Per certi versi mi ha ricordato Pitch Black, altro film a basso budget che ha riscosso negli anni un notevole successo (l'antieroe, i mostri da combattere, la fuga finale...). Quindi per una volta avevano ragione, quando dicevano che meritava una visione!

Non chiamatela fantascienza!

Arrivo dopo i botti, ma un'occasione per parlare per lo stato della fantascienza (in particolare quella letteraria) in Italia, e ancor di più della percezione della fantascienza in Italia non si può mai sprecare. Il casus belli che ha scatenato questo post sono queste righe comparse sulla pagina dell'editore Frassinelli, che a breve ripubblicherà l'antologia Storie della tua vita di Ted Chiang e sta giustamente sfruttando l'uscita del film Arrival per un po' di promozione:


In questo breve post, Frassinelli o chi ne cura la comunicazione ha pensato bene di tracciare una netta distinzione tra fantascienza e letteratura. In apparenza si tratta di una citazione tratta da Booklist, ma a ben guardare, la frase originale era diversa, e come riportato nei commenti a quel post, parlava esplicitamente di fantascienza.

Quello di considerare la fantascienza come qualcosa di antitetico alla "letteratura" è un costume molto diffuso, anzi probabilmente una convenzione, e da anni si può notare come tutti i prodotti di derivazione fantascientifica di cui viene riconosciuto il valore sono frettolosamente privati della loro etichetta, e ci si raccomanda addirittura di non definirli fantascienza, vedi ad esempio il video qui sotto.


"Ehi, Cronache marziane è un bel libro. È scritto bene, ha stile e profondità. Parla di uomini invece che di alieni e astronavi. Quindi, oh, non penserete mia che sia fantascienza?"

Questo è un atteggiamento comune, e noi affezionati al genere ci prendiamo ogni tanto la briga (quando ne vale la pena, quando ne abbiamo voglia) di provare a correggerlo, ma è difficile riuscire a riscrivere generazioni di scolarizzazione che hanno inculcato nelle giovani menti l'equazione fantastico = bambinata. Perché alla base di tutto c'è probabilmente questo equivoco, a cui tutti siamo stati portati durante il periodo degli studi, durante i quali ci veniva fatto leggere Calvino senza accennare al fatto che è stato l'unico scrittore italiano candidato a un premio internazionale di fantascienza. Le ragioni di questa separazione tra letteratura alta e bassa sono più remote, per alcuni risalgono a Benedetto Croce, ma non è intento di questo post analizzare come siamo arrivati a questo punto. Diamo per assioma che la situazione attuale è questa: per la maggior parte della gente (insegnanti, critici, scrittori, lettori, non lettori), la narrativa realistica è letteratura, la narrativa fantastica è robetta.

E allora torniamo al punto di partenza. A Frassinelli che cita Booklist, e a Booklist che parla invece di fantascienza. O meglio, essendo angolofoni, di science fiction.

Può sembrare una differenza banale, ma non lo è. Perché quando lo diciamo in inglese, science fiction significa "finzione narrativa su basi scientifiche", che ha un'accezione piuttosto diversa da cosa viene in mente dicendo in italiano fantascienza, che suggerisce per lo più la commistione tra scienza e fantasia.

Il termine "fantascienza" fu coniato nel 1952 da Giorgio Monicelli (fondatore di Urania), e, diciamo la verità, ha un po' il sapore di quelle parole introdotte durante il fascismo che si sforzavano di distanziarsi dai termini stranieri di origine, come quisibeve o peralzarsi. Soprattutto, contiene quella fastidiosa particella "fanta" che fa storcere tanto il naso alle persone serie. Ma non solo: anche gli appassionati in buona fede, commentando un libro o un film, si spingono spesso a dire "beh, sì, è fantascienza, ma c'è un po' troppa scienza e poca fanta" o viceversa, come se l'appartenenza al genere fosse decretata da un preciso equilibrio tra le due componenti.

