Coppi Night 11/02/2018 - The Good Dinosaur / Il viaggio di Arlo

In questo caso mi permetto di mantenere anche il titolo originale, perché a mio avviso quello italiano è di una genericità scoraggiante. Voglio dire, hai un film con i dinosauri o li togli dal titolo?

Avevo già visto il film al cinema e ne avevo ricavato delle buone impressioni, rivederlo le ha più o meno confermate. The Good Dinosaur si può per certi versi definire Il Re Leone con i dinosauri e senza dinastie. Ci sono molte affinità tra la storia di Arlo e quella di Simba: il rapporto reverenziale con il padre, la sua morte (scivolato da una rupe e travolto), l'esilio volontario e il viaggio per ritrovare la via di casa con una nuova consapevolezza. Le affinità sono anche visive, in alcuni casi sembrano delle vere e proprie citazioni: la già citata morte del padre, la fuga della mandria di bisonti, la visione del padre scomparso, l'incontro con i velociraptor molto simili per atteggiamento alle iene. La differenza principale tra i due personaggi è il loro approccio alla paura: il leoncino era pronto ad avventurarsi fingendo un coraggio che non aveva, l'apatosaurino (la specie deriva dalla descrizione del film, la versione estremamente cartoonizzata dell'animale è impossibile da riconoscere) è un fifone dichiarato che vuole invece superare le sue paure.

La lezione imparata da Arlo è che la paura non è una debolezza da evitare, ma un'emozione preziosa a cui dare ascolto, per poi decidere come agire. Anche i tirannosauri-cowboy (comicamente sproporzionati), che pure vanno orgogliosi delle loro cicatrici, conoscono il valore della paura, ed è questa rivelazione a far guadagnare ad Arlo la sicurezza di cui aveva bisogno. Quando alla fine Arlo parte per salvare Spot dagli pterodattili, non lo fa privo di paura, ma consapevole che la necessità di salvare il suo amico è superiore alla paura che prova. Fear is like a companion, verrebbe da dire, citando uno dei migliori episodi di Doctor Who degli ultimi anni.

Come quasi tutti i film Pixar, il film riesce a essere divertente nei momenti opportuni senza sminuire i momento più drammatici ed emotivi, che a loro volta non sconfinano mai nello stucchevole. Personalmente sono stato distrutto dalla scena in cui Arlo e Spot si raccontano delle rispettive famiglie e perdite usando i bastoncini. So di avere un nervo scoperto su questo argomento quindi forse la mia è una reazione esagerata, ma in generale penso che si possa apprezzare davvero il modo in cui il legame tra i due protagonisti sia stato costruito in modo interamente non verbale. E anche il momento della loro separazione, a dire la verità, è bello tosto, proprio perché dice tutto senza usare una parola.

Un altro aspetto notevole è la cura con cui l'ambientazione è stata animata. La regia indugia spesso su dettagli come foglie, nuvole, neve, acqua. Il livello di definizione delle particelle è straordinario e sembra di vedere immagini reali. Questo introduce un contrasto netto tra l'ambientazione iperrealistica e i personaggi, volutamente "pupazzosi". Una scelta precisa, che a mio avviso contribuisce a dare una connotazione precisa alla storia: questo è il tuo stesso mondo, ma non è esattamente come lo conosci. In considerazione di questo ha poco senso parlare del design dei dinosauri, perché appunto è fumettistico in modo palese. Avrei apprezzato di più se si fosse andati full-feather e i velociraptor fossero stati coperti del piumaggio che meritano, invece di qualche sparuta penna sulla testa e la coda. Anche i tirannosauri ne avrebbero beneficiato, ma forse avrebbero perso il loro appeal per il pubblico. Certo questo peccato si perdona più volentieri a un prodotto del genere che a un Jurassic World...

