Coppi Night 21/05/2017 - Air

Uno dei colpi più azzeccati di Lost fu ai bei tempi della seconda stagione, quando i naufraghi scoprono il bunker sotterraneo in cui un unico occupante vive in quarantena, a occuparsi di antiquati calcolatori anni 70 con il fine ultimo di salvare il mondo. Sembra che Air, film del 2015 in cui compare Norman Reedus (il Daryl di The Walking Dead) debba molto a questa idea, sia nello sviluppo della trama che nell'estetica. I due protagonisti vicono in un bunker sigillato, programmato per risvegliarli ogni tot mesi per verificare le condizioni di abitabilità della superficie esterna, dopo quella che si presume un'apocalisse nucleare. Non è specificato quando la storia è ambientata, ma dal livello tecnologico delle attrezzature si può supporre che la catastrofe sia avvenuta negli anni 80, o per lo meno una linea temporale alternativa in cui negli anni 80 esistevano celle per l'animazione sospesa.

La storia si svolge tra il bunker e i cunicoli che lo circondano e praticamente coinvolge solo questi due attori (salvo pochi secondi di apparizioni di una terza). È sempre rischioso basare un intero film su un unico set e la performance di un paio di attori. A volte funziona bene (vedi Moon), altre meno; Air rientra nel secondo caso.

Naturalmente in un film del genere il punto di interesse principale è il rapporto tra i personaggi e lo svilupparsi di tensione, inevitabile in un contesto di forzata convivenza e incertezza del proprio futuro. E infatti dopo un primo incidente all'interno della base, ecco che iniziano a emergere divergenze, diffidenze e sospetti. Ed è qui che sorge uno dei problemi principali: il film per qualche ragione decide che uno dei due è il "buono" mentre l'altro è egoista e folle. A mio avviso però quello che viene presentato come pericolo è in realtà il personaggio che si comporta in modo più razionale: è cinico, demotivato, ma estremamente coerente. D'altra parte la situazione non dà molto spazio alla speranza, a maggior ragione quando si scopre lo stato delle altre stazioni di monitoraggio. E infine, è lui a essere vittima del primo tentativo di attacco. Quindi quando verso la fine il conflitto esplode e il film fa di tutto per presentare l'altro come il virtuoso non mi sono più fidato di quello che vedevo.

Un altro grande problema è la noia. Molte scene si trascinano fino a diventare estenuanti, e molti tentativi di trasmettere claustrofobia e oppressione vanno a vuoto. Viene da pensare che con un montaggio più selettivo il film avrebbe potuto essere un cortometraggio senza perdere niente di quello che ha da dire. Una prova mediocre quindi, che non si salva né per originalità né per qualità tecnica.

Doctor Who 10x06 - Extremis

Ci sono molti modi per raccontare una storia in cui quello che accade "non è reale", nel senso che si svolge su un piano diverso da quella che si considera la realtà condivisa da tutti. Che si tratti di sogno, universo parallelo, simulazione, se alla fine della storia si incappa nella rivelazione "niente era vero!" e finisce lì, allora siamo di fronte a una storia di merda; se invece ciò che avviene nell'altra dimensione, per quanto "non reale" ha comunque peso sullo svolgersi degli eventi, allora si parla di una storia ben costruita. Extremis prende la strada pericolosa (e già percorsa in altre occasioni) della simulazione: tutto ciò che si vede dopo i titoli di testa (tranne i flashback tra il Dottore e Missy) avviene all'interno della simulazione che il misterioso invasore della Terra ha messo in atto. Simulazione che contiente tutto, anche i simulati senzienti in grado di capire di essere all'interno di una simulazione.

Di per sé non è niente di originale. L'esempio più noto al pubblico è Matrix, ma ce ne sono di precedenti e più profondi, come Simulacron 3 di Daniel Galouye e che diamine, addirittura io ho scritto un racconto con questo tema. Non è quindi la scoperta della simulazione a costituire il perno dell'episodio, per quanto le modalità con cui si arriva a questa rivelazione sono comunque ben congegnate.