Per cui, quando la signorina qui sopra dice che non dovremmo chiamarla fantascienza, forse non ha poi tutti i torti. Perché se, fin dall'inizio, avessimo usato un termine che non comprendesse quell'urticante componente fantastica, forse il rifiuto aprioristico del genere non si sarebbe manifestato nello stesso modo. Pensate come sarebbe diversa la situazione se si fosse chiamata narrascienza, o speculation. Oppure al pari di altri generi pur considerati "di evasione", ma che pure hanno assunto (sempre agli occhi del grande pubblico) una loro dignità, fosse identificata da un colore: ad esempio red (in onore di Marte, che è stato uno dei primi protagonisti della sf). Insomma, forse il problema di indicare qualcosa come fantascienza, sta proprio nella parola fantascienza, non in ciò che questa identifica.

Con tutto questo, non voglio assolutamente dire "boicottate Frassinelli vergogna fate girare". Se non avete Storie della tua vita, adesso che torna in libreria compratelo: compratelo per voi e per i vostri cari, compratelo anche se lo trovate nello scaffale dei libri di cucina o tra le enciclopedie delle razze canine. Alla fine dei conti rimane sempre valido il discorso che se una cosa è buona, non importa l'etichetta che ha appiccata addosso, e questo è uno dei quei casi.

Dove eravamo rimasti

Come avevo annunciato qualche settimana fa, il blog è rimasto fermo per un po', per ragioni che risultano evidenti scorrendo gli ultimi post e che non voglio ripetere. Nel frattempo le cose sono andate avanti, come sempre, ma non esattamente in modo piacevole, visto che giusto la settimana successiva mi è arrivata la notizia di un'altra terribile perdita: anche il buon Roberto Bianchi di Disco Mastelloni se ne è andato, lasciandomi un altro vuoto che non penso potrò riempire. Avevo già riportato che il negozio di musica dove mi servo da oltre dieci anni aveva chiuso, ma adesso la perdita è definitiva. Forse torneremo a parlarne, perché nei mesi scorsi avevo richiesto anche a lui un'intervista, che chiaramente non è potuta andare avanti, ma mi piacerebbe comunque dedicare uno spazio a quello che ha fatto in oltre trent'anni, raccogliendo le informazioni che riesco. Vedremo.

Aggiungendo a tutto questo la burocrazia impietosa, l'impossibilità di programmare vacanze e tutti i vari strascichi, si capisce che non è stato un periodo piacevole, ma l'obiettivo è quello di passare oltre. Da oggi ho intenzione quindi di riprendere la pubblicazione dei post, per ridare vita a Unknown to Millions e riacquisire familiarità con quegli spazi che ho dovuto trascurare.

Per quanto riguarda i progetti in corso, per forza di cose il 2016 è stato finora poco produttivo, quindi anche a livello di scrittura vedrete poche novità da parte mia quest'anno, anche se un paio di uscite nei prossimi mesi sono previste, niente di epocale però. Ma avendo sperimentato come ci sia gente che reclama nuove cose, una volta ripresi i ritmi normali spero di riuscire a mettere insieme qualcosa di sfizioso, le idee ci sono e non vanno a male.

Ne ho approfittato per rimettere in pari le pagine statiche del blog, aggiornando la pagina delle recensioni che non toccavo da un anno (!!!) e sistemando anche il blog-vetrina con i link di commenti e interviste recenti. Per il momento niente restyling dei colori, ma non escludo di metterci mano tra un paio di mesi. Peraltro ho notato che il blog ha continuato a fare la sua media di visite giornaliere anche senza nuovi post, il che mi porta a pensare che a volte se sto zitto è pure meglio.

Concludo questo post di servizio con il link al mio ultimo dj set, concepito come dedica alle persone che ho perso (troppo presto, troppo vicine) in quest'ulimo periodo. Roby avrebbe gradito la musica, mio padre meno, ma avrebbe apprezzato l'impegno, come per tutto ciò che facevo.