Ci sarebbe da interrogarsi qualche minuto sul percorso evolutivo seguito dagli animali in questa linea temporale che non ha visto l'estinzione K-T alla fine del cretaceo. Sappiamo che il film è ambientato in un'epoca contemporanea alla nostra perché ci sono degli umani, ma i dinosauri sembrano rimasti sostanzialmente uguali al mesozoico. Contemporaneamente, ci sono uccelli di vario tipo, del tutto simili a quelli che esistono oggi. E gli umani appunto, si sono evoluti in modo completamente identico, nonostante si possa pensare che i primati non abbiano trovato le nicchie ecologiche da poter occupare. Quindi, da dove arrivano questi umani? E soprattutto perché si comportano come cani? Questo stesso problema era stato abilmente glissato anche da Harry Harrison nella sua serie degli Yilanè che vedeva appunto umani contrapposti a una civiltà dinosauriana, dando per scontato che gli uomini potessero essersi evoluti a partire dalle scimmie del nuovo mondo. Ma ecco, anche in questo caso, probabilmente una riflessione del genere, per quanto affascinante, va oltre gli scopi del film.

Rapporto letture - Gennaio 2018

Ho iniziato il 2018 con i racconti. I due libri assimilati questo primo mese dell'anno contengono storie medio/brevi, per un totale di una decina circa. E che, in un mese intero ho letto solo dieci racconti? No, ma dopo aver completato questi mi sono dedicato a qualcosa di decisamente più corposo, che sto finendo proprio adesso ma che finirà per competenza nel rapporto letture del mese prossimo.


La prima raccolta è Nebula, un libretto davvero molto bello da avere per le mani. Si tratta infatti di un'antologia bilingue, e già questo è sempre simpatico, ma nel caso specifico la seconda lingua è il cinese: il curatore Francesco Verso ha preso quattro dei più importanti autori della fantascienza contemporanea cinese e ha messo le loro storie in questo libro, in lingua originale e tradotti in italiano. Gli autori sono quattro: Liu Cixin (già rinomato a livello internazionale per il suo Il problema dei tre corpi), Xia Jia, Chen Quifan e Wu Yan. I racconti sono molto diversi tra loro, ma affrontanto tutti temi molto vicini all'attualità, con uno sguardo molto ravvicinato al futuro prossimo che ci aspetta. Si parla di crisi ambientali, invecchiamento della popolazione, robotica, stampa 3D, app virali e programmazione. Non è sempre facile entrare in sintonia con lo stile degli autori, forse perché la concezione di "racconto" non è del tutto sovrapponibile a quella a cui siamo abituati, come narrazione di fatti vissuti da un protagonista. In particolare in Buddhagram e Stampare un mondo nuovo la struttura si discosta dai canoni classici e può creare in alcune parti smarrimento. Questa iniziale difficoltà però è parte integrante del gusto di leggere queste storie e cercare di capire non solo cosa gli autori raccontano, ma come vedono e vivono il loro mondo. È un percorso senza dubbio affascinante, e inoltre un validissimo punto di contatto con una realtà (quella della fantascienza cinese) che si sta affermando sempre di più. Il libro è arricchito anche di quattro illustrazioni dedicate a ognuno dei racconti, scelte tramite un concorso tra gli studenti della Scuola Internazionale di Comics. Per tutte queste ragioni dicevo all'inzio che è proprio un bel libro da avere sullo scaffale, provvedete se vi manca.


A seguire sono andato a recuperare Robot n. 80, a distanza di quasi un anno dalla sua uscita (lo so, arrivo sempre in ritardo). Nell'insieme devo ammettere che è uno dei numeri meno memorabili che ho letto di recente. La parte di saggistica/articoli non dice niente di nuovo e comprende dei pezzi su Alien e Star Wars che si possono trovare su centinaia di portali geek e non avevano certo bisogno di occupare spazio sulle pagine di una rivista specializzata in fantascienza. I racconti fanno un po' lo stesso effetto: simpatico il primo di Naomi Kritzer (vincitore del Nebula), ma per il resto una generale carenza di spunti. Tra tutti spicca forse quello di Paolo Aresi, che racconta di un futuro di solitudine su un pianeta quasi spopolato, che ricorda per molti versi certe storie di Simak... forse anche troppo. Gli altri, compreso quello finale di Paul Di Filippo, mi sono sembrati vaghi nelle idee e confusi nell'esecuzione. Ovviamente si sa che in una raccolta di racconti ci possono sempre essere alti e bassi, stavolta però mi sono ritrovato sempre a quota sempre ridotta.