Il senso ultimo di Extremis sta nel motto proncunciato dal Dottore (quello "finto") al momento del suo confronto finale con l'invasore, quando ha ormai capito di non potere in alcun modo contrastare il nemico:
Without hope, without witness, without reward. Virtue is virtue only in extremis.
È questo il messaggio più importante: la dimostrazione di ciò che siamo veramente avviene solo nel momento finale, quando non c'è più speranza, non c'è nessuno ad assistere, non c'è niente da ottenere. Solo allora si possono esprimere gli ideali più puri, quando non c'è nessuna occasione di poter beneficiare delle proprie scelte. È un gran bel concetto, che non sfigurerebbe in un poema epico. E non si fatica a credere che il Dottore sia capace di un ragionamento del genere, soprattutto questo Dottore, quello che ha preso a pugni per quattro miliardi di anni una lastra di diamante sapendo che ogni volta sarebbe morto e tornato lì. Ho la sensazione che questo possa in qualche modo essere anche l'epitaffio del Dodicesimo Dottore, già menomato dalla cecità e come sappiamo in punto di cambiare nella sua prossima incarnazione. E non importa che a pronunciare le parole sia il Dottore simulato, perché lui è il Dottore, e non si possono davvero considerare come due entità separate quelle da un lato e dall'altro della simulazione.

Per questo Extremis non è soltanto un set-up per la prossima puntata, in cui la minaccia dei monaci alieni non-morti (in mancanza di nomenclatura ufficiale) si paleserà nel mondo reale. Perché ciò che accade nella simualzione rivela particolari importanti di cosa ci si può aspettare fuori di essa, nell'immediato o a breve termine. Da non sottovalutare anche il fatto che per riacquisire pochi minuti di vista il Dottore è stato disposto a sacrificare potenzialmente le sue future rigenerazioni: un baratto che potrebbe ripresentarsi presto in una forma simile.

Al di là del fine ultimo dell'episodio, Extremis colpisce bene anche in altre sezioni. Si scopre finalmente (senza grande sorpresa, ma meglio così) che è Missy/Master ad occupare la stanza sorvegliata dal Dottore, ed è in qualche modo confortante che la rivelazione arrivi a metà stagione invece di trascinarsi fino alla fine come succede di solito. I pochi momenti comici sono molto validi, e la coppia Nardole/Bill isolata dal Dottore funziona perfettamente. Interessante anche notare come questa sia a quanto mi ricordo la prima volta che il Dottore ha a che fare con un'autorità religiosa esistente, invece che una delle tante religioni inventate della serie: è un passo tutt'altro che scontato, visto quanto è sensibile la gente su questo argomento.

Un ottimo episodio che conferma la tendenza crescente di questa stagione, sicuramente molto Moffatiano, ma l'attuale showrunner si è sempre distinto per la sagacia delle singole storie. Vedremo se il confronto con i monaci sarà all'altezza della loro introduzione (sono davvero così pericolosi?), ma per il momento possiamo attestarci su un voto 7.5/10

Propulsioni d'improbabilità

La notizia sta iniziando a girare, quindi mi aggrego alle news in transito e annuncio anche dal mio blog l'imminente uscita di Propulsioni d'improbabilità, raccolta di 18 racconti pubblicata da Zona 42 e curata da Giorgio Majer Gatti che contiene una mia storia.

Il progetto che sta dietro questa antologia è piuttosto ambizioso. Come si può leggere nell'introduzione di Gatti (scaricabile con l'anteprima dalla pagina del libro), l'intento è quello di offrire uno stato dell'arte della fantascienza italiana di oggi, ma senza imporre ad autori e lettori limiti derivanti da definizioni, contesto storico, critica letteraria, per staccarsi dal paradigma del "noi contro loro" che vede spesso contrapposte la fantascienza (e tutta la narrativa di genere) e il cosiddetto mainstream. Il volume cerca l'attenzione tanto del pubblico di appassionati quanto di quello generalista, ma non ponendosi come un esempio contaminato di literary fiction come in passato qualcuno ha provato a fare, poiché non si parte dall'assunto che la fantascienza abbia bisogno di essere legittimata. Scrive il curatore: "Quello che sappiamo è che la fantascienza non ha bisogno di costruirsi quarti di nobiltà letteraria, così come non ha bisogno della consacrazione sociale della letteratura o della critica mainstream. Le basterà non prendersi troppo sul serio: Douglas Adams insegna."