Con questo possiamo dimenticare questa triste parentesi. Da domani si ricomincia.

Babbo

Mercoledì 13 luglio 2016, intorno alle ore 11:30, mio padre è morto, meno di un mese dopo aver compiuto sessant'anni. Portato via da un male scoperto alla fine dell'anno scorso, contro il quale ha combattutto fino a quando le forze glielo hanno permesso, venendone infine sconfitto. Una di quelle cose che come si sente dire ti mangiano da dentro, espressione di cui non avevo compreso la portata finché non l'ho visto accadere davanti ai miei occhi, a un ritmo esponenziale.

Mi piacerebbe poter dire che se ne è andato senza soffrire, ma non è così. Negli ultimi giorni lo stadio avanzato della malattia, l'indebolimento del fisico e gli inevitabili strascichi delle lunghe terapie tentate nei mesi passati non gli permettevano di trovare riposo. Ero con lui in quel momento, gli stavo tenendo la mano quando ha letteralmente esalato l'ultimo respiro e rovesciato gli occhi. L'ho sollevato insieme all'infermiere per adagiarlo sul letto, ora che finalmente poteva sdraiarsi senza sentire dolore. Posso dire però che se ne è andato sereno. Ha passato gli ultimi giorni in casa, come aveva sempre voluto, con accanto le persone che gli volevano bene. Non è stato facile, perché lo abbiamo visto appassirsi di giorno in giorno, smettere prima di mangiare, poi di dormire, bere, camminare.

Immagino che la morte dei genitori sia un passaggio obbligato della vita adulta, e che quello che sto passando sia tutto sommato comune nell'esperienza di vita di tutti. Non ritegno il mio dolore particolarmente acuto o diverso rispetto a quello di chiunque altro. Eppure mi rendo conto che è impossibile comprenderlo senza averlo vissuto. Espressioni quasi astratte come mi ha lasciato un vuoto dentro, piangere fino a finire le lacrime, smettere di soffrire, che trovavo quasi fastidiose per la loro banalità, hanno assunto ora una prospettiva diversa. Ora so, ora capisco. E mi sento quasi in colpa per aver sminuito dentro di me la portata di queste frasi, quando le ho sentite dire in precedenza. In prospettiva, mi sembra che anche altre cose assumano un senso diverso, penso a tutti quei libri e film in cui un evento del genere è un punto centrale della storia, e che all'epoca posso aver considerato come scontato, ma adesso devo riconsiderare. Perché no, non è scontato.

Devo a mio padre molto di quello che sono. È probabilmente grazie a lui che ho subìto la contaminazione della narrativa fantastica, quando da bambino mi portava i volumi presi in edicola de La Storia Ancestrale; oppure quelli dei dinosauri, degli insetti, dei giochi matematici. Forse tutte le cose risalenti alla mia infanzia che conservo con più cura (e non sono molte, perché ho davvero pochi ricordi della mia vita prima dei nove-dieci anni), me le ha procurate lui. Mio padre era un amante dei libri pur non essendo un gran lettore, gli piaceva comunque circondarsi di manuali, atlanti, enciclopedie. Ingengere mancato, ha abbandonato l'università un paio di esami prima della laurea, ma ha sempre conservato la passione per i numeri e la meccanica. Quanto di tutto questo sia filtrato a me non è difficile da capire.

Quando ho pubblicato Spore, che era "il mio primo libro", ovviamente ne ha voluto una copia, e mi ha chiesto di inserire una dedica. Io, senza pensarci troppo, ho scritto:
A mio padre, che mi ha insegnato la curiosità e la dedizione
Credo che di non aver mai azzeccato così tanto una dedica. La curiosità è quella che lo portava a chiedersi continuamente come le cose funzionavano, e preferiva risolvere un problema su un'auto o un elettrodomestico con una lunga sessione di reverse engineering piuttosto che affidandosi a qualche specialista. La dedizione era la sua capacità di impegnarsi con tutto se stesso per ottenere un risultato, senza necessariamente affrettare i passi, ma lavorando con precisione per ottenerlo anche nel lungo termine.