Coppi Night 04/02/2018 - Oltre il guado

Film comparso qualche settimana fa su Netflix e che era già stato occasionalmente proposto, e sulle prime avevo ignorato, poco attratto dalla sinossi (ma si sa che le descrizioni di Netflix non sono affidabili). In seguito ho scoperto che si tratta di un film italiano, e l'interesse si è risollevato, perché i film horror italiani (contemporanei) sono rari almeno quanto i film italiani di fantascienza. In più qualche commento positivo colto qua e là mi ha incoraggiato a provarlo, e alla fine è passato.

Il mio commento complessivo è un deciso "forse". Oltre il guado si presente bene all'inizio, con un protagonista silenzioso, un ricercatore che studia il comportamento degli animali nei boschi, in quella che si scoprirà essere la montagna friulana, al confine con la Slovenia. Il nostro etologo è esperto e competente, ben attrezzato: visori e telecamere a infrarossi, registratori audio e video, localizzatori satellitari, camper, luci, batterie ecc: l'armamentario di chi sa come cavarasela da solo, lontano dalla civiltà. Ed è questo che mi ha portato a tifare per lui: quando i primi fenomeni paranormali si presentano, lui affronta la cosa con sano spirito scientifico e pragmatico: ascolta, registra, riguarda. Capisci. A questo punto non dispiace nemmeno una piccola dose di found footage mediata dalle telecamere sugli animali, e le reazioni delle stesse bestie selvatiche alle apparizioni soprannaturali: un twist interessante a un trope che ormai è ampiamente superato.

Poi però la storia si annacqua, letteralmente. Il protagonista zampetta avanti e indietro per il villaggio abbandonato, torna continuamente negli stessi posti anche quando le evidenze di attività inspiegabili sono innegabili. Passa il tempo a dormire e bere invece di cercare una possibile, per quanto disperata, via di fuga. Gli ultimi quaranta minuti scorrono senza una sua vera e propria azione ragionata, al di là del ciondolare da un ambiente all'altro. Quello che inizialmente mi era sembrato l'eroe razionale finito in una ghost story a cui non voleva partecipare, diventa pedina e vittima designata.

Non aiuta a immedesimarsi una backstory generica e poco incisiva: crimini compiuti dai partigiani italiani, gemelle ostracizzate dal villaggio, roghi e annegamenti. Non è chiaro se ci sia un valore metaforico dietro la manifestazione di queste entità, e comunque non c'è tempo di pensarci. Quando (a loro giudizio) il tempo sta per scadere, fanno quello che devono fare, tanto al protagonista che ai suoi soccorritori. Peraltro, come purtroppo accade spesso in questo tipo di film, non si riesce a capire con esattezza quali siano i "poteri" delle entità.

Con la sofferenza della seconda parte del film, la fine è quasi un sollievo, ma rimane una sensazione di incompiuto, per una prova con tutte le migliori premesse che fallisce poi nell'esecuzione, apparentemente non per mancanza di mezzi. Bisogna ammettere che il film è capace per tutta la durata di mantenere un livello di ansia percepibile, anche grazie all'uso accurato del suono e la quasi totale assenza di musica. Nessun jumpscare, grazie a dio, ma nemmeno niente che faccia seriamente contorcere le viscere.

Coppi Night 14/01/2018 - Splice

Riprendiamo con la prima serata Coppi del 2018, e facendo due conti approssimativi dovrebbe essere qualcosa come dodici anni che la tradizione va avanti, pur con qualche inceppamento in certi periodi. Fatto sta che in questo modo, una domenica alla volta, si è accumulato un sostanzioso archivio storico di film visti negli ultimi tempi, anche se non sempre c'è molto da dire.

Si inizia quest'anno con una bella storia di ingegneria genetica fuori controllo, con gli uomini che giocano a fare dio e vengono inevitabilmente puniti per la loro presunzione. Avevo già visto il film, forse addirittura due volte, non perché lo avessi gradito tanto da volervo rivedere ma solo perché mi è ricapitato sottomano in una serata in cui l'obiettivo era guardare qualcosa di gross e uncanny, che in questo film si trova in abbondanza dall'inizio alla fine.

La storia dei due scienziati che creano una chimera umano-animale presenta punti interessanti e altri più banali, e il problema principale di questo film è a mio avviso che si sofferma proprio su quelli meno freschi, finendo troppo spesso nel "già visto", in particolare per chi è appassionato di argomenti del genere, nella fantascienza ma anche in altri ambiti.