Il riferimento ad Adams, già presente nel 42 della Zona, ritorna anche nel titolo: la propoulsione a improbabilità infinita è quella che permette all'astronave Cuore D'oro della Guida Galattica per Autostoppisti di attraversare gli spazi siderali in pochi istanti. E, incidentalmente, di essere ovunque in qualunque tempo e qualunque forma. Il che è una buona analogia per cosa la raccolta nel suo complesso cerca di dire al lettore.


I nomi presenti sulla copertina possono essere familiari ai lettori di fantascienza che si dedicano anche agli autori italiani contemporanei. Naturalmente ognuno sarà giudicato per la qualità delle sue storie, ma per chi crede in queste cose si potrebbe fare un medagliere di premi e nomination ricevute dall'intero gruppo: tra Premi Italia, Urania, Robot e così via si raggiunge una cifra ragguardevole. Ma non solo: nell'ipotetico medagliere si trovano anche dei Premi Strega, autori che possono essere sconosciuti all'appassionato di sf (per esempio io), ma con un profilo ben noto in altri ambienti. È anche questa la scommessa della raccolta, mostrare come la fantascienza non sia (e non debba essere) un piccolo orticello coltivato solo da pochi per quanto meritevoli fan, ma un modo di parlare delle cose che tutti possono praticare e comprendere.

Il mio contributo all'antologia è il racconto Infodump. Senza stare a dare particolari sulla storia, il tema di fondo è quello dell'onnipresenza delle informazioni, con qualche trucchetto metatestuale sul nozionismo di cui spesso è imputata la narrativa di fantascienza che è anche un po' un inside joke. Sono stato "invitato" a partecipare all'antologia verso la fine dell'anno scorso (l'annuncio del progetto è stato dato a Stranimondi 2016), ma questo non comportava in nessun modo un posto garantito per il mio racconto, pur costituendo fino ad ora la metà del parco autori italiani di Zona 42. Ho inviato prima la mia idea e poi la bozza del racconto a Giorgio Majer Gatti, con cui sono stato contento di lavorare di nuovo dopo l'esperienza con Parallàxis. Ho ricevuto i suoi suggerimenti e dopo qualche scambio di testi e idee siamo arrivati alla versione definitiva che troverete nel volume. So anche che lo stesso approccio è stato seguito con tutti gli autori, senza favoritismi di sorta e con qualche illustre escluso. Il livelllo qualitativo si preannuncia quindi medio-alto, così come la varietà di temi, registri e stili. Dice ancora Gatti nell'introduzione: "I racconti che leggerete hanno legami invisibili tra loro, che non sono stati mai voluti né decisi: lunghi e brevi, più o meno narrativi, immediatamente fantascientifici o più duri da scavare nel loro guscio fantastico, tutti i racconti esorcizzano tensioni narrative sottostanti, rivelano politiche, muovono critiche sociali, attraversano disturbi e ossessioni, mettono sul piatto felicità malinconiche o illuminate, psicologie pubbliche e oscurità private, timori storici e paranoie."

Il volume uscirà in cartaceo e digitale a fine mese, ma è già disponibile in preordine sul sito di Zona 42. La prima presentazione sarà fatta nell'ambito dell'Italcon, il 27 maggio a Chianciano Terme, ma ne seguiranno altre a cui con tutta improbabilità sarò presente anch'io.