Mio padre era un gran lavoratore, anche questo si sente dire spesso, ma di fatto è così. Ha lavorato fino a due settimane prima della sua scomparsa, certo con ritmi più morbidi, ma con la preoccupazione di continuare a offrire il servizio ai suoi clienti. Per gli ultimi trent'anni ha sempre avuto attività sue, che gestiva praticamente da solo, ma ha fatto anche esperienze e progetti diversi, dalla politica alla beneficenza, non sempre fortunati. Durante gli europei di calcio del 2000 (quelli persi con la Francia per colpa dell'infame golden goal), il giorno della finale passò il pomeriggio sulla spiaggia a fare il venditore ambulante di bandiere dell'Italia, per provare anche quel tipo di attività. Non ebbe un gran successo, devo ammettere. Mio padre in media usciva alle 6 di mattina e rientrava a casa dopo le 21, ma non per questo era uno di quei "padri assenti" da telefilm, quelli per cui il figlio esprime il desiderio che possano passare più tempo con lui. Non ho mai sentito la sua mancanza, anzi, c'è stato in tutta una serie di momenti importanti: c'era quando ho fatto il mio primo incidente da neopatentato, c'era quando ho corso la prima maratona, c'era alla prima presentazione del mio libro, c'era quella volta che avevo bisongo di piangere perché non ero più sicuro di cosa avrei fatto.

Era una persona educata ma piuttosto chiusa, facile alla battuta ma che esitava a dare confidenza. Erano poche le persone al di fuori della famiglia che si potessero dichiarare davvero vicine a lui, infatti molti hanno appreso della sua morte del tutto all'oscuro della malattia scoperta sei mesi prima. Era testardo al limite dell'arroganza, spesso era impossibile fargli cambiare idea su un argomento, in particolare su questioni pratiche e di lavoro per cui aveva già elaborato una sua strategia. Aveva un forte senso di dignità, che ha conservato anche negli ultimi giorni, quando sarebbe stato più facile lasciarsi andare: martedì sera, quando sono rimasto a dormire nella stanza con lui per quella che sarebbe stata la sua ultima notte, ho chiesto se volesse che gli tenessi la mano, e ha risposto, deciso: "Assolutamente no!". Sentiva su di sé la responsabilità di chi gli stava intorno, e non mi riferisco soltanti ai familiari, ma anche a chi ha lavorato per lui (con cui ha mantenuto i rapporti anche in seguito) e chi contava su di lui per lavoro. La sua responsabilità si estendeva anche a chi non aveva alcun modo di apprezzarla: basta pensare che l'ultima volta che è uscito di casa è stato per controllare che la nuova vasca per le tartarughe, che aveva acquistato qualche settimana fa ma non era riuscito a installare, fosse stata montata nel modo giusto da me e mio cognato. Si preoccupava che potessero stare bene, visto che la vasca precedente era rotta e rimaneva spesso senz'acqua. Può sembrare una cosa marginale, ma bisogna considerare lo sforzo immane che ha compiuto, solo per accertarsi che quelle bestie ottuse e ingrate fossero sistemate: facile provare amore per un cane, ma un rettile che sta per lo più rintanato nel suo guscio e non esprime alcun tipo di emozione o attaccamento è un'altra cosa.

La cosa curiosa è che rileggendo il paragrafo qui sopra, se non sapessi che il soggetto è mio padre, potrebbe essere una descrizione che si applica anche a me. Per molti aspetti, pur senza rendermente conto, ho finito per diventare come lui. Col senno di poi, mi rendo conto che mi ha insegnato molto, ma lo ha fatto nel modo più efficace, da buon narratore, usando lo show don't tell. Non si trattava di lezioni impartite con parole e l'indice alzato, ma di mostrare come le cose dovessero essere fatte, in modo che potessi capire da solo, col tempo, qual era la giusta condotta da seguire. Sono convinto che, pur essendo scomparso, non abbia finito di insegnarmi, e che negli anni a venire imparerò ancora tanto da lui.
 