Tra i temi più insidiosi toccati dal film, c'è quello della ricerca e del modo in cui propone. Di fatto una parte importante del conflitto del film deriva dal modo in cui la ricerca scientifica viene sostenuta e indirizzata da investimenti privati, e pertanto non solo deve mantenere un approccio utilitaristico, ma deve essere anche abbastanza fotogenica da poter superare una presentazione in pubblico. Gli scienziati devono essere anche sowman e il loro studio deve essere catchy, preferibilmente sexy, anche quando si parla di ammassi di blob semoventi.

Un altro tema spinoso è quello del modo in cui la propria esperienza personale influenza l'approccio alla ricerca. Emerge quasi di sfuggita ma ha un potenziale enorme. Quando la genetista donna (di cui ora mi sfugge il nome) rivela di essere cresciuta in una famiglia chiusa e forse violenta, con una madre tutt'altro che amorevole, si avverte che questo avrà un impatto sul suo modo di trattare Dren, creatura pericolosamente sul confine tra "esperimento" e "famiglia". Purtroppo il discorso si afferma in un'unica scena e poi viene archiviato, come accade anche alla disturbante scena di sesso che a seconda dei punti di vista può invadere parecchi territori tabù, dalla zoofilia alla pedofilia all'incesto. Ma l'incidente è presto dimenticato e si torna all'azione.

Maggiore attenzione viene invece concessa all'imprevedibilità della "natura" e all'idea che l'uomo sia la creatura più complessa prodotta dall'evoluzione, una concezione antropocentrista che non può trovare spazio nella formazione di scienziati moderni, tanto più se biologi/genetisti in grado di eseguire splicing di questo livello. Argomenti del genere sono vecchi quanto la fantascienza stessa e forse anche di più, se ne trova già in H.G. Wells ma per il grande pubblico basta citare Jurassic Park (no, Jurassic World non aggiunge niente a tutto questo).

Peccato quindi che a partire da un'idea sempre valida, la capacità di manipolare la vita a nostro piacimento, il film scelga di percorrere le strade già battute e accenni appena a quei temi che avrebbero potuto renderlo più incisivo. Forse la voglia di insistere sugli aspetti più uncanny (come dimostra la cura con cui è stata progetta Dren nelle varie fasi del suo ciclo vitale) ha fatto perdere di vista alcuni aspetti meno estetici ma più profondi. Ma in fondo, forse fare cinema è come ricerca, e bisogna sempre cercare di essere catchy per stare a galla.

L'astensione è l'unico voto puro

Su Unknown to Millions non si parla di "politica". Si parla poco anche di attualità, salvi i casi in cui i fatti recenti si collegano ai temi più specifici del blog. Quindi è un caso davvero eccezionale che questo post si occupi di argomenti del genere, ma nel fervore che sta iniziando a diffondersi tra giornali, tv, radio e precaritaddidio social, ho scorto un paio di dichiarazioni che mi hanno indotto a una riflessione.

Parliamo di astensionismo, inteso in senso lato come "rifiuto del voto", che può esprimersi col disertare le elezioni, oppure partecipare ma consegnare scheda bianca o annulata. L'astensionismo come scelta consapevole di voto non è ammessa nella società civile, è un tabù che viene insegnato fin da piccoli, quando alle elementari si studia educazione civica. Molto spesso, chi si dichiara astensionista viene trattato come un ateo viene trattato da un religioso: l'astensionista è vigliacco, vuoto dentro; non comprende la scala di valori naturale del mondo; non merita il bene che gli arriva perché non ha fatto niente per ottenerlo; dovrebbe essere privato dei diritti fondamentali perché rifiuta il sistema di cui fa parte.

È mia intenzione invece dimostrare come l'astensione sia l'espressione di voto più ideale e compatibile con i principi della democrazia. Per arrivarci, facciamo un passo indietro.

Il voto di scambio è la pratica con cui un elettore "vende" il suo voto in cambio di un vantaggio personale e immediato. Io ti do duecento euro, tu mi voti. Come tutti sanno il voto di scambio è vietato in tutte le sue forme, non solo quando viene effettivamente compiuto ma anche solo promesso (ricordate le polemiche di qualche mese fa su De Luca e la sua frittura di pesce?). Il voto di scambio è l'antitesi della democrazia.