Doctor Who 10x05 - Oxygen

Nelle serie tv si tende spesso a sottovalutare l'autore che scrive i singoli episodi, soprattutto per le serie più moderne che costituiscono una storia unica divisa in più capitoli, dove l'apporto alla scrittura è dato soprattutto dall'autore principale. Nelle serie invece con episodi più indipendenti tra loro, come possono essere quelle investigative o il qui presente Doctor Who, il contributo di uno specifico autore può spesso essere determinante, ricordiamo ad esempio come Steven Moffat prima di diventare lo showrunner ha scritto alcuni degli episodi più memorabili della serie rinnovata fin dalla stagione uno (The Empty Child, Blink, Silence in the Library). Abbiamo avuto un caso recente di un autore che ha dimostrato per due volte (nella stagione otto e dieci) di avere le idee un po' confuse, mentre invece Jamie Mathieson è un nome che sembra associarsi a episodi di qualità, se non altro solidi e coerenti dal punto di vista della scrittura e con qualche twist azzeccato.

Con Oxygen abbiamo la prima avventura spaziale di Bill, che finora era stata nel passato e nel futuro, ma sempre con i piedi solidamente per terra (al più sott'acqua). Il Dottore si lascia prendere dalla nostalgia dello Spazio e porta la nuova companion e Nardole con sé su una stazione mineraria semiabbandonata. Lo sfruttamento del personale su questa stazione è tale da far pagare ai lavoratori anche l'ossigeno, presente in scorte limitate e di cui molto presto anche il trio di nuovi arrivati ha bisogno (Nardole dovrebbe essere un mezzo androide ma a quanto pare conserva ancora diverse funzioni fisiologiche). A complicare le cose c'è il fatto che i 36 operai asfissiati finora non se ne stanno morti come dovrebbero, ma seguono i sopravvissuti cercando di terminare anche loro. L'impressione è quella di un'orda di zombie, spiegata dagli automatismi delle tute spazial in grado di muoversi da sole, anche con il loro occupante inerte.

L'episodio è ben costruito perché riesce a creare in maniera impeccabile la sua tensione. Qualcuno nel team di DW si è accorto di quanto Peter Capaldi renda bene nei monologhi, e così la puntata inizia con una sua lezione tenuta all'unversità proprio sui rischi dell'esposizione al vuoto dello spazio. Un infodump che si rivela utile quando mezza puntata dopo, è Bill (che aveva seguito la lezione) a trovarsi nella situazione di dover attraversare l'esterno della stazione spaziale senza protezioni. Sono attimi intensissimi: si sa quello che può succedere e non c'è modo di evitarlo, il Dottore cerca di ricordarle cosa fare per aumentare le possibilità di sopravvivenza, i sensi si offuscano, e tutto finisce nel buio. Naturalmente Bill non muore, ma ci va di nuovo vicina poco dopo, quando il Dottore sembra abbandonarla agli zombie-tute (il modo in cui Bill sopravvive a questo è forse l'unico dettaglio un po' stonato e incoerente con quanto visto prima). Il Dottore alla fine riesce a fermare la minaccia dando agli aggressori quello che vogliono, in una scena che ricorda il finale di Mummy on the Orient Express sempre di Mathieson.

Ma la vittoria non è indolore. Il Dottore ha sofferto una perdita non da poco ed è rimasto cieco. E se un in un primo momento le cure disponibili sul Tardis sembrano risolvere il problema, si scopre che in realtà non è così, la vista non è tornata. È molto raro che le azioni di un episodio si ripercuotano sui successivi, in genere anche se c'è un generico "progresso" della storia (soprattutto nelle relazioni tra i personaggi e negli elementi che vengono aggiunti all'arco narrativo della stagione), ogni puntata è un capitolo a sé e all'inizio di quella successiva le condizioni di partenza si resettano. Non stavolta. Naturalmente la speculazione si apre sul fatto che il Dottore possa rimanere cieco per tutto il resto della stagione oppure se sfutterà la rigenerazione per tornare a vedere. La mia teoria è che tenterà una rigenerazione "parziale" per ripristinare la vista, ma questo avvierà il processo che lo porterà inevitabilmente al cambiamento, e che sarà costretto a tenere sotto controllo nel corso degli episodi rimanenti.