Con questo non voglio idealizzarlo, perché aveva anche i suoi difetti e lati oscuri. Una delle cose che più spesso gli ho rimproverato è la mancanza di interessi al di là del lavoro. Faceva una netta distinzione tra le attività utili e inutili, e le seconde non meritavano il suo tempo. Forse se fosse stato appassionato di qualunque cosa, avrebbe potuto trascorrere questi ultimi mesi dedicandosi a essa, e godersi di più il poco tempo rimasto a pescare, a guardarsi le partite, a suonare la chitarra, a costruire modellini... qualunque cosa. Temo però che anche se avesse avuto un hobby, non lo avrebbe mai eletto a sua attività principale, pur sapendo che gli rimaneva poco tempo. Avrebbe volute essere utile fino in fondo. Un'altra cosa che non mi convinceva era il modo in cui si gettava a capofitto su progetti e idee di dubbia validità, spesso affidandosi fin troppo a persone che non avevano dimostrato lo stesso interessamento la stessa dedizione, finendo così per trovarsi da solo con un'impresa pressoché impossibile. Ma resta il fatto che anche da questi suoi punti deboli posso imparare qualcosa.

Mio padre non lascerà un segno nella storia, questo lo so, ma al tempo stesso so che lascia un mondo migliore di come lo ha trovato, e questo non è poco. Se anche i dottori che lo hanno avuto in cura, gente che vede malattia e morte quasi quotidianamente, si sono commossi e sono passati a salutarlo, qualcosa deve pur significare.

Non ho particolari rimpianti nei suoi confronti. Sono sicuro che era fiero di me e di quello che facevo, come mi hanno confermato anche molte delle persone raccolte per il funerale. Forse l'unica cosa che mi dispiace è che non sia mai venuto nella nuova casa in cui mi sono trasferito a febbraio, ma le cose da sistemare erano tante, e abbiamo continuato a rimandare, ignari che invece il tempo era poco... e così non è stato possibile. Ho parlato con lui, mercoledì mattina, un paio d'ore prima di quel momento finale (quando pensavo che sarebbe rimasto forse per una decina di giorni ancora), e gli ho detto quello che volevo dirgli e non avevo mai avuto l'occasione, o forse il coraggio, cose che devono rimanere tra un gentiore e un figlio. Purtroppo non sono sicuro che abbia capito tutto, perché in quel momento aveva già perso lucidità, ma ha annuito, mi ha stretto la mano, quindi spero che abbia sentito e compreso, e che questo lo abbia aiutato ad andarsene in pace.

Una cosa che non saprò mai è se lui fosse consapevole del poco tempo che gli rimaneva. Il male che lo ha colto è uno di quelli che lascia poco scampo, che ti marchia con una data di sadenza a sei mesi, e questo lo sapeva fin dal primo momento. Ma credo che ci abbia creduto, almeno all'inizio, di potercela fare, altrimenti non si spiega perché tenesse un diario così meticoloso di tutti i suoi aggiornamenti: quello che mangiava, le medicine prese, dolori, evacuazioni, reazioni, temperature, visite, prescrizioni. L'ultima registrazione su quel diario è del 10 luglio, domenica, quando mi ha chiesto di trascrivere la pressione che l'infermiere gli aveva appena misurato. Eppure anche quando i risultati degli esami hanno mostrato che non c'erano miglioramenti, ha continuato a dire #celafaremo, che scriveva proprio in questa forma, come hashtag di chiusura di tutti i messaggi che mandava. So che la speranza è un sentimento fondamentale in questi casi, ma ho il sospetto che il #celafaremo fosse più a beneficio di chi gli stava intorno che suo, perché era troppo intelligente e ben informato per poterci credere fino in fondo.