Il punto è che, a ben pensarci, qualunque voto è un voto di scambio.

Mi pare un concetto estremamente banale. Per definizione, se voto il partito/candidato X, è perché mi aspetto che il suo operato mi porti un vantaggio. Non sarà un vantaggio immediato, come un mazzetto di banconote, ma comunque qualcosa che ritengo mi farà stare meglio. Come abbiamo già visto (e come è stabilito dalla legge), non è necessario che la transazione si compia perché si configuri la fattispecie del voto di scambio, basta la promessa. Dire "Se mi voti ti duecento euro" è già reato, anche se poi non avviene.

Ora facciamo un test: segue una serie di affermazioni, il candidato contrassegni quelle che sono qualificabili e perseguibili come voto di scambio.

Se mi voti ti do duecento euro
Se mi voti ti regalo una bicicletta
Se mi voti ti faccio assumere in comune
Se mi voti ti offro una frittura di pesce
Se mi voti non ti faccio pagare il bollo auto
Se mi voti non ti taglio la pensione
Se mi voti ti condono il box auto abusivo
Se mi voti aumento i dazi sulle importazioni
Se mi voti non faccio più entrare immigrati
Se mi voti legalizzo la cannabis

Dove tracciamo la linea? Fin dove queste promesse sono lecite e quando invece sono l'espressione della peggior forma di corruzione? E in ultima analisi, ha davvero senso un ragionamento del genere?

È ovvio e scontato che qualunque voto viene diretto in base agli interessi personali. È l'assunto su cui si basa la politica moderna, è la base di tutte le campagne elettorali da un paio di secoli a questa parte. Se io elettore ritengo più utile per me ricevere subito duecento euro, perché devo essere colpevole rispetto a chi invece vota perché vuole avere il reddito di cittadinanza? Ma anche se non si parla di corrispettivi economici diretti, se sono un imprenditore e indirizzo il voto verso il partito che ha promesso di ridurmi la tassazione, non sto facendo lo stesso ragionamento, solo più a lungo termine? Entrambe le scelte sono legittime, o per lo meno, a livello razionale se una è reputata legittima deve esserlo necessariamente anche l'altra.

Si può obiettare che votare non è solo ricercare il proprio interesse ma anche affermare dei principi, sostenere degli ideali. Benissimo. Ma questo non fa che spostare il problema. Perché l'affermazione dei miei ideali è comunque un vantaggio che perseguo in maniera egoistica. Se sono Henry Ford, il mio principio è lo sfruttamento capitalistico delle masse, e voterò in modo da realizzarlo; se sono Mohandas Gandhi voglio ottenere la pace tra i popoli e voterò in modo da realizzarla. In entrambi i casi, il mio voto per quanto idealistico punta a far prevalere la mia visione del mondo, il mio progetto. E per quanto nobile e utopistico, tale progetto sarà sempre contrario agli interessi di qualcuno, e quindi il mio tentativo di imporlo è comunque una forma più subdola di ottenere un vantaggio personale a discapito di altri.

Per rimanere coerenti, questa linea di pensiero non ha nessun limite. Qualunque espressione di voto ricade nello stesso tipo di ragionamento egoistico di fondo. Ne consegue che esiste un unico modo per esprimere un voto scevro da condizionamenti egoistici: il non voto.

In quanto astensionista, evito di imporre ad altri la mia visione del mondo, rifiuto di cercare il mio tornaconto, ideologico, sociale o economico che sia. Lascio che a scegliere siano gli altri, ognuno secondo le sue propensioni, e in questo modo affermo nel modo più diretto il diritto universale all'autodeterminazione di ogni uomo. È una sorta di nirvana elettorale, il raggiungimento di uno stato di non-individualità che è la più importante affermazione di sé.

Provate a immaginare un'utopia in cui tutti comprendono questa verità palese e decidono di non votare: un mondo libero e sano, privo di acredine, sotterfugi, malumori. Una società serena in cui non serve continuamente correre, spingere e calpestare la fazione opposta.

Ma si sa, ogni popolo ha il governo che si merita. E noi, ora come ora, ci meritiamo la democrazia.

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