Oxygen è un ottimo episodio (finora il migliore della stagione dieci) perché per la prima volta il pericolo si percepisce in modo serio. Merito non solo della scrittura, ma anche di regia e montaggio, che sottolineano con precisione i momenti più intensi. Voto: 8/10

Ultimi acquisti - Aprile 2017

È un dato di fatto ormai che i miei acquisti musicali si sono notevolmente ridotti da un anno a questa parte, infatti gli ultimi risalivano a ottobre. Certo il portafoglio ringrazia, ma lo stimolo che arrivava ogni due-tre mesi da nuova musica è qualcosa che a tratti mi manca. Cerchiamo se non altro di compensare con la qualità.


Tra i nuovi acquisti c'è un album di cui ho già parlato, perché mi ha sorpreso oltre ogni aspettativa. Voyage de la planète di Marc Romboy è un disco che unisce in maniera sublime due generi apparentemente antitetici, musica classica ed elettronica, con una chiave tematica gustosamente fantascientifica. Non serve aggiungere altro a quanto già ampiamente espresso nel post dedicato, quindi rimando a quello.




Altro album di cui non mi rimane molto da parlare è Live dei Moderat. Si tratta come intuibile di una versione live dei pezzi del gruppo, registrato durante il tour del 2016 tra Berlino e Milano. Non contiene solo pezzi tratte dall'ultimo album III (di cui ho parlato qualche mese fa) ma anche dei due precedenti. Si trovano così le interpretazioni sul palco di pezzi diventati classici come A New Error e Bad Kingdom, così come le nuove aggiunte come Reminder e Intruder. Di scarsa consolazione per chi avrebbe potuto essere presente, ma comunque coinvolgente.



Passiamo alle novità anche se ci manteniamo sui nomi familiari di questo blog. Fritz Kalkbrenner si è visto spesso da queste parte, sia parlando dei suoi album che per l'inclusione in diversi miei dj set. Il suo lavoro Grand Départ è uscito verso la fine del 2016 e l'ho recuperato solo adesso. Tredici pezzi techno-folk come ci ha abituato da anni, col suo stile particolare e riconoscibile. Niente di stravolgente per la verità, un buon equilibrio tra tracce strumentali e lyrics e l'aggiunta di qualche strumento che contribuisce a rendere l'atmosfera per lo più malinconica di questo viaggio. Affidabile come sempre.


Nicolas Jaar è probabilmente quanto di più hipster troverete su questo blog in termini musicali. La sua house/downtempo avvolgente piace molto in certi ambienti, e devo dire che per molti versi piace anche a me. Pezzi lenti dari ritmi semplici con qualche incursione tribal, testi basilari e mai invadenti, attenzione ai suoni. Sirens, uscito anch'esso verso la fine del 2016, è un album tutto sommato di ascolto non così facile, con le sue poche tracce alcune delle quali al confine con l'ambient più astratta. Si percepisce però un criterio e un progetto, e l'impronta dell'autore, per quanto non assimilabile da tutti, è ben presente.


Infine torniamo da uno dei miei patroni favoriti della techno propriamente detta, il polacco Jacek Sienkiewicz, che ha fatto uscire Hideland l'anno scorso. Sienkiewicz è uno che non cede ai cormpromessi delle tendenze, la sua è una techno dritta, essenziale nella struttura ma complessa nella realizzazione. Pezzi psichedelici e ripetitivi, ma nonostante questo mai monotoni o uguali a se stessi, impossibili da ridurre a minimi termini. Siamo ovviamente dalle parti che i profani commentano con "ma è tutto così?", ma chi sa cogliere le sfumature può apprezzare la perenne asimmetricità e circolarità di ogni traccia. Non lo consiglio a chi è digiuno di techno old school.

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