Di fronte a quello che è successo, mi rendo conto di quanto sia seducente l'idea di un aldilà, la speranza che da qualche parte quella persona ti sita aspettando. Non sono religioso, so che la morte non è un "passaggio" ma una mera applicazione del principio di entropia, eppure per un attimo ci ho quasi voluto credere, e anche in questo caso non mi sento di condannare chi ha bisogno di crederlo per poter affrontare una perdita del genere. Ho anche provato a chiederlo, in maniera del tutto indelicata, a qualcuno che aveva vissuto la morte di un genitore prima di me: come si fa a superare una cosa del genere?

Non si può, mi è stato risposto entrambe le volte. Era una risposta che non mi aspettavo, ma che già inizio a sentire appropriata. Questa non è una cosa che va superata, non si può dimenticare e lasciarla dietro, ma bisogna conviverci, giorno per giorno, portarsela dentro e trarne il meglio. Anche tornando, gradualmente, alla confortante routine quotidiana, si continua a vivere con la consapevolezza che non è tutto come prima, che c'è un vuoto dentro che non verrà più riempito.

Quindi è vero, adesso ho un vuoto dentro con cui devo convivere, ma è un buco che la forma di mio padre, ed è una forma intorno alla quale posso costruire qualcosa, qualcosa che mi renda sempre più quello che sono, che è in gran parte dovuto a quello che era lui. Dicono che gli somiglio anche, questo non lo so perché non sono capace di vedere le somiglianze, eppure deve essere vero, perché in questi giorni è quando colgo di sfuggita una mia immagine allo specchio che mi sale di colpo il magone, come se non essendo preparato a vedere il mio volto mi sembrasse per un attimo di aver visto il suo. Possiamo anche pensare, a questo punto che una banalità in più o in meno non fa differenza, che se gli occhi sono lo specchio dell'anima, allora è possibile che io abbia davvero i suoi.
 
L'ho detto all'inizio e lo ripeto, non scrivo tutto questo perché penso che la mia perdita e il mio dolore siano più forti o speciali di quello che chiunque altro ha sperimentato in questo momento. Ma avevo bisogno di scrivere queste parole, di lasciare un segno, e se significa usare per una volta questo spazio per qualcosa di personale, che sia. Volevo che tutte queste riflessioni rimanessero impresse, che ciò che mio padre è stato, e continua a essere in me e per me, fosse chiaro. Queste cose sono successe, e dovevano essere raccontate.

Solo che finora ho sbagliato, perché ho parlato di mio padre, ma lui non era "mio padre". Era babbo.

È per lui che scrivo tutto questo, è per lui che continuerò a vivere nel nome della curiosità e della dedizione, è per lui che ho trovato queste ultime lacrime, anche quando pensavo di averle finite.

Ciao babbo.

DOMENICO VISCUSI
14-6-1956 - 13-7-2016



Interruzione temporanea

Post di servizio per informare che Unknown to Millions andrà in pausa per un po'. Non è una pausa di riflessione né una vacanza estiva, è che al momento mi trovo in una situazione che non mi permette di dedicare al blog il tempo e soprattutto la disposizione d'animo necessaria per scrivere. Ho bisogno di occuparmi di cose che, a differenza di un post sul blog, non possono aspettare, per cui tengo in sospeso tutto, a tempo indefinito, ovvero fino a quando le cose non si saranno risolte. Il che, ironicamente, potrebbe anche avvenire molto presto.



Mi pareva corretto avvertire quei due-tre lurker che girano da queste parti, anche se sono cosciente che il mondo potrà benissimo fare a meno di Unknown to Millions, come può fare a meno praticamente di qualunque cosa.

Potrei aggiungere molte altre cose che mi passano per la testa in questo momento, ma esulerebbero dai temi di questo blog, quindi concluso semplicemente con un arrivederci a tempi migliori.